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Celstino Bolis


S.PANCRAZIO, VIA LANCINI 47

 
QUI ABITAVA
CELESTINO BOLIS
NATO NEL 1922
INTERNATO MILITARE
ARRESTATO L’ 8.9.1943
ASSASSINATO IL 10.5.1944
 
Celestino Bolis nacque l’11 febbraio 1922 da Giovanni Bolis e Giuseppina Lancini a San Pancrazio che, a quel tempo, era una frazione comunale suddivisa tra i Comuni bresciani di Adro e di Erbusco. Abitava insieme ai suoi tre fratelli e alle due sorelle in via Lancini. Da bambino faceva scherzi alle cugine che lavoravano a maglia sotto il grande portico della cascina dove abitava tutta la famiglia Lancini. Diventò presto un bel ragazzo biondo, con gli occhi azzurri, alto 1,80 m, al quale numerose amiche delle cugine “facevano il filo”. Non svolgeva un lavoro fisso, perché a quel tempo non era facile trovare un’occupazione, ma andava a pescare, tagliava la legna nei boschi, cacciava. Nel 1943 fu arruolato nella Marina Militare. Partì e da allora non si seppe più nulla di lui. Purtroppo non riuscì a dare sue notizie, e né le sorelle né le cugine furono più in grado di rintracciarlo. Si presume che sia stato catturato dai soldati tedeschi l’8 settembre a Genova e deportato in un campo di concentramento in Germania a soli 21 anni. Un elemento molto importante per la ricostruzione della fine della sua vita è legato al ritrovamento di un biglietto infilato in una bottiglia da Celestino e lanciato dal treno in sosta alla stazione di Rovato. Il biglietto, consegnato alla famiglia da un conoscente, informava che prigioniero dei tedeschi era in viaggio per una destinazione ignota. Questa è l’ultima sua notizia giunta ai familiari prima di quella della morte, che risale al 10 maggio 1944, avvenuta in un campo di concentramento tedesco non meglio identificato. Il biglietto venne poi consegnato dai familiari al Comune di Palazzolo affinché si potessero cercare notizie riguardo ai suoi ultimi giorni. Racconta una cugina che dei suoi fratelli uno morì in guerra, mentre gli altri due ritornarono a casa. Qui la sorte non li risparmiò: uno, “padre di un figlio e mezzo”, perché la moglie era in attesa del secondo figlio, morì d’infarto durante un bombardamento mentre usciva dalla fabbrica Marzoli di Palazzolo; l’altro, sceso all’Oglio per pescare, fu fulminato dalla corrente elettrica. Le testimonianze raccolte esprimono l’ansia delle donne che da casa aspettavano il ritorno dei fratelli, dei mariti, dei figli, nella speranza di rivederli o di avere almeno loro notizie. Le lettere erano sottoposte alla censura dei tedeschi e quindi di molti non si sapeva più nulla. Per sopportare l’angoscia dell’attesa e ritrovare speranza, le donne si recavano a piedi fino a Caravaggio, dove sedicenti maghe leggevano le carte e predicevano il ritorno dei loro cari.
 
A cura degli studenti della classe III E della Scuola Secondaria di primo grado e delle classi IV e V della Scuola Primaria di S. Pancrazio, Primo Istituto Comprensivo di Palazzolo sull’Oglio
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