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Alfredo Russo


GARDONE RIVIERA, VICOLO ARS 10
 
QUI ABITAVA
ALFREDO RUSSO
NATO NEL 1871
ARRESTATO NEL DICEMBRE 1943
DEPORTATO AD AUSCHWITZ
ASSASSINATO IL 26-2-1944
 
Alfredo Russo fu Israele, era nato a Vienna il 25 settembre 1871; ebreo austriaco, nel 1938 ormai
pensionato dimorava a Merano dove stato un apprezzato cantante lirico del teatro locale. Dopo l’entrata in
vigore dei provvedimenti contro gli ebrei stranieri e in seguito all’accordo italo-germanico sulle opzioni (nel
luglio del 1939 il prefetto di Bolzano, aveva stabilito che tutti gli “ebrei stranieri” rimasti in provincia
dovessero lasciare il territorio nell’arco di 48 ore), il Russo era stato costretto ad abbandonare la città
dell’Alto Adige e dall’11 settembre del 1939 si era stabilito a Gardone Riviera. Dapprima aveva trovato
dimora in casa Rodolfi in corso Zanardelli 24 e successivamente, dal 17 aprile 1940, in via Roma 91
(corrispondente all’attuale vicolo Ars 10), in una stanza in affitto in “Casa Bacca”(dal nome del proprietario,
Bacca Pietro fu Teodoro). A partire dal giugno del 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia il soggiorno di
Alfredo Russo a Gardone era diventato di fatto un “internamento libero”.
In applicazione dell’ordinanza di polizia n.° 5 del 30 novembre 1943 venne arrestato da italiani nel mese di
dicembre 1943 e detenuto nel carcere di Salò. I documenti d’archivio informano che il 27 dicembre i
carabinieri della stazione di Gardone (Maresciallo maggiore Gavinelli Pierino e appuntato Gorgai Pietro)
tornarono nella dimora dove aveva abitato e per eseguire il sequestro dei pochi beni mobili che possedeva,
come si evince dal verbale che venne redatto.
Sono le stesse forze dell’ordine ad annotare che Alfredo Russo, a parte un numero consistente di libri (157)
scritti in lingua tedesca, possedeva solo pochi abiti, per di più “frusti”, non aveva altri beni e praticamente
viveva di carità.
Dal carcere di Salò, venne successivamente trasportato a Brescia a Canton Mombello.
Alfredo Russo era senza parenti e nullatenente, tuttavia, caso molto raro in quelle circostanze, intervenne
in suo aiuto una cittadina italiana di Merano, donna Luisa Lerber contessa Saracini. In data 3 gennaio 1944
la conoscente scrisse una lettera al capo della provincia di Brescia, Barbera, chiedendogli un intervento in
favore del Russo presso il questore Candrilli.
La lettera, è un esempio di coraggio e di generosità e fornisce anche una serie di informazioni sulla vita del
Russo: “vissuto 40 anni a Merano, membro del Civico Teatro […] considerato cantante di valore […]. Nel
1939 si portò a Gardone dove visse una vita assai grama. La sua pensione gli fu levata e sua moglie,
preferendo unirsi a un “ariano” lo lasciò per un ricco prestinaio di Innsbruck.” Ne traccia quindi un ritratto
psicologico: “persona affatto innocua, d’uno spirito gaio, gioviale, felice quando può stare al sole e dire una
buona parola a ciascuno che l’avvicina.” Sottolinea quindi i problemi legati alla salute: “Ha 73 anni, è
ammalato di artrite, la prigione lo sfinisce. I suoi dolori sono insopportabili. Ha le mani contratte e non può
più aprire le dita”. Consapevole dell’audacia della sua richiesta così conclude : “Non so se voi, Eccellenza,
trovate opportuno intromettervi in questo caso pietoso, ma delicato nei tempi che corrono. Le mie righe non
sono altro che una semplice preghiera dinnanzi all’altare della carità cristiana”.
Il capo della provincia, Barbera annota a mano in margine alla lettera: “liberarlo in considerazione delle sue
precarie condizioni di salute”. Dispose quindi in data 13 gennaio che venissero prese informazioni sul
soggetto da parte del podestà di Gardone e dei carabinieri. La risposta del primo, datata 18 gennaio riferiva
che “il Russo viveva mediante una piccola pensione e attraverso l’assistenza di varie famiglie gardonesi. Il
carattere mite e la buona condotta del suddetto hanno valso a destare una buona opinione sul suo conto da
parte della popolazione locale”.
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Analoga la risposta, datata 21 gennaio 1944, da parte del Ten. Col. Masina, comandante del gruppo carabinieri di Brescia: “il Russo si è sempre comportato da onesto cittadino […] si è sempre disinteressato di politica [...].Si esclude che egli sia pericoloso per l’ordine pubblico”.
Rassicurato da questi rapporti, il capo della provincia faceva predisporre il giorno stesso la lettera per il questore Candrilli, spedita poi il 26 gennaio 1944: “prego esaminare l’opportunità di far liberare dal carcere l’ebreo in oggetto in considerazione che trattasi di un vecchio di 73 anni innocuo”. L’8 febbraio giungeva la secca risposta del questore: “Comunico che l’ebreo in oggetto in data odierna è stato avviato al campo di concentramento di Carpi […]”. Più avanti chiariva con asettico zelo che “non si è potuto esaminare l’opportunità della sua liberazione per l’età avanzata in quanto nessuna sospensione dell’internamento è stata prevista dal ministero nei confronti degli ebrei stranieri”.
In data 18 febbraio 1944 il capo della provincia rispondeva quindi alla contessa Saracini che la richiesta di liberazione aveva avuto esito negativo in quanto «nessuna sospensione dall’internamento è stata prevista per gli ebrei stranieri”.
Anche Alfredo Russo partì dal campo di Fossoli, il 22 febbraio 1944, come Massimo Loewy, Primo Levi e Guido e Alberto dalla Volta con destinazione Auschwitz dove arrivò la sera del 26 febbraio.
Non passò la selezione e risulta ucciso all’arrivo. (fonte 1b, convoglio 08)
Scrive Liliana Picciotto a proposito di questo “trasporto”:
“La mattina del 22 febbraio 1944 gli ufficiali fecero l’appello sulla base di un elenco alfabetico. Le persone in partenza secondo quanto ricorda Primo Levi, erano 650. Furono trasportate in autobus alla stazione di Carpi.
Durante le operazioni di carico, si verificarono scene di violenza, insolite per le deportazioni dall’Italia dove la calcolata prudenza degli atteggiamenti tedeschi serviva a sostenere l’inganno sul destino finale delle vittime. Eppure alcuni deportati vennero percossi con il calcio dei fucili.
[…]
Il treno era composto da 12 vagoni merci, ciascuno dei quali occupato da 50-60 persone, più un vagone per la scorta. Malgrado il carico fosse avvenuto al mattino, il treno non si mosse che a sera. I deportati avevano fatto a tempo a leggere all’esterno su una lavagnetta la scritta Auschwitz.
Durante il viaggio ci furono almeno tre decessi, ma i corpi non furono scaricati lungo il percorso. […]
Il convoglio terminò il suo viaggio la sera del 26 febbraio; il treno si fermò a uno scalo secondario, davanti alla fila di depositi di patate della stazione civile della città di Auschwitz, la banchina nota come Judenrampe.
[…] Sulla banchina stessa dopo lo scarico violento dei “passeggeri” venne effettuata la selezione tra i validi per il lavoro e gli invalidi: portatori di handicap, donne con bambini in braccio o per mano, donne e uomini con i capelli bianchi. La maggior parte dei deportati venne selezionata, caricata su dei camion in attesa e diretti verso gli impianti di assassinio. Solo 124 persone furono scelte per essere avviate a piedi verso l’immatricolazione nel campo. Di queste, 95 erano uomini, che ricevettero il numero di matricola da 174.4571 a 174.565; le donne immatricolate furono 29 e presero i numeri da 75.669 a 75.697.” (Picciotto, Liliana: L’alba ci colse come un tradimento, Mondadori 2010, pagg. 116-117).
La vicenda di Alfredo Russo secondo lo storico Marino Ruzzenenti può leggersi come “speculare” a quella della famiglia Loewy di Salò: il questore Candrillii che pochi giorni prima era stato indotto da pressioni tedesche a liberare due ebree di nazionalità germanica “miste” residenti a Salò considerate deportabili secondo la normativa italiana, mentre la legislazione tedesca le escludeva , mostra in questo caso la più scrupolosa osservanza della normativa e rifiuta un atto di clemenza. (Alfredo Russo aveva 73 anni; l’ordinanza di polizia n°5 del 30 novembre 1943 prevedeva per gli ebrei italiani che gli ultrasettantenni fossero esentati dall’internamento, non così invece per gli ebrei stranieri ).
Nel bresciano la persecuzione degli ebrei fu opera di italiani che avevano una migliore conoscenza del territorio e la resero particolarmente efficace, nel caso di Alfredo Russo, con un’aggiunta di spietatezza e di accanimento.
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A livello più generale questa storia sembra mettere in rilievo anche una sorta di sottile gioco di affermazione di sovranità fra occupante e alleato/occupato: la materia antiebraica diventa insomma per i fascisti repubblicani uno strumento per affermare un potere che in altri settori non potevano esplicitare.
Da un punto di vista morale è da rilevare tuttavia come, anche in circostanze così tragiche e purtroppo solo di scorcio, sia individuabile la presenza della figura del giusto: la contessa Lerber Saracini ebbe il coraggio di dire di no, di esporsi e di prendere le difese dell’amico. La sua azione non otterrà l’effetto sperato, ma ci permette di riflettere sulla presenza, anche nei momenti più neri della storia, di persone che hanno scelto con consapevolezza di “restare umane”, di rischiare e di esporsi in nome delle proprie convinzioni.
 
Prassede Gnecchi, Gavardo
 
Fonti:
Ruzzenenti, Marino: La capitale della RSI e la Shoah, Gam 2006
Ruzzenenti, Marino: Le colpe degli italiani, manifestolibri 2011
Asb, b.158: Archivio di Stato di Brescia, Prefettura, Ufficio di gabinetto, b. 158, appartenenti alla “razza ebraica”, f. M-Z, 1941-1948
Picciotto, Liliana: L’alba ci colse come un tradimento, Mondadori 2010
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