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Rolando Petrini


BRESCIA, ANGOLO VIA LECHI E LARGO TORRELUNGA

 

 

QUI ABITAVA
ROLANDO PETRINI
NATO NEL 1921
ARRESTATO IL 28.4.1944
COME POLITICO
DEPORTATO A MAUTHAUSEN GUSEN
ASSASSINATO IL 21.1.1945
 

 

Rolando Petrini, nato a Siena il 16 gennaio del 1921, è morto nel campo di lavoro di  Mauthausen - Gusen il 21 gennaio del 1945, all’età di 24 anni. Perito tecnico industriale e insegnante  all’Istituto “Moretto”, frequentava Ingegneria presso il Politecnico di Milano ed era animatore della sezione bresciana della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana).  Dovette interrompere ogni attività civile per arruolarsi: frequentò il corso Allievi Ufficiali di Artiglieria a Bra (Cuneo) per essere poi assegnato, col grado di sottotenente istruttore, alla Scuola di Artiglieria contraerea presso la caserma “Bella Di Cocco” di Milano. Dopo l’armistizio ritornò a Brescia e diede una svolta decisiva alla sua vita costituendo e comandando uno dei primi gruppi partigiani stanziato al colle di S. Zeno, tra Pezzaze e Pisogne. Aderì al movimento scoutistico clandestino delle Aquile Randagie e, dopo l’8 settembre 1943, entrò a far parte dell’O.S.C.A.R. (Organizzazione Scoutistica Collegamento Assistenza Ricercati), organizzazione ideata dai responsabili delle Aquile randagie milanesi e impegnata nella falsificazione di documenti, nella diffusione del giornale clandestino “Il Ribelle” e nelle operazioni di espatrio in Svizzera di ex prigionieri, ebrei, antifascisti e perseguitati di ogni fede politica. Il 9 novembre 1943, un centinaio di tedeschi e fascisti condussero l’attacco alla Croce di Marone, sulle pendici del monte Guglielmo: nel corso del rastrellamento Rolando riuscì a portare in salvo il suo gruppo e a riorganizzarlo ad Artogne come distaccamento della brigata Fiamme Verdi “Tito Speri”, movimento di resistenza, apolitico e di orientamento cattolico, in cui era attivissimo il fratello Enzo. Nonostante fosse ricercato dai tedeschi tornò a Milano e si reiscrisse sotto falso nome al Politecnico, dove conobbe Carlo Bianchi e Teresio Olivelli con i quali, insieme al fratello, cominciò a collaborare alla pubblicazione del foglio clandestino “Il Ribelle” e si occupò di tenere i collegamenti delle Fiamme Verdi tra la Val Camonica e il comando regionale lombardo. Dopo la cattura degli amici Olivelli e Bianchi, il 28 aprile 1944 venne arrestato a Milano mentre cercava di portare via materiale di propaganda compromettente dall’appartamento di Olivelli. Rimase alcuni giorni in carcere a San Vittore, il 9 giugno venne poi trasferito al campo di Fossoli, dove rimase fino al 25 luglio. Qui scrisse, firmandosi con una serie di pseudonimi (Mario Triola e tenente Benazzi), le prime lettere per la famiglia, in cui esprimeva le sue preoccupazioni, ma al tempo stesso la sua profonda fede in Dio, che lo aiutava a sopravvivere e a credere che ci fosse ancora una speranza: “Abbiate fiducia nell’avvenire ed in specie nella Divina Provvidenza. Siamo lontani fisicamente ma possiamo essere vicini nella preghiera, anzi è questo il mezzo per non lasciarci mai”. E ancora: “Qui si sloggia perché oramai la guerra è alle porte, ora si va  verso il Nord, ma oramai la partita è decisa per i nostri padroni e quindi spero di rivedervi presto. Di questo ne sono sicuro e vedo fiducioso l’avvenire come sempre”. Il 25 luglio fu condotto nel lager di Bolzano. Il 4 agosto venne deportato in Germania. Tentò la fuga ma fu catturato e destinato al campo di lavoro di Gusen I. Il 21 gennaio 1945 Rolando Petrini, malato e malnutrito, morì di stenti,  pagando il prezzo più alto per la scelta di essere - riprendendo le parole con cui padre Carlo Manziana amava ricordare “i molti eroi della fede e della libertà” - “combattente senz’odio” e “ribelle per amore”.
Qualche giorno prima dell’arresto scrisse una preghiera di certa ispirazione agostiniana:
Signore, aiutaci, ché senza di Te, siamo poveri stracci di carne sciorinati al vento delle passioni. Chi ci sosterrà, se non Tu, nel deserto in cui camminiamo? Affondiamo sempre di più nella mobile sabbia e il nostro passo è affaticato. Sentiamo l’ansia dell’oasi, l’arsura della sete del vero, il tarlo della fame del bene, ma la nostra carovana è esposta all’attacco di tutti i predoni. Biancheggiano le ossa dei viandanti nel deserto. Vuoto nome è la casa e la pace e l’amore. Signore, da’ Tu ai pochi in cammino la forza di non mutarsi in predoni, di sollevare le stanche ginocchia fino alla meta. Perché i portatori della Tua voce da sparuta carovana diventino moltitudine, perché ritorni la Tua presenza nella vita degli uomini. Questi umani branchi spauriti e inferociti dal temporale della guerra, in pazza corsa verso l’avvenire ignoto, frustati dall’odio e dalla paura. Se la croce del Cristo non si leverà ad arrestarli in un abbraccio di carità, gli uomini affogheranno in un mare di sangue per ritrovarsi spauriti ed ansiosi in più grande deserto. E tuttavia allora più vivamente Ti cercheranno, Signore, perché li salvi.
Rolando Petrini.
 
A cura degli studenti Gloria Barbieri, Carolina Guerini e Martina Scotti della classe 4M linguistico del Liceo  “Luzzago” di Brescia.
(*) Nonostante le ricerche eseguite interrogando i familiari, i testimoni dell’epoca,  come pure consultando l’Archivio di Stato di Brescia, e il Servizio Toponomastica del Comune di Brescia non si è riusciti a individuare con precisione la casa della famiglia Petrini, all’epoca posta in Via XXVIII Aprile al civico 18/a, perché la via nel dopoguerra fu divisa in Via 25 Aprile e Via Fratelli Lechi. Si è quindi deciso di collocare la Pietra d’inciampo all’inizio di Via Fratelli Lechi, nei pressi dell’angolo con Piazzale Torre Lunga.
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