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L'ottava Parola - Non rubare

Autore: Vittorio Robiati Bendaud, 

 Ci troviamo a commentare un qualcosa che sembra facile, ma non lo è.

Vorrei fare delle brevissime premesse.

Quelli che noi troviamo come i Dieci Comandamenti, vengono giustamente ricordati come le Dieci Parole. L'utilizzo dell'espressione “Dieci Parole” non è un'interpretazione, ma è il testo biblico che parla espressamente di Dieci Parole. Infatti, per quanto in italiano possa sembrare un po' desueto e arcaico, o troppo da linguaggio colto, per indicare i Dieci Comandamenti era sicuramente più corretto il termine Decalogo, ormai purtroppo tralasciato.

Il termine Decalogo deriva dal greco δέκα "dieci" e λόγος "parola". Sappiamo che in greco logos (λόγος) vuol dire parola, ma vuol dire anche discorso. E quindi utilizziamo il greco per pensare oltre che a dieci parole, a dieci discorsi, discorsi programmatici, conversazioni molto serie che Dio propone all'umanità.

E perché insistere sulla questione della parola anziché del comandamento?

Innanzitutto perché linguisticamente ci sarebbe di che parlare. La Torah è molto chiara, ha un linguaggio scarno, chi conosce l'ebraico lo sa, ed è un linguaggio preciso. Per cui se c'è scritto mitzvah, hok e mishpat, (letteralmente precetto, norma, statuto, diritto) si intende qualcosa di molto ben preciso dal punto di vista giuridico e appunto potremmo dire in generale Comandamenti. Ma non è quello di cui parla la Torah parlando dei Dieci Comandamenti, perché dice Asseret Hadivarot, Dieci Parole. E perché dice questo? Perché è chiaro che sono dei discorsi programmatici.

Intendiamoci, se uno pronunzia un comandamento si intende che c'è una volontà superiore in grado di comandare e una volontà più distante, eminentemente passiva, che è tale soltanto se aderisce alla volontà che comanda, oppure se è in uno stato di effrazione rispetto a ciò che è stato comandato; quindi c'è una certa distanza, come due fuochi molto lontani uno dall'altro.

Invece, se parliamo di “Parole”, ebbene è come una parola scambiata, avvicina. È come se Dio cercasse di avvicinarsi con questi discorsi programmatici all'umanità, individuando una serie di categorie, non soltanto morali, non soltanto rituali, non soltanto di norme civili, ma categorie esistenziali che altrimenti si potrebbero andare perdute.

Un'altra cosa che vorrei dire: attenzione. Essendo abituati ad un uso e riuso del testo, diamo per scontato che il suo messaggio sia un retaggio etico universale, che va bene per tutti, una morale condivisa e condivisibile, ma non è così. Non è una morale condivisa, non è retaggio etico universale, se così fosse il Padre Eterno non si sarebbe disturbato nel darla e rivelarla.

Mi spiego, se il Decalogo, come molta cultura dall'illuminismo in poi (e io sono uno molto filo illuminista), fosse morale naturale, cioè fosse qualcosa che si dimostra razionalmente, sarebbe una cosa che si impone da sé, auto evidente come un teorema matematico, ma non è così.

È un costume che viene imposto, un'educazione di mentalità, di costume, di fede, che viene proposta dal Decalogo. E se non fosse un costume, non sarebbe sovvertibile. Ma Dio solo sa come 70 anni fa abbiamo sperimentato come per l'Occidente, dopo secoli di ebraismo e di cristianesimo, il comandamento non rubare non sia stato auto-evidente, ma possa essere stato inteso come mero costume che, come tale, potesse essere stato cambiato e quindi si sia potuto rubare e uccidere. Questi sono fatti storici.

La tradizione ebraica distingue i tutti precetti, non solo le Dieci Parole, in due categorie.

Quelli che si chiamano mitzvot shniot e mitzvot ikariot. È una distinzione che viene fatta per la prima volta dai teologi ebrei medievali in area più o meno babilonese, sulla scorta della teologia islamica. Si chiama kalam questa teologia islamica che viene recepita dai teologi ebrei, in particolare dal primo grande che fu Saadia Gaon, siamo più o meno nel IX secolo.

Ebbene, questa distinzione è tra le mitzvot ikariot, i precetti che si comprendono con l'intelletto e le mitzvot shniot, legate all'ascolto, (shmoa è il verbo - שמע ישראל shema Israel), che sono note per rivelazione. Allora questo vuol dire che ci sono precetti, tipo non uccidere, che se uno ragionasse bene si imporrebbero da sé, sono auto evidenti, come il nostro di questa sera, non rubare. E ci sono dei precetti che, se non ci fossero stati rivelati, mai e poi mai ce li saremmo andati a sognare, come osservare lo Shabbat, mangiare kosher (l'alimentazione rituale ebraica). Tutti i precetti legati al culto sono precetti che o vengono rilevati, oppure non ci si arriva per ragionamento razionale. La domanda che si fanno è: ma allora, perché il Padre Eterno ribadisce i precetti razionali? Perché non sono auto-evidenti, perché è molto facile che si ragioni male, e quindi è bene che il Signore Iddio le abbia ripetute.

È molto divertente, per quanto molto amaro, sapere cosa scrive Saadia Gaon nel suo libro, “Libro delle credenze e delle opinioni”. Dice che il problema non è tra musulmani, ebrei o cristiani (Baghdad o Babilonia all'epoca era un crogiolo di vari tipi di cristianesimo, pensate soltanto al mondo copto, agli Egiziani che erano lì, ai cristiani orientali, ai cristiani caldei... all'Islam di vario tipo, all'ebraismo di vario tipo, era un crogiolo di idee...) il problema è tra pensanti e non pensanti. Il problema, continua Saadia Gaon, è che nei nostri rispettivi luoghi di culto siamo pieni di quelli che sono devoti, ma non pensano e quelli che pensano spesso sono fuori dai nostri luoghi di culto. È una constatazione che io ho trovato molto attuale, per quanto molto amara. Pensate alla modernità del testo.

Noi ad alcuni comandamenti potremmo addurre delle motivazioni razionali, sapendo però che questa comunque è una morale che si pensa morale rivelata e non è riducibile soltanto a morale, è molto di più.

I comandamenti che troviamo qui sono preceduti, nel testo biblico e nella versione ebraica, nella formazione del primo comandamento, da un cappello introduttivo che è questo:

וַיְדַבֵּ֣ר אֱלֹהִ֔ים אֵ֛ת כָּל־הַדְּבָרִ֥ים הָאֵ֖לֶּה לֵאמֹֽר׃

vaidabber Elohim et kol-haddebarim haelleh lemor

E pronunciò il Signore tutte queste parole dicendo:

אָֽנֹכִ֖י֙ יְהוָ֣ה אֱלֹהֶ֑֔יךָ אֲשֶׁ֧ר הֹוצֵאתִ֛יךָ מֵאֶ֥רֶץ מִצְרַ֖יִם מִבֵּ֣֥ית עֲבָדִֽ֑ים׃

anoki Adonai Eloheka, asher hozetika meeres mizrayim mibbet avadim.

Io sono il Signore tuo Dio che ti ha tratto fuori dalla terra di Egitto, dalla casa degli schiavi.

 

Questo è il corollario, è la premessa, ma anche la conferma di ogni singolo comandamento che noi sentiamo pronunciato. Sono parole inscritte in uno scenario di libertà. Dinamica di libertà.

Quindi capite che è molto diverso da quell'idea che si ha dell'ebraismo, della Bibbia, di una morale stringente e opprimente. È un'espressione di libertà. E per confermare vi dirò che il testo dell'Esodo, in cui troviamo una prima occorrenza del Decalogo, utilizza due parole per esprimere il concetto di libertà (in italiano abbiamo una unica parola, in ebraico ce ne sono due). Fintanto che il popolo ebraico deve uscire dall'Egitto, si utilizza la parola hofesh (חופש) e questo fino a quando non raggiungono il monte Sinai. Dal momento in cui ci sono i comandamenti, si cambia parola e si utilizza la parola herot (חירות).

Hofesh è libero da. Libero da una situazione di oppressione, di asservimento, di spogliazione dei propri beni e di se stessi, di annichilimento delle proprie persone, sociale, politico, morale.

Herot è libero di. E sei libero di accettare questo, sei libero di far propri questi discorsi programmatici, queste esortazioni che Dio rivolge all'umanità, cioè sei responsabile. La libertà diventa piena quando diventa responsabilità. Quindi questo è l'humus e anche il panorama in cui noi ci muoviamo quando parliamo di queste Parole.

Da ultimo, vorrei dire che abbiamo due occorrenze del Decalogo, una nel Libro dell'Esodo e una nel Libro del Deuteronomio. I comandamenti formulati sono i medesimi, come è noto, anche se le modalità espressive della formulazione talvolta non sono coincidenti, o pienamente sovrapponibili, tra una formulazione e l'altra. Mi spiego facendo un esempio; in uno c'è scritto:

זָכֹ֛ור֩ אֶת־יֹ֥֨ום הַשַּׁבָּ֖֜ת zakor et-yom haššabbat ricordati del giorno di sabato

nel secondo c'è scritto:

שָׁמֹ֣֛ור אֶת־יֹ֥ום֩ הַשַּׁבָּ֖֨ת shamor et-yom haššabbat osserva, custodisci, preserva il giorno di sabato

Chiaramente, il senso è il medesimo, seppur veicola anche delle idee diverse.

Devo dire che la traduzione cattolica ha risolto tutto dicendo: ricordati di santificare le feste. Come vedete non è esattamente aderente all'originale.

Come sapete i Comandamenti sono disposti su due tavole. Ora, la tradizione della Chiesa cattolica , della Chiesa ortodossa, mette una disparità nei numeri con cui vengono ordinati i comandamenti nelle due tavole. La tradizione protestante, sulla scorta della tradizione ebraica, mette cinque e cinque. La prima tavola è quella che norma i rapporti tra Dio e l'uomo, quindi i rapporti verticali, in maniera molto essenziale.

La seconda, nella quale si trova anche il nostro “non rubare”, è quella che invece va a normare i rapporti orizzontali, tra uomo e uomo.

Quindi diciamo che l'ultimo comandamento della prima è un po' eccezionale, nel senso che è un po' strano che si trovi nella prima tavola il quinto comandamento: onora tuo padre e tua madre (che poi non è esattamente così quello che c'è scritto, comunque prendiamolo per buono). Noi ci aspetteremmo di trovarlo nella seconda tavola, ma diciamo che è il comandamento snodo, raccordo, tra la tavola legata al rapporto con il divino e quella legata al rapporto delle responsabilità con l'interumano.

A ciò dico questo: che un modo esegetico d'interpretazione dei comandamenti, in mera tradizione rabbinica, è di cercare di comprendere il singolo comandamento sulla scorta e in relazione al comandamento immediatamente precedente, o immediatamente successivo, così come pure di vedere il parallelismo tra il comandamento in una tavola e il suo corrispondente al medesimo posto nell'altra tavola e che rapporto si può instaurare. Talvolta è un'esegesi un po' avventurosa, ma alcune volte funziona.

Ora noi siamo all'ottava parola: לֹ֖֣א תִּֿגְנֹֽ֔ב׃ (lo tig-nov) non rubare

Vi consolo dicendo che è uguale in tutte e due le occorrenze dei comandamenti, però vorrei subito complicare la faccenda, nel senso che noi immaginiamo non rubare e ci sembra di aver afferrato il concetto. Invece così non è, perché qua non si intende non rubare nel senso del furto standard, specifico, comunemente noto (perdonatemi la banalizzazione, forse un po' ironica: Pierino che ruba la caramella). Non è questo quello che vuole dire il testo.

Da dove lo si deduce? Dalla tradizione, anche se la tradizione – ovviamente – ha almeno due opinioni diverse. Prendo l'opinione più antica che invece sembrerebbe confermare “non rubare” in senso standard, ed è l'opinione che riporta il Targum (il Targum è la traduzione della Bibbia in aramaico, condotta dai maestri di Israele. Ovvero, è una traduzione fatta nella lingua del popolo ad uso del popolo e che ovviamente non è soltanto una traduzione, perché nessuna traduzione è ingenua o banale, ma è una traduzione che vuole già interpretare, smussando alcune difficoltà interpretative. Vi faccio un esempio: cerca di ridurre a dati concreti questioni astratte. Non troverete mai la malvagità tradotto dall'ebraico in aramaico, ma troverete fatti malvagi o uomini malvagi, perché così è chiaro. Malvagità è invece concettualmente difficile da afferrare, specie per il popolo, a livello d'immediatezza. E quindi è già un'interpretazione).

Non così però interpreta il Talmud la tradizione orale di Israele. Secondo la tradizione ebraica, la Torah orale, Mishnah con i suoi commenti, è stata data da Dio a Mosè sul monte Sinai insieme alla Torah scritta, per cui l'una e l'altra sono strettamente legate tra loro e l'una completa l'altra, l'una interpreta l'altra e l'una senza l'altra risulta difficilmente comprensibile.

Ora, cosa dice il Talmud? Il Talmud dice che non si deve intendere “non rubare”. Cosa si deve intendere ce lo spiega un commentatore medievale, il principe dei commentatori medievali al testo della Torah in ebraico, di Troyes (città meglio nota nel pubblico non ebraico per il grande autore medievale Chrétien de Troyes), che era il rabbino Shelomoh ben Yitshak, noto come Rashì. E Rashì nel commento a Esodo 20, versetto 13, dove c'è scritto non uccidere, non commettere adulterio, non rubare … dice: qua non si intende il ganav mamon, ganav vuol dire ladro, mamon soldi. Non si intende il ladro di beni. Si intende il ganav néfesh. Néfesh in ebraico vuol dire letteralmente anima, ma in larga misura può voler dire anche corpo. Un ladro di corpi è un rapitore, un sequestratore. Qui il comandamento si intende: non sequestrare, non rapire.

È un po' diverso.

Cercheremo adesso di comprendere il ragionamento del Talmud. Il versetto 13 dice, in ordine:

non uccidere לֹ֥֖א תִּֿרְצָֽ֖ח׃ lo tirzah

non commettere adulterio לֹ֣֖א תִּֿנְאָֽ֑ף lo tinaf

non rubare לֹ֣֖א תִּֿגְנֹֽ֔ב lo tignov, che è il nostro verbo.

Sono comandamenti riguardanti peccati pesanti e sono talmente gravi i peccati commessi, le trasgressioni al comandamento, che la pena comminata in caso di omicidio e di adulterio è la pena capitale. Se voi andate al capitolo 21 dell'Esodo, al versetto 16: “chiunque rapisca un uomo e poi lo venda, se la vittima è stata vista quando ancora si trovava in mano sua, dovrà essere messo a morte.”

Qual è il problema? Il problema è che il furto normale non prevede la pena di morte. Prevede il risarcimento (il doppio, il quadruplo, il quintuplo, ci sono vari casi), ma non la pena capitale.

Il rapimento si.

Qual è il ragionamento del Talmud? Se noi abbiamo due peccati per cui è comminata una cosa molto grave, cioè la pena capitale, non troveremo un peccato di minore gravità, ma, o di pari gravità, o di gravità maggiore ancora. Quindi troveremo un peccato che prevede la pena capitale, come confermato dal capitolo successivo dell'Esodo. Quindi si dovrebbe intendere un rapimento, un sequestro.

Quindi rubare è permesso? Vi assicuro che ci sarebbero non poche persone in ambienti istituzionali di varia natura che sarebbero molto contente... No. Rubare non è permesso. E Rashì in sede di commento di Esodo 20 dice: attenzione, il furto come intendiamo noi (il Pierino che ruba la caramella) lo trovate proibito in un altro passo, nel Libro del Levitico, se ricordo bene al capitolo 19, in cui c'è scritto non rubate. Quindi abbiamo un ragionamento che vede, per la stessa radice verbale tignov, da cui lo tignov, non rubare, due possibili interpretazioni:  quella dei dieci comandamenti, non rapire, non sequestrare e in senso più soft non rubare.Queste prendetele come due fuochi di quella figura geometrica di questa serie di problematiche umane dell'ellisse di questi problemi attorno a cui questi due fuochi sono posizionati.Io vorrei ragionare con voi un pochino su una parola ebraica nella Bibbia,  che è la parola שוד shod,  che vuol dire rapina. Però shad שד in ebraico vuol dire anche seno e non nel senso manzoniano del termine (ovvero quel lago tutto seni e tutto golfi...), ma nel senso fisico, corporeo del corpo femminile, della parola e  quindi shoded è il rapinatore.  Ma se una donna dicesse “i miei seni” in ebraico si direbbe שַׁדַּי shadai e chi conosce l'ebraico sa che  שַׁדַּי Shadai vuol dire l'Onnipotente, è un nome di Dio.La cosa è abbastanza complicata.  Ci sono delle radici che rendono il discorso sospetto.Allora il problema è:  cosa vuol dire questo discorso un po' accidentato?  Richiede un'esegesi   avventurosa.  E cercheremo di spiegare un po' il comandamento.Che cos'è il frutto dei miei seni? Indipendentemente dalla sua carica erotica, attraverso il seno è possibile la cura, lo sviluppo, l'assistenza, il nutrimento di una nuova vita. La funzione eminente è quella.Quando la donna ha un figlio, il seno inizia a produrre latte, il latte permette al bambino o alla bambina di crescere e di svilupparsi fintanto che sarà necessario.  Questo surplus della donna che viene prodotto, trasmesso e dato, permette ad un'altra persona di crescere, di formarsi e di prosperare, fintanto che sarà necessario. E per gli esseri umani, come per gli animali, quando non è più necessario si ha lo svezzamento, un piccolo grande passo in più verso una certa indipendenza rispetto alla madre.Utilizzando questa metafora, qual è l'etica?  È un'etica di assunzione di responsabilità, di cura, di attenzione, di mettersi a disposizione, di dono.  Chi è un ladro?  Un ladro è  un bambino che non ha smesso di staccarsi dal seno di sua madre. Il ladro esiste fintanto che può dipendere da qualcuno, può spogliare beni altrui, dove la cura è stata sovvertita in parassitismo. Uno può rubare fintanto che può dipendere da altri. Non sarà mai indipendente.  Non è il caso in cui la dipendenza è necessaria e diventa cura, ma è il caso in cui la dipendenza è subita ed è sovvertita e diventa parassitismo.Cos'è il parassitismo? È il dipendere in maniera impropria, è uno spogliare i beni altrui, è un annichilire l'altra persona, in maniera tale da poter stare in piedi noi.E che cos'è rubare? È togliere, alienare un bene all'altro, in certo qual modo mettendolo sotto scacco senza che possa esprimere la propria volontà.  Non è un dono consensuale, ma è un qualcosa che viene preso indipendentemente da ogni permesso, illecitamente.  È un ellisse, a livello di figura retorica, del caso del sequestro.  Allora verrebbe da farsi delle domande,  anche di natura filosofica, di filosofia politica, di teologia politica e riguarda una cosa che abbiamo dato per trascurato riguardo a questo argomento ed è se la proprietà è data per sottintesa.  Se Dio dice “non rubare” vuol dire che è dato  sottinteso il rapporto di proprietà e non soltanto è sottinteso, ma è tutelato. E questo, soprattutto per il pensiero occidentale, è un problema non indifferente. Sappiamo tutti che ci sono state non poche teorie, sia in antichità che in tempi più vicini a noi, che hanno pensato di abolire i vincoli di proprietà.  Che la proprietà stessa sia un furto? È una domanda legittima.  Io però, prima di rispondere a questa domanda, su cui andremo a inerpicarci, vorrei ritornare a dei correttivi che la Bibbia ci offre per contrattare a un'erronea dipendenza all'essere solleticati dalle appropriazioni indebite di persone, o di cose, sia in senso leviore che in senso graviore.  E sono i comandamenti che vanno dal più semplice al più complesso, da quello che ci sembra più arduo di natura giuridica, a una petitia principi che ci sembra molto nota. E poi torneremo alla questione della proprietà.Il comandamento molto importante è questo: la Bibbia prescrive che venga data una decima ai poveri di quanto si guadagna.  Guardate che la decima non è poco.  Un decimo del proprio guadagno destinato a persone che hanno necessità, non è poco.  Su 10 mila euro guadagnati, mille euro non sono pochi, sappiamo tutti quanto valgono 1000 euro.  Dire che sono per i poveri vuol dire pensare ad un sistema che noi chiamiamo (sembra molto arido) welfare.  Sembra un comandamento arido, ma guardate che è rivoluzionario.Poi c'è un po' di più e lo dice proprio nell'Esodo, il capitolo 19 in cui si parla del furto nel senso stretto del termine.  Una serie di norme sulla tutela del povero e la giustizia.  Oltre alla norma della decima, viene messa una norma strana che ci può sembrare agreste, bucolica, un po' poetica:  quando andrai in un tuo campo a raccogliere e a mietere le tue messi, le spighe che cadranno a terra non le raccoglierai, saranno per i poveri. 

 

 

 

È bello, però ci sembra molto lontano. Attenzione, non è così lontano dal testo biblico e dalla sua mentalità, perché la Bibbia su questo farà un libro, che è il Libro di Rut. Rut spigolava perché era povera, raccoglieva queste spighe. Questa norma, che sembra una norma agreste un po' arida, è un po' di più dell'idea di welfare. È una norma che vuole educare il cuore. E se la si pratica è una sua ermeneutica del cuore.

E infatti cosa fa Booz? Booz dice ai suoi, non soltanto di non raccogliere le spighe cadute, perché è proibito dalla Torah, ma nel fare i covoni, di farne cadere di più. È andato oltre la norma, perché l'ha compresa appieno.

Un ulteriore passo contro l'idea del furto, in un'etica che sta contrapposta, è l'idea dello Shabbat, in cui riposano tutti, non ci sono padroni e servi, ma riposeranno il padrone, il tuo schiavo, la tua schiava, i servitori, il tuo asino, il tuo bue. E c'è qualcosa di più che il testo biblico fa come correttivo, l'idea dell'anno sabbatico, in cui ci si ciberà dei frutti che la terra produrrà spontaneamente senza essere lavorata, in cui dopo sette anni deve finire la schiavitù per eventuali schiavi e se non vogliono essere affrancati bisognerà fargli un buco nell'orecchio per dirgli: guarda - sembra truce come cosa, ma è fondamentale – guarda che è una cosa molto grave rifiutare la libertà quando ti viene offerta. La Bibbia è innamorata della libertà.

E poi c'è qualcosa di più: il giubileo. Dopo sette settimane di anni ci sarà l'anno giubilare in cui i debiti verranno cancellati, in cui i crediti cadranno, in cui la terra non è più di chi la possiede.

E allora torniamo al problema di prima: ma la proprietà? Il testo biblico chiaramente dice non rubate, anche nel senso standard. Quindi se uno non può rubare è salvaguardata ed è individuata la proprietà. Però è una proprietà strana, perché è una proprietà che ha dei limiti. Del tuo, 9 decimi sono tuoi, un decimo no. È una proprietà che ha un problema ogni sette anni e ha un problema grosso come limite ogni sette settimane di anni.

Il Samo (23-24) recita: Del Signore è la terra e quanto contiene,...

La terra è del Signore.

Un altro salmo dice che i cieli sono del Signore, ma la terra è data ai figli dell'uomo.

Se non altro abbiamo un limite, i cieli non sono nostri, ma del Signore.

È una proprietà con un limite. Come funziona?

La Bibbia è un testo che prende sul serio la nostra esperienza umana e quindi non si lascia mai irretire da facili ideologie, di qualsivoglia tendenza o colore politico o filosofico. la Bibbia sa benissimo che noi abbiamo bisogno di dati concreti, di una nostra proprietà, in questa esistenza umana travagliata, controversa, aspra e contraddittoria che noi tutti esperiamo e in cui ogni personaggio biblico è inquadrato (pensate a Re Davide, trionfo della preghiera, inventa i Salmi, e sapete tutti benissimo che la biografia del Re Davide ha delle pagine non esattamente esaltanti, c'è anche di mezzo un omicidio). Senza dei beni noi non possiamo vivere e se questi beni non vengono in qualche modo tutelati, preservati e indicati, la società umana non può stare, perché questi beni definiscono la nostra persona nel periodo in cui noi viviamo, nel tempo e nello spazio.

Se negassimo questo in nome di un'ideologia ci faremmo soltanto del male.

Però, attenzione, ci sono dei limiti e delle prospettive, delle fughe. Come nei righi musicali, quando sentite la fuga vuol dire che sta dicendo qualcosa di molto importante, da tenere in considerazione.

E qual'è questa fuga?

Voglio farvela intravvedere con un brano che sembra banale e ingenuo della letteratura rabbinica, del testo della Mishnah, del Trattato dei Padri, un brano noto che recita più o meno così:

ci sono 4 categorie di esseri umani,

quello che dice: quello che è tuo è tuo e quello che è mio è tuo, è un pio

c'è chi dice: quello che è mio è mio e quello che è tuo è mio, ed è un malvagio

poi c'è chi dice: quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio, è un cretino

e c'è chi dice: quello che è mio è mio e quello che è tuo è tuo, e qui ci sono due giudizi diversi. Il giudizio standard è l'etica mediana (avrebbe fatto felice Aristotele), ma c'è chi dice che questo è l'atteggiamento di Sodoma.

Allora cerchiamo di ripercorrerle tutte e quattro e poi arriviamo a questa divaricazione.

Quello che dice: quello che è tuo è tuo e quello che è mio è tuo è un atteggiamento di donazione, ricordatevi il seno e la madre. Un'etica della cura e della disponibilità. Non nega la proprietà: ciò che è tuo è tuo, ciò che è mio – e so che è mio – è tuo, può essere messo a tua disposizione. Vuol dire che all'occorrenza è tuo, vuol dire che è una proprietà suscettibile di una serie di modifiche e che può essere messa in gioco, se necessario e quando necessario.

Poi c'è quello che dice: ciò che è mio è mio e ciò che è tuo è mio. Beh, è evidente. È il caso anche del nostro Comandamento inteso in senso standard, non rubare. È un etica, in senso di costume, rapace, di spogliazione, di appropriazione indebita, di negazione dell'altrui persona. Se quello che è tuo è mio e quello che è mio è mio, vuol dire che tu non esisti, e la figura ultima più radicale di questo è il sequestro, il rapimento, è la vendita di Giuseppe da parte dei suoi fratelli, ad esempio.

Quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio: è un cretino. Attenzione, sembra quasi che qui venga fatta saltare l'idea della proprietà. È diventata confusa, non si sa più chi è padrone di cosa, non si sa più cosa appartenga a chi se ciò che è mio è tuo e ciò che è tuo è mio ed è un grave errore, non per un punto di vista economico e di valuta. Vi faccio un esempio che può sembrare banale, ma che è chiaro: supponiamo che io e la Pastora Anne Zell abbiamo lo stesso libro, stessa edizione, stesso autore, stesso numero di pagine, stessa copertina, comprato lo stesso giorno, stesso costo. questo libro che ci ha preso e che ci ha dato molto. Io lo leggevo la sera e ogni tanto mi cadeva dal letto e si ammaccava, magari la Pastora ci faceva colazione e l'ha macchiato di caffè latte, è annotato o sottolineato da me e da lei ... insomma, dopo tre anni questo libro è vissuto. Se diciamo: scambiamocelo, tanto è lo stesso... No, non è lo stesso libro. Il valore è medesimo, un vecchio libro usato, un po' ammaccato, o un po' sporcato da caffè latte, vale poco probabilmente, ma c'è dietro il vissuto geografico delle persone. Questo ha un valore e pensare che non abbia un valore è da cretini. Come quando uno dice questa casa l'ho vissuta o non l'ho vissuta, mi manca una casa perché ho dei ricordi. Perché la proprietà è anche questo, perché noi siamo fatti di materia e di corpo e se negassimo che la materia e il corpo hanno bisogno di spazio e di tutta una serie di cose, che questo per noi è importante e che se venisse preso sotto gamba sarebbe un grave errore, non dire che è un grave errore è da cretini ed è molto pericoloso.

E infine ciò che è mio è mio e ciò che è tuo è tuo, è un atteggiamento mediano. Questa è l'etica degli stati, un'etica normale, sembra il comandamento non rubare nel senso standard, oppure date la decima, che è un po' di più. Però sembra sempre un atteggiamento molto arido, ma che ci sembra condivisibile e in larga misura lo è.

Perché quindi troviamo nel commento rabbinico che è l'atteggiamento di Sodoma?

Bisogna andare a capire cosa è successo a Sodoma.

Anzitutto vorrei specificare che non è stata distrutta solo Sodoma, ma che le città distrutte sono cinque: Sodoma, Gomorra, Zeboim, Adma e Zoar, per cui la cosa è stata abbastanza drammatica. Poi vorrei anche fare una premessa di natura geografica: ci troviamo sull'estremità meridionale del Mar Morto, un luogo non esattamente pieno di vita e ci troviamo in quella che si chiamava una volta la depressione dell'Asfaltide, la più profonda depressione della terra, sotto di 400 metri circa rispetto al livello del mare e ci troviamo in una zona che è bagnata, in senso antifrastico, da ben 7 deserti: il deserto di Zin, il deserto di Paran, il deserto dell'Araba, il deserto di Giuda, il deserto del Negev e altri che non ricordo. Per quanto siano piccoli, questi deserti sono diversi, cambiano, qualcuno è di sabbia, qualcuno di pietra.

Certo, sono deserti piccoli, non sono nÈ il Gobi, nÈ il Sahara, ma erano deserti molto frequentati che si trovavano strategicamente tra super potenze: l'Egitto da una parte, la Siria, Babilonia, la Persia e c'erano carovane, pensate soltanto ai Nabatei e alla via degli incensi. Erano deserti trafficati. Sodoma era una città che prosperava in condizioni disagiate, Las Vegas degli anni addietro.

Incontriamo Sodoma nella Genesi, tra il capitolo 14 e il capitolo 22. Il capitolo 22 non parla di Sodoma e Gomorra, parla della legatura di Isacco. Il focus dei racconti di questi capitoli della Genesi non è Sodoma e neanche Gomorra, è Abramo. Questo non vuol dire che gli altri racconti siano accessori, hanno una loro dignità, ma ricordatevi che il testo rinvia spesso ad Abramo nostro padre. Troviamo Abramo, poco prima della distruzione di Sodoma, che si era circonciso. La circoncisione era un segno del suo patto con Dio e stava in convalescenza presso le querce di Mamrè e presso le querce di Mamrè Abramo, un po' ammalato e in convalescenza, riceve degli ospiti. Quando vede questi ospiti, sapete tutti, si alza, si adopera per sfamarli, per accoglierli, per farli sentire a loro agio, per farli bere, per farli benedire Dio dopo che hanno mangiato e bevuto. È una figura dell'ospitalità, anche a condizione disagiata.

Poi troviamo Sodoma, e vediamo ancora Abramo che fa di tutto per salvare questi disperati, addirittura bestemmia:

הֲשֹׁפֵט֙ כָּל־הָאָ֔רֶץ לֹ֥א יַעֲשֶׂ֖ה מִשְׁפָּֽט

ashofet kol-haarez lo ya'aseh mishpat

Colui che è il giudice di tutta la terra forse non farà giustizia.

 

Praticamente è una grossa bestemmia, dire che Dio è ingiusto!

 

חָלִ֨לָה לְּךָ֜ מֵעֲשֹׂ֣ת ׀ כַּדָּבָ֣ר הַזֶּ֗ה לְהָמִ֤

halilah leka mÈasot kaddavar hazzeh

lontano da te fare una cosa del genere

 

È veemente contro il Signore Iddio.

Poi troviamo Abramo, appena dopo questo episodio, a cui viene detto in due momenti diversi, prima di prendere il suo figlio maggiore e mandarlo con la madre in mezzo al deserto, il che significa sostanzialmente condannarlo a morte e lui risponde, dice il testo:

וַיַּשְׁכֵּ֨ם אַבְרָהָ֜ם בַּבֹּ֗קֶר

vayashkem Avraham baboqer

E si alzò Abramo di buon mattino

 

Non ha niente da dire e addirittura di buon mattino manda via il figlio.

 

Capitolo 22:

...קַח־נָ֠א אֶת־בִּנְךָ֙ אֶת־יְחִֽידְךָ֤ אֲשֶׁר־אָהַ֙בְתָּ֙ אֶת־יִצְחָ֔ק וְלֶךְ־לְךָ֔ אֶל־אֶ֖רֶץ הַמֹּרִיָּ֑ה

qah-na et-bineka et-yehideka asher-ahavta et-Yizhaq velek-leka el-erez hammoriyah...

prendi ora tuo figlio, l'unico che ami, Isacco, e portati presso la terra di Moria …

e offrimelo là in olocausto.

 

Cosa dice qualche verso dopo?

וַיַּשְׁכֵּ֨ם אַבְרָהָ֜ם בַּבֹּ֗קֶר

vayashkem Avraham baboqer

E si alzò Abramo di buon mattino ...

 

Non ha perso il vizio.

 

Questo è il focus. In mezzo, nel capitolo 18, troviamo la distruzione di Sodoma e il testo inizia raccontando che a Dio sono giunti dei lamenti e noi non sappiamo questi alti lai da dove vengano. Ora il Talmud fa un riempitivo abbastanza truculento, che potete accettare o non accettare.

Io ve lo dico molto velocemente. Una donna (ricordatevi la scena di Abramo alle querce di Mamrè) una fanciulla, aveva visto dei viandanti che erano ridotti abbastanza male, si era portata fuori da Sodoma, aveva offerto loro da bere e da mangiare, gli abitanti di Sodoma hanno saputo che la loro concittadina aveva fatto questo, la cospargono di miele, la legano e la danno in pasto alle api e così questa donna muore.

Questo è quello che riporta il Talmud.

Indipendentemente che noi sposiamo o meno il testo talmudico, sappiamo che quando gli angeli vanno a Sodoma, sanno che c'è Lot alle porte della città. Noi pensiamo che sia un'indicazione trascurabile, ma la Bibbia non è mai casuale.

Voi sapete che se prendete il testo del primo Libro di Samuele, quando Anna, che non aveva figli, si reca al Tempio di Silo per chiedere a Dio di avere un bambino e trova sulla porta di Silo il sommo sacerdote del tempio, Eli. Siamo all'epoca dei Giudici, Samuele è l'ultimo dei Giudici e siamo all'inizio della fase profetica, praticamente. Finisce la parte del periodo della reggenza dei Giudici e inizia il regno con il re Saul e poi David e Salomone. Ebbene, chi è che siede alla porta della città? Il giudice.

Dov'era Lot? Alle porte della città, quindi si presume che fosse il giudice di Sodoma.

Ora, sapendo che non era un ambiente esattamente pio, comunque si presume che se qualcuno designa qualcun altro come giudice, si pensa che se non altro si tratti del miglior capo di bottega (scusate l'espressione), il migliore ed effettivamente il testo sembra confermare questa cosa.

Lot riceve i messi e dice: attenzione, qui rischiate grosso, venite a casa mia, ma domattina andate via. Evidentemente conosceva bene i suoi concittadini. I suoi concittadini lo vengono a sapere, vanno alla porta di Lot, vogliono gli uomini per abusare di loro e lui si oppone, sembra che sia migliore di loro. Dopo però risponde: lasciate stare, non violate l'ospitalità, vi do le mie figlie.

E qua capiamo che non è molto meglio di queste persone.

Ed effettivamente la Bibbia dopo poco ci riserverà un contrappasso: Lot, che voleva che le figlie fossero abusate, verrà abusato dalle sue figlie. Vi ricordate, dopo che la città è distrutta, le sue figlie pensano che l'umanità sia finita e per continuare l'esperienza umana sulla terra fanno ubriacare il padre e abusano di lui e da questo abuso, che è anche un incesto, nasceranno dei figli, due popoli: Moabiti e Ammoniti, e saranno popoli che daranno a lungo filo da torcere ad Israele. Però il Signore vede, e riscrive nelle linee turbolente della storia umana e sarà proprio una Moabita, convertita all'ebraismo, che sarà la nonna del re Davide e quindi dalla sua discendenza nascerà il Messia. Però questa è una storia a latere.

Qual'è il peccato di Sodoma? È la mancanza di ospitalità.

Se in una città ai margini del deserto, in cui è difficile vivere ed è ancora più difficile sopravvivere, tu neghi ospitalità ai viandanti, non li accogli e la cifra della tua mancanza di accoglienza e di rapina, di furto, è lo stupro (che se volete è molto vicino ad un sequestro), ebbene, questa città ha un costume, un ethos, un'etica che è molto grave per una società e non può sopravvivere con un'etica del genere.

Siccome era un costume, anche normato e c'era un giudice, è una parodia molto amara della giustizia, una giustizia ingiusta, drammaticamente ingiusta.

C'era un giudice, la forma era salva, i diritti erano tutto sommato rispettati. C'era un giudice che amministrava, c'era una città, quindi un consorzio umano che in qualche modo aveva delle leggi, che permetteva a questa società di rimanere in piedi, ma era un costume sbagliato, basato sulla rapina e sulla razzia.

Allora cosa vuol dire che ciò che è mio è mio e ciò che è tuo è tuo? Atteggiamento mediano, ma attenzione può essere l'atteggiamento di Sodoma. Vuol dire che se il criterio della proprietà è soltanto la proprietà, cioè non ha dei correttivi, delle fughe, non ha il fatto per cui la proprietà è necessaria, è un bene da tutelarsi, ma non è l'ultima parola della nostra esperienza umana, ebbene prima o poi il mio-mio e il tuo-tuo ci allontaneranno molto e tra me e te ci sarà un fossato, prima per difenderci, poi per respingerci e ci sarà prima una cortina, più o meno trasparente, e poi un vero e proprio muro e poi si arriverà a dire che ciò che è mio è mio e che ciò che è tuo è mio. E da semplice furto si ritorna ad un sequestro, se va bene.

Ci sono delle possibilità per agire in maniera diversa?

Si, la Bibbia propone norme che sembrano aride, ma che sono norme straordinarie, cioè l'idea del welfare, l'idea di dire che il nostro avere non è la nostra unica parola, ma deve avere coniugato l'essere. È tra avere ed essere che si gioca la nostra esperienza. Noi non possiamo prescindere dall'avere e dall'aver tutelato il nostro avere, ma possiamo avere delle norme di tutela delle parti più deboli, come società, come nazione, come singoli, come famiglie e queste norme testimoniano ed educano.

E poi c'è una fuga e la fuga è che non tutto si esaurisce con la nostra proprietà, perché noi comunque non possederemo sempre tutto, il tempo si prenderà anche noi.

Allora c'è una questione, che però riguarda i credenti (probabilmente anche i non credenti, ma che per i credenti dovrebbe essere chiara). È che per la tradizione biblica (qui si tratta della tradizione ebraica, ma ritengo anche per quella cristiana, seppur con diversità specifiche tra il mondo ebraico e il mondo cristiano) a differenza di altre culture, della cultura classica, l'età dell'oro non è dietro. L'età dell'oro per noi è davanti. Quando Dio vorrà “cieli nuovi e terra nuova”. Non significano chissà che cosa, ma significherà chissà che cosa di attivazione da parte nostra, oltre che di benedizione da parte del Padre eterno, in una prospettiva messianica e di redenzione e questo fa si che sia si una speranza, un tracciato, ma che abbia delle responsabilità.

E vorrei fare due esempi di responsabilità legati al non rubare, una se volete politica (ma di politica in senso alto) e una nel senso di non sequestrare. Negli anni '70 uscì un libro di un filosofo ebreo, un libro molto importante per la tradizione filosofica occidentale, “Il principio responsabilità”, l'autore fu il filosofo Hans Jonas. Giustamente Jonas sottolineava che l'etica in occidente, sia l'etica comune, sia quella di tradizione greca, sia di tradizione biblica ebraica, è sempre stata pensata come un'etica della prossimità. Lui, sullo sfondo delle vicende, anche della guerra fredda, ma non soltanto di quello, preveggendo un po' la nostra globalizzazione e il futuro, ha detto una cosa molto importante: la nostra etica deve essere anche un'etica che pensa alle generazioni future. Noi, se non metteremo freno a non rubare spazio, tempo, beni, possibilità di vita per chi verrà dopo di noi, sequestreremo vite e questo lo sappiamo tutti ed è un monito da tenere molto presente. I nostri sfondi, gli orizzonti della nostra responsabilità sono drammatici, soltanto a pensarci in maniera abbozzata uno si sente prendere da sacro timore. Però è una fuga anche questa da tenere presente.

E poi c'è un'ulteriore questione, che riguarda la giornata che noi stiamo vivendo, cioè nel dialogo ebraico-cristiano. Per circa diciassette secoli noi abbiamo rubato a noi stessi tempo. I rapporti tra ebraismo e cristianesimo, sapete tutti, sono stati disastrosi, hanno rubato speranza, hanno rubato vite, hanno rubato anche testimonianza del Dio vivente, se pure in maniera diversa, all'umanità e a noi stessi per vari secoli, con anche effetti che forse noi non riusciamo neanche bene a vagliare, mappare e comprendere.

Oggi non siamo più nel tempo del silenzio, fortunatamente, ma nel tempo della parola, che è anche tempo di dialogo e qui noi dobbiamo cercare di recuperare il tempo perduto. Questo non è un compito di diplomazia tra Rabbini e Vescovi, è un tempo di dialogo e di avventura, di incontri, delle cui responsabilità e dei cui orizzonti noi dobbiamo prenderci cura e responsabilità, perché può darsi che, sempre per la testimonianza del Dio della Bibbia che ha parlato a Israele, se recuperiamo un'intesa tra noi – pur sapendo che ci sono molte cose che ci dividono, ma c'è ancora di più che ci unisce – forse potremo rendere al mondo una testimonianza di fede migliore di quella che si è data negli ultimi secoli, che spesso, spesso ha rubato e sequestrato esistenze.

 

Testo non rivisto dall'Autore.

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