Attualità; della pedagogia e dell’esperienza spirituale di Giovanni Modugno

ATTUALITÀ DELLA PEDAGOGIA E DELL’ESPERIENZA SPIRITUALE DI GIOVANNI MODUGNO[1]

Chi si accosta alle opere di Giovanni Modugno e, soprattutto, chi ha ricevuto il beneficio della sua comunicazione spirituale, sa che il pedagogista pugliese è uno di quegli uomini, molto rari, che pensano ed operano con profonda serietà, senza porsi al riparo delle etichette di moda, rifiutando pregiudizio e paradosso, e congiungendo con sincerità rigorosa ed impegno magnanimo pensiero e vita. È difficile scrivere di Modugno proprio per la ragione che egli aveva guadagnato sulla vita e sul mondo un punto di vista estremamente semplice ed insieme unitario, che fa di lui un pensatore ed un saggio, un realista acuto ed un indomito milite del dover essere, un anticonformista formidabile ed un uomo di sintesi, che ha un sentimento troppo vivo della complessità del reale per attenersi scontrosamente ad un solo punto di vista, per non cogliere in ogni posizione, anche la più contrastante, quell’anima di verità che la rende credibile.

Per questo, ritengo opportuna una rigorosa, preliminare limitazione: l’approccio al pensiero e alla vita del Nostro sarà tentato da due distinti e convergenti punti di vista. In primo luogo vedremo in Modugno l’educatore del popolo, il pedagogista politico, colui che ha elaborato la concezione della pedagogia come etica dell’educazione; in secondo luogo ci sforzeremo di chiarire le linee essenziali della dialettica ascensiva dei tre stadi che hanno caratterizzato la sua esistenza (scienza, filosofia, religione), tentando di delineare la visione che il Nostro ebbe del divenire cristiano nel mondo.

  1. L’educatore del popolo

Fin dagli anni della precoce adolescenza e della pensosa giovinezza, Giovanni Modugno sentì in sé, profonda, la vocazione alla scienza e alla cultura in funzione di un’alta idea di rinnovamento sociale. La sorte degli umili, dei contadini, degli operai, specialmente nel Mezzogiorno tra lo scorcio del secolo scorso e il primo decennio del nostro, costituiva un arduo e aspro problema che suscitava l’impegno, l’entusiasmo, la dedizione degli spiriti più generosi.

Molteplici erano le cause per cui nel Mezzogiorno la questione sociale rivestiva carattere di particolare gravità: alcune rinviavano a plurisecolari strozzature, altre ad ingiustizie più recenti e rattristanti perché in parte evitabili quali, ad esempio, dopo l’unificazione, la mancata soluzione del problema della terra, l’oppressione tributaria dell’agricoltura, l’astratta uniformità legislativa, il protezionismo doganale instaurato a beneficio di poche industrie privilegiate del Nord e a totale rovina della produzione agricola meridionale. Questi mali furono aggravati fino all’esasperazione dalla politica megalomane e reazionaria del Crispi, protagonista della storia politica del nostro paese tra il 1887 e il 1896; e gli effetti furono disastrosi: crebbero la miseria e le agitazioni sociali e si dette alimento alle tendenze anarchiche e ribellistiche.

Crispi, interprete fedele delle eccessive paure della borghesia italiana di fronte all’incalzare delle forze popolari, dette il via ad una politica di repressione militare dei molti contadini e operai, con particolare accanimento reazionario nei confronti delle plebi rurali del Sud. Il tentativo reazionario continuò dopo la caduta del Crispi e culminò, come è noto, nelle feroci repressioni del 1898, antecedente immediato dell’assassinio di Umberto I.

In quel clima, in quegli anni il Nostro, ancor giovinetto, operò una scelta di fondo: fu per gli umiliati e gli offesi e lottò per essi, insieme al fratello Vincenzo e ad altri giovani animosi, con una generosità che ignorava il calcolo e la minaccia: egli fu socialista quando il socialismo era un ideale di sacrificio, un rischio, una prova di abnegazione, una testimonianza, una lotta per la giustizia sociale.

Nel famoso decennio 1903 – 1913 dell’età giolittiana, la lotta si fece ancor più intensa e impegnativa. Il liberalismo dello statista piemontese era, infatti, a doppia faccia, bifronte: democratico e filosocialista nel Nord, clientelare, trasformista, autoritario e persecutorio nel Sud. Il giolittismo sanciva di fatto l’alleanza tra i due gruppi di nuovi privilegiati, capitalismo industriale protetto e proletariato industriale, cioè tra le forze politicamente meglio organizzate e perciò più influenti, a spese della gran massa dei consumatori e dei contribuenti in genere e del Mezzogiorno in particolare. Le organizzazioni socialiste preferirono continuare la loro politica mirante ad ottenere miglioramenti di salario e benefici limitati alle aristocrazie operaie. Chi dette voce alle esigenze della ragione e insieme al grido di dolore del Mezzogiorno fu in quegli anni Gaetano Salvemini e Modugno fu accanto a lui.

Modugno, che nel 1909 con altri giovani professionisti e studenti aveva iniziato una campagna per la bonifica civile e politica del collegio di Bitonto, apprese dai giornali la notizia che Gaetano Salvemini, nelle  famose elezioni politiche di Albano, alla vigilia del ballottaggio, rinunziava alla vittoria per protestare contro coloro i quali, pur di farlo riuscire erano disposti ad adoperare i medesimi sistemi di frode degli avversai. «Noi vedemmo – scrive il Modugno in una pagina autobiografica – nel gesto del Salvemini una profonda affinità con le nostre aspirazioni e col nostro programma di moralizzare la politica del nostro Mezzogiorno e, pertanto, lo seguimmo poi con fervore nelle sue campagne dell’Unità… che riuscirono ben presto ad imporre in Italia ai partiti democratici la revisione dei loro programmi e misero in luce i problemi più urgenti e concreti del tempo… Quando decidemmo di presentare Salvemini nelle elezioni politiche del 1913 a candidato del collegio di Bitonto, io mi recai a Molfetta per proporgli la candidatura e da allora mi legai con lui in affettuosa amicizia».

Anche negli ultimi anni Modugno rievocava con passione non spenta le battaglie combattute insieme a Salvemini per la redenzione della nostra gente e sebbene raddolcisse, nel fervore del suo antifascismo, la condanna di Giolitti – l’homo novus che intese la legittimità della lotta di classe e dell’ascesa economica del quarto stato – ferme rimasero sempre le ragioni precise della sua condanna del protezionismo parassitario e dei sistemi giolittiani nell’Italia meridionale e, anzi, ai suoi occhi, il fascismo non fu che l’estensione a tutta l’Italia del metodo dei mazzieri, delle pressioni e dei brogli da parte dei poteri costituiti, metodo che Giolitti adoperava solo nel Mezzogiorno allo scopo di crearsi così una maggioranza assoluta, una riserva di deputati a lui personalmente devoti e legati. Le esperienze politiche del Nostro furono per lo più dolorose per l’immaturità dei tempi, per le vaste e profonde carenze di un popolo giunto nel giugno del 1912 al suffragio universale maschile in gran parte senza l’alfabeto e col peso di spaventose passività ataviche; ma Modugno non sarebbe diventato un grande cristiano se non fosse passato per quelle lotte, per quelle sofferenze, se non fosse stato partecipe delle ansie, delle speranze, dei bisogni della povera gente. Attraverso la sua persona la cultura entrò in dialogo con il mondo operaio e contadino e gli ideali più alti divennero principi di vita per schiere innumerevoli di giovani. In un articolo del 1912 sulla «Pro-cultura» il Modugno scriveva: «Io vi confesso che talora, quando passo le ore silenziose della notte nella mia stanza, in compagnia dei miei libri, dei miei ideali, dei miei pensieri e avverto la gioia di vivere di quella vita spirituale che è negata alla maggioranza, io sento per questa una pietà immensa e, misto alla pietà, un rimorso ancor più grande di quello da cui mi sento mordere quando, a stomaco pieno, vedo nella via una misera creatura umana che soffre la fame»[2]. E non si può leggere senza commozione una pagina di diario del Nostro, di qualche anno più tardi, pagina che si potrebbe intitolare «Il bacio del contadino». «Purtroppo i contadini, i socialisti e i loro avversari hanno tutti, chi più chi meno, la tendenza alla sopraffazione. Questa forza cieca sonnecchia un po’ in tutti… Perciò io mi trovo a disagio: non mi sento uomo di parte; son troppo educatore per far della politica. Ho fatto intanto tutto il mio dovere, e forse non inutilmente. Non mi sono tirato indietro in un momento di grave responsabilità… Pure ieri sera, nella Lega dei contadini, avvertii in un certo momento tutto il mio disagio, perché notavo che essi non riuscivano a fare lo sforzo di pensare serenamente. E pensavo che ambiente per me più adatto era la scuola, la mia scuola. Ma mentre uscivo un contadino mi si avvicinò, mi baciò e voleva – ma naturalmente non glielo permisi – baciarmi la mano, dicendo: “Non ci abbandonare”. No – volevo rispondere – io sento il bisogno di non abbandonarvi, perché i miei alunni non mi bastano. Ma io, così come son fatto, posso essere non il vostro condottiero, ma il vostro educatore».

Per questo profondo amore della povera gente il Modugno, che non si dava mai pace se non tramutava un pensiero in un’azione, istituì la scuola di cultura e iniziò corsi di lezione ai lavoratori, lezioni alle quali, per sua intima ricompensa, vide partecipare anche le mogli e le sorelle dei contadini e degli artigiani per quella adeguazione didattica in cui era maestro e in cui scorgeva un’opera di carità.

Per il Modugno, la questione sociale è oltre tutto un problema di educazione intesa come restituzione dell’uomo al suo centro interiore, all’autonomia di giudizio, alla capacità di documentarsi, di ragionare, di orientarsi nella vita; è restituzione dell’uomo alla coscienza e all’attuazione della propria dignità morale. «Si può – scrive il Nostro – volere una data soluzione della questione sociale, ma per differenti fini: per un maggior benessere materiale o per l’elevazione spirituale. Ora, che appunto l’elevazione spirituale, e non la corsa sfrenata dei bisogni materiali, diventi il faro che illumini la coscienza popolare nelle sue giuste rivendicazioni; che quella qualsiasi maniera, con cui verrà risolta la questione sociale, sia davvero un mezzo per sviluppare la coscienza di ogni creatura umana; che l’indipendenza economica sia un mezzo di libertà morale e non di servaggio alle passioni: questo mi pare il compito più urgente della scuola del ventesimo secolo, perché non è ancora chiara nel popolo l’aspirazione a nuovi e maggiori beni spirituali. Bisogna togliersi l’illusione che, senza una profonda concezione morale, basti liberarsi dai cattivi ordinamenti economici e politici, per realizzare l’ideale democratico… Il male più che all’esterno cova e freme nell’animo umano e la libertà morale non è un dato, ma faticosa diuturna conquista».

  1. Il programma scolastico della democrazia

Il programma scolastico della nuova Democrazia, pubblicato dall’editore Sandron nel 1917, in piena guerra, è l’opera in cui il Modugno mise a fuoco le sue convinzioni più profonde maturate in anni di lotta politica e di apostolato sociale. Quel libro addita con estrema energia nella scuola il problema numero uno della società italiana. «Se nella democrazia l’età moderna, più che un determinato meccanismo di gestione dello stato e di organizzazione della vita sociale, vede specialmente l’esigenza di rispettare e di svolgere in ogni uomo la personalità umana, il compito della scuola coincide  con la suprema idealità della democrazia; è dunque evidente che il primo dei problemi che la nuova democrazia è chiamata a risolvere in Italia è appunto il problema scolastico»[3].

Le tesi di questa mirabile opera di pedagogia politica sono attuali, di quell’attualità non perenta perché vera: la scuola a tutti; una scuola che si prolunghi per tutti oltre le elementari; una scuola il cui valore formativo derivi dallo sviluppo armonico della iniziazione all’umano, della coscienza civica e della preparazione professionale; una scuola chiamata non più a preparare «l’uomo adatto», bensì a sviluppare al massimo «le capacità di adattamento» di ciascun allievo, perché solo così i giovani potranno trovarsi a loro agio in un mondo in continua evoluzione.

«L’opera educativa della scuola – lamenta il Nostro – comincia troppo tardi. Chi ha pratica di scuole elementari sa che restano assai spesso infruttuosi gli sforzi che fa il maestro per dirozzare i fanciulli delle prime classi e per distruggere o almeno attenuare gli effetti dell’azione antieducativa che sulla loro anima generalmente esercita l’ambiente familiare e sociale, proprio negli anni preziosi che precedono l’età della scuola. Il sistema assurdo di sciupar tempo e moneta a costruire un edificio vacillante perché non si provvide a tempo a gettare le solide fondamenta, potrà cessare solo quando si farà strada nell’opinione pubblica la convinzione che la scuola primaria deve essere in ogni comune preceduta dai giardini d’infanzia, non lasciati, come ora, alle iniziative sporadiche e insufficienti degli enti locali o dei privati caritatevoli. Il giardino d’infanzia è il primo gradino della scuola nazionale e non deve mancare in nessun comune d’Italia»[4].

La scuola, d’altra parte, deve liberarsi dalla pretesa che falsifica tutto il processo educativo: l’illusione che tutto si possa e si debba imparare nella scuola. «Questa illusione, insieme con il disconoscimento della vera funzione della scuola, rende spesso pletorici, assurdi e antididattici i programmi d’insegnamento, i quali pretendono di insegnare ad alunni di tenera età quello che può essere interessante ed utile solo per chi è più innanzi negli anni. Donde la necessità di prolungare per i ragazzi alla preadolescenza il corso degli studi, evitando forme di adultismo e di enciclopedismo capaci di spegnere la naturale sete di conoscenza del fanciullo»[5].

Il Nostro vide, con la forza che gli veniva da un’esperienza vitale, che l’educazione del popolo non può prescindere da un articolato programma di educazione degli adulti.  «Un grande compito, specialmente per l’educazione degli adulti, è affidato alle libere istituzioni di cultura popolare (biblioteche, università popolari, circoli di cultura) purché nella scelta degli argomenti da insegnare e nella loro esposizione non si dimentichi che bisogna muovere dalle condizioni ed interessi degli uditori e che bisogna presentare la materia sotto forma di problemi vitali da studiare, purché non si dimentichi che insegnare sia in una scuola sia in una lega di contadini analfabeti non è travasare una verità nella mente degli altri, ma ricostruirla insieme, stimolandone l’intelligenza»[6].

Come si vede nel pensiero del Modugno vi è perfetta circolarità e reciproca implicazione tra educazione dell’infanzia, a partire dalla scuola materna e educazione degli adulti: infatti se la prima è condizione e premessa essenziale ad una vita umana dell’adulto, la formazione dell’adulto è indispensabile a tutelare le ragioni dell’educazione del fanciullo, e, in generale, a garantire la continuità del processo dell’educazione umana. In ogni caso l’educazione degli adulti è compito imposto dal nostro tempo, se è vero come è vero che ogni individuo deve essere cittadino pienamente capace dell’esercizio dei diritti e dei doveri connessi alla vita della comunità. Immettere nel processo di acquisizione dei beni di cultura la totalità degli esseri umani, e quindi anche gli adulti che ne fossero stati esclusi, è tendenza promotrice d’umanità ed è pertanto uno dei compiti ineludibili della società democratica.  «In conformità di questo ideale che i nostri tempi richiedono, noi vogliamo formare lavoratori pratici, seri, realistici, ricchi di iniziativa, che il loro ufficio, modesto od alto, sappiano compiere nella suddivisione del lavoro umano in maniera precisa e ordinata; ma ci ripugna ridurli ad inanimate per quanto precise macchine del gigantesco ingranaggio. Noi vogliamo che dopo il lavoro possa il lavoratore abbandonarsi all’otium – che è ben differente dal riposo che la società concede allo schiavo per mangiare e per dormire – per partecipare al pane quotidiano della vita dello spirito, vita di poesia, di contemplazione e di pensiero. Noi vogliamo che anche nel compimento dei doveri del cittadino possa il lavoratore far sentire la sua gentilezza d’animo, il suo spirito di tolleranza e di fraternità, la sua devozione ad una idealità superiore, a cui sappia sempre subordinare gli interessi individuali»[7].

La visone pedagogica del Modugno è tutta sorretta da una schietta animazione sociale e autenticamente patriottica. «Dai nostri padri ereditammo l’unità politica della patria, noi le daremo l’unità morale e civile; per loro fu compiuta la nazione, attraverso guerre e gesta diplomatiche, per noi sarà affermata attraverso il lavoro e la cultura; per loro fu redento il popolo dalla servitù straniera e da quella nostrale, per noi sarà redento dalla miseria, dall’ignoranza, dalla incoscienza civile. Diversi i compiti, essi sono però idealmente tra loro legati; né, per variar di fini e idealità, varia il sentimento di devozione e abnegazione, con cui l’individuo e la generazione per quei fini e per quelle idealità vivono e si consacrano. Nel nuovo Risorgimento che sarà opera nostra c’è bisogno soprattutto di fede e spirito di sacrificio, forse maggiori di quanto non occorressero nel primo»[8].

L’educatore del popolo, il pedagogista politico aveva scelto la professione dell’insegnamento e nessuna altra forma di attività a lui offerta dal fraterno amico Lombardo Radice – né il Provveditorato regionale agli Studi, né la direzione di riviste pedagogiche, né l’università – riuscirà a strapparlo a quella scelta vocazionale. L’istituto Galilei a Napoli e poi Corato, Barletta, Bari saranno le tappe successive del suo itinerario di maestro, della sua incantevole fedeltà ai giovani, prima come docente di scienze naturali, poi come direttore del Ginnasio magistrale, infine come professore di Filosofia e Pedagogia. L’insegnamento lo poneva di fronte alla realtà della scuola italiana e tutto il suo pensiero convergeva verso la soluzione di problemi educativi, mentre nel contempo egli slargava gli orizzonti della pedagogia sino a conferire ad essa la significazione più alta che mai sia stata data al suo valore: Modugno fece uscire la pedagogia dall’ambito della vita scolastica per investire la vita umana nella sua interezza. Egli, infatti, intese la pedagogia come «scienza ed arte della direzione delle anime e della comunicazione della volontà, non solo per la guida della gioventù, ma per tutte le classi e gli stati sociali».

La strenua volontà di portare un contributo di fatti e di idee alla soluzione dei problemi che travagliano la nostra scuola indusse il Modugno ad una vivace collaborazione alle riviste pedagogiche del tempo. Nacquero così pagine sobrie, schive di ogni artificio, miranti a trattare i problemi-base, quei problemi talmente essenziali che sembrano modesti e invece sono formidabili, perché sono le questioni-chiave dell’educazione e della scuola. Modugno sapeva andare al cuore delle cose con un processo di rigorosa semplificazione, che accantona intenzionalmente le divagazioni erudite, la facile polemica, perché a lui non importava vincere, ma ritrovarsi con l’avversario su un piano più alto, sul piano della soluzione più realistica e più degna del problema in discussione.

  1. La scuola, il classismo, l’educazione politica

Non è qui il luogo per seguire analiticamente il pensiero del Modugno, ma non posso tacere alcuni motivi di estrema validità così come è dato coglierli leggendo il volume Problemi della scuola italiana in cui il Nostro raccoglie scritti pubblicati in un arco di tempo che va dal 1916 al 1945[9].

Accenti profetici è dato cogliere nella polemica del 1916 con Vincenzo Cento in difesa dell’educazione nazionale contro la scuola nazionalistica, posta al servizio di una ideologia esclusivistica  «che ha la funesta tendenza a spezzare il genere umano in due parti: l’una degli eletti (la propria nazione), l’altra degli stranieri, considerati quasi non uomini, privi di quei diritti che si vogliono affermare dei propri connazionali. Una siffatta scuola, seminatrice di odii e di divisioni, anziché ispiratrice di affratellamento, non sarebbe se non un impoverimento e imbarbarimento della coscienza moderna [10]. Dobbiamo tornare al patriottismo risorgimentale che integra l’amore per la propria nazione nella coscienza morale, ammoniva il Nostro, quando il neo-paganesimo fascista e razzista non erano ancora sorti e i grandi crimini della persecuzione ebraica non erano neppure immaginabili.

Assai dibattuto era già allora il problema se la scuola possa impartire un’educazione classica. Già nel 1919 in uno stupendo discorso su La nuova coscienza di libertà e la scuola nel secolo XX, Modugno rispondeva di no, e non certo per un sopraggiunto moderatismo politico. «L’azione educativa dev’essere educazione di popolo e non educazione di classe, giacché lo spirito pedagogico fa sì che in ogni questione educativa la classe si universalizzi nel popolo; altrimenti si avrebbe l’educazione di classe, che è una nuova artificiosa educazione ad usum delphini (qui il delfino sarebbe la massa popolare), che presto o tardi scopre coll’uso la trama filacciosa dell’artificio e il secondo fine».

Se la scuola, infatti, prendesse partito contro le aspirazioni del proletariato, finirebbe coll’alienarsi l’anima del popolo e snaturerebbe la scuola, che è per la collettività, e non per questa o quella classe. Enucleando, per così dire, dall’aspirazione alla libertà economica quanto vi è di universale – l’aspirazione cioè allo sviluppo dell’umanità ch’è in ogni individuo – e facendone riconoscere tutto il valore, la scuola contribuirebbe a chiarire nella coscienza contemporanea la questione sociale, giacché la classe borghese, che nelle rivendicazioni economiche dei lavoratori vede solo una prepotenza o una ingordigia, vedrebbe che dietro a quelle rivendicazioni si nasconde il primo e principale dovere di ogni uomo: sviluppare la propria umanità. E dal canto suo la classe lavoratrice, che purtroppo vede assai spesso nelle rivendicazioni economiche un valore supremo, anziché un mezzo, dimenticando che il valore veramente supremo è nella elevazione spirituale, vedrebbe le cose nel loro giusto valore»[11].

Il socialista Modugno non accettò mai la dottrina ufficiale marxista della morale come sottoprodotto o sovrastruttura dell’economico. «Nel socialismo v’è, senza dubbio, l’affermazione del principio che l’uomo ha il diritto sulla sua persona e sulla sua attività libera… non si può dunque negare che in esso vi sia un’intima aspirazione verso una morale umana; ma secondo il marxismo la morale umana si potrà realizzare solo quando saranno scomparsi dalla vita anche i ricordi degli antagonismi di classe: per ora non può, anzi non deve servire come guida perché la condotta informata alla superiore morale umana sarebbe dannosa, se venisse seguita mentre persistono le classi sociali. Orbene, esclama il Nostro, è qui il punto debole del marxismo: nel considerare la morale superiore alle classi come una meta lontana e non invece come qualcosa che abbia, in tutti i tempi e in tutte le condizioni, valore assoluto e universale. E poi, alla morale umana si giungerebbe dopo la soppressione delle classi ed un indeterminato periodo di dittatura. La dittatura dunque viene ammessa ed è veramente da astratti, conoscendo la natura umana, pensare che dalla violenza si possa generare la pace, dalla dittatura la libertà, dalla morale di classe la morale umana».

Modugno affronta un altro tema di vivace dibattito: se nella scuola si debba far politica. In regime democratico qual è l’atteggiamento della scuola di fronte ai partiti politici? «Anziché di apoliticità della scuola – risponde il Nostro – bisognerebbe parlare piuttosto di una ben intesa educazione politica, la quale non deve mirare – questo è il punto – a una prematura orientazione politica degli alunni, come ha tentato, con risultati disastrosi, il passato regime, che dall’accaparramento dei giovani e dell’imbottimento dei cervelli aveva fatto un mostruoso monopolio… Le inevitabili risonanze della vita politica dovrebbero dal cauto e sapiente educatore venire utilizzate per esercitare gli alunni nell’auspicato metodo della libertà, che domanda, fra l’altro, di mantenersi sereni ed equanimi coi condiscepoli di opinioni opposte. È, infatti, quanto mai necessario e urgente, nei nostri tempi, che la scuola si sforzi di formare uomini capaci di lottare con ardore e con fermezza per il trionfo dei propri ideali, ma nello stesso tempo capaci di vedere nell’avversario non un nemico da stroncare, bensì un’anima fedele ad un ideale diverso dal proprio; si sforzi di addestrare i giovani nella vita scolastica ed extra-scolastica a decidere i contrasti in forma umana, e non già in modi belluini; d’iniziarli all’arte d’intendersi a vicenda sugli interessi, sulle opinioni, sui principi più disparati; di esercitarli a penetrare nell’animo altrui e a rispettare i diritti e i sentimenti; di bollare a fuoco gli attaccabrighe, che fan degenerare una discussione in un alterco o in una rissa; di far scoprire quanta debolezza e rozzezza si nascondono dietro la intollerante affermazione del proprio io, e quanta forza d’animo occorra, invece, per conservare la calma di fronte a un avversario impetuoso, per mantenere la concordia nel cozzo delle idee, per raggiungere l’unità dei contrari… Lungi, dunque, dal fomentare nei giovani lo spirito di parte, gli educatori hanno il compito di guidarli – così come la loro età consente – ad assurgere gradatamente dal passionale alla sfera del pensiero, fino al punto di poter giudicare i partiti soltanto come mezzi per raggiungere un comune fine superiore»[12].

Il costante interesse del Modugno e i suoi vividi, precisi contributi al problema de La preparazione degli educatori[13] – come suona il titolo di un’opera che quegli scritti raccoglie – nasceva da una precisa convinzione: non c’è effettiva riforma della scuola senza educatori all’altezza della loro missione; il mesteriantismo e il burocraticismo non hanno mai attuata nessuna vera riforma[14]. Possono esserci bravi medici – si chiedeva il Nostro – senza studi seri e senza un adeguato tirocinio in clinica? No, evidentemente. Allo stesso modo senza educatori colti che abbiano il gusto della ricerca e siano moralmente formati, consapevoli e alteri del nobile compito, che abbiano sperimentato l’insegnamento mediante un tirocinio condotto con metodo, senza improvvisazioni e senza astrattezze, senza educatori preparati secondo questo spirito tutto il resto della macchina scolastica è la quinta ruota del carro. Per questo Modugno, uno dei primi e più nobili rappresentanti dell’attivismo pedagogico in Italia, e senza dubbio il maggior esponente dell’attivismo etico-sociale, quello di cui le nostre scuole han più bisogno perché riguarda l’anima stessa dell’educazione, volle essere soprattutto un educatore di maestri e visse, scrisse, operò per la scuola, bruciando nell’ardore della sua passione, senza soste e senza riserve, tutte le sue energie.

  1. Il problema della vita e il Vangelo

Sulla vita di Modugno, sul suo itinerario spirituale un interrogativo si pone e ripropone di continuo: come egli giunse al Cristianesimo cattolico? Amico fraterno di Salvemini, mai la polemica anticlericale lo ebbe convinto fautore; lo infastidiva per il suo inevitabile confondere in un unico fascio il troppo umano e il sacro. Socialista, fu sempre avverso ai miti disumani della dittatura, del collettivismo burocratico e dell’assoluto economicismo, respingendo come una ingombrante eredità l’antiteismo ufficiale. Egli era fuori, ma non contro il Cristianesimo. Sempre combatté le alleanze impure, le timidezze devote, la mentalità da «ancien régime» di certi cattolici, il clericalismo, il conservatorismo e fu implacabile nel denunziarne il camuffamento pseudoreligioso. Pure nella sua stessa rampogna viveva un’esigenza cristiana, la quale non solo si manifestava nel rispetto per la morale evangelica secondo cui vivere, ma si alimentava ad essa.

Il Cristianesimo dovette, infatti, ben presto apparire alla sua anima il più alto codice di vita morale dell’umanità, la più solenne consacrazione del valore della persona umana, la rivoluzione più grande della storia, superiore senza dubbio a quante altre la precedettero e la seguirono; ma egli era lontano dal Cristo della fede e molto più dalla Chiesa Cattolica, pagando in ciò il suo tributo allo spirito del tempo, dominato da una mentalità alla Renan in fatto di religione.

Per quali vie, appunto, il Modugno pervenne al Cristo della fede e, per Lui, al Cattolicesimo? Modugno non ha mai esplicitamente scritto in prima persona di ciò che gli era più caro e in una lettera del 1930 all’amico fraterno Giuseppe Lombardo-Radice afferma testualmente: «Ho una invincibile ripugnanza a parlare di ciò che c’è nell’intimo dell’animo mio»[15]. Il Modugno aveva il pudore delle cose più alte, delle realtà maturate nel profondo, e in questo fu tanto simile a due grandi cristiani che egli amò per connaturale affinità, Manzoni e Newmann. Sant’Agostino nelle Confessioni (Libro X, 8), contemplando gli sconfinati orizzonti della vita interiore, ha un’espressione in cui vibra un ardente entusiasmo che non è vana esaltazione retorica, ma celebrazione della profondità dell’uomo: «animus ad habendum se ipsum angustus est», l’anima è angusta a capire se stessa. Pascal, annotando con il rigore dello scienziato quello che sperimentò nella notte di fuoco del 23 novembre 1654, nel «Memoriale» – un breve testo che conta tuttavia tra le espressioni religiose più intense che a noi siano pervenute – quando si fa chiara ai suoi occhi la grandezza del Dio vivente («Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, non dei filosofi e dei dotti») e il bisogno che l’uomo ha del Dio di Gesù Cristo al quale non si perviene se non attraverso le vie del Vangelo, proprio nel cuore della sua più commossa esperienza cristiana esclama: «Grandeur de l’âme humaine», affermando la grandezza come costitutivo dell’umano. Nel frammento 409 dei Pensieri ribadiva: «La grandezza dell’uomo è così evidente che si deduce dalla sua miseria». Anche per Modugno come per ogni spirito autenticamente cristiano l’uomo deve unirsi a Dio non per mezzo di uno svanire panteista, né per cancellazione dei tratti individuali nell’oceano della divinità, ma per il tramite di una coscienza potenziata. L’unione con Dio non si compie che nella personalità e l’umanesimo vero è quello cristiano. Chi ha rivelato il volto di Dio all’uomo è colui che ha aperto agli uomini gli occhi per conoscere se stessi, mentre «fuori di Gesù Cristo non sappiamo che cosa sia la vita, la morte, né Dio, né noi stessi» (Pascal, fr. 527). «Ho potuto pienamente toccare con mano – confida il Nostro al Lombardo-Radice nella lettera già citata – ciò che dice il Newman: ossia, chi ha nutrito sinceramente una fede sente, avvicinandosi a Cristo, che non rinuncia a nulla di tutto ciò che di buono vi era in essa, ma lo ritrova anzi approfondito, potenziato, illuminato, integrato»[16]. Questo è il significato della metanoia cristiana, della conversione di Giovanni Modugno. Altro che alienazione religiosa, come vanno favoleggiando con sussiego coloro i quali sovrappongono forme decettive della fenomenologia religiosa all’essenza stessa del Cristianesimo, incorrendo in una colossale falsificazione dello spirito cristiano, ignari che proprio l’ateismo di cui menano vanto è la più radicale umiliazione dell’uomo Le tremende parole dell’Ivan Karamazov del romanzo di Dostoevskij,  «tutto è permesso, se Dio non esiste» vanno meglio definite, secondo il Modugno, in questo modo «Tutto è permesso contro l’uomo, se Dio non esiste».

Non si può parlare dell’uno o dell’altro evento, per quanto colmo di significato, o dell’una o dell’altra considerazione come aventi di per sé valore risolutivo [17]. Il Nostro scrive: «Ho visto a poco a poco sorgere la luce, una nuova luce», capace di soddisfare le esigenze del pensiero e di appagare le aspirazioni più nobili dello spirito. Si deve, dunque, parlare più esattamente di convergenze unificanti, di una vera e propria dialettica ascensiva dalla scienza alla filosofia, e dalla filosofia al Cristianesimo, dialettica che non fu per lui un vuoto gioco dell’intelletto astratta, ma impegno di tutto il suo essere, rischio, lotta, forma di vita, caratterizzazione dinamica degli stadi della sua esistenza.

Iniziato fin da bambino, in campagna, al «Palombaio», e sulle non lontane Murge, e al mare di Santo Spirito, a contemplare la natura, le albe e i tramonti pugliesi – inarrivabili per dolcezza di toni e serena ampiezza di visione – ancor fanciullo si levava per tempo a godere la limpida bellezza della stella mattutina, com’egli stesso ci narra in alcune pagine di diario. Amava sdraiarsi sull’erba dei prati per guardare a lungo il cielo. Giovinetto, avrà il gusto di erborizzare, classificare, descrivere in accurate monografie il materiale raccolto in escursioni da solo o in compagnia di coetanei.

Spirito indipendente abbandonò il ginnasio e fu adolescente ribelle, non per sfuggire alle proprie responsabilità, ma per una chiara, intransigente coscienza della serietà della vita e della cultura: il futuro pedagogista protestava con tutta l’anima contro la mortificante pedanteria e i sistemi caporaleschi che aduggiavano la scuola e di cui egli si sentiva vittima. si scelse pochi, geniali docenti che sorreggessero il suo libero sforzo di autocultura e, tra essi, il valoroso latinista Tito Spinelli, il futuro cognato, l’amico-professore, e il professor Alfonso Pallanza, un naturalista in cui il Nostro riconoscerà sempre il suo primo maestro di pedagogia, un maestro di attivismo nel senso migliore del termine. E così la precoce passione politica si accompagnò all’entusiasmo per gli studi scientifici e in scienze naturali il Modugno, nel 1905, si laureò brillantemente a Napoli.

  1. Oltre lo scientismo e lo storicismo

La ricerca scientifica presso la Facoltà di Napoli e l’insegnamento nelle scuole secondarie, l’attenzione vigile al movimento delle idee pongono allo spirito del Nostro problemi che egli non intende chiudere tra parentesi: la celebrazione del valore della scienza autorizza forse lo scientismo? La scienza ha valore esclusivo ed esclusivistico, come lo scientismo proclama, o lo scientismo sta alla vera e autentica scienza come l’estetismo sta alla vera ed autentica arte, cioè come un’indebita superfetazione, come fenomeno di degenerazione? Il positivismo non si limitava a riconoscere l’autonomia della scienza e a delimitarne la sfera, ma proclamava altezzosamente il più aperto disprezzo di quei massimi problemi metafisici, etici e religiosi che, negati rimanevano invece intatti e gravi nel loro acuto e sempre rinascente interesse. Il positivismo tende a risolvere ogni cosa nelle condizioni che lo determinano, l’individuo nell’insieme, riducendo la creatività nella combinazione, la novità nel preesistente, la libertà nella necessità. Esso disconosce l’originarietà del mondo spirituale e i più alti valori della vita.

Modugno ne concluse che non poteva essere vero. l’empirismo scientifico di allora, come quello oggi tornato di moda, finisce col restringere l’esperienza alle esperienze che si danno in laboratorio, entro degli apparecchi e che vi si esprimono in un formalismo matematico. Ma tutto ciò che dà per ogni uomo un senso alla vita non passa certo per un laboratorio: l’abnegazione di una madre o di un educatore, il senso profondo dell’amicizia, l’incontro con un Socrate o un S: Agostino, la poesia di Dante o di Leopardi, una sinfonia di Beethoven, la gioia per tutto ciò che è squisitamente umano, la preghiera e il sacrificio non sono fatti analizzabili con metodi matematici. Volersi limitare alla esperienza scientifica, è quasi l’esperienza intera che si finisce per espellere. In nome dei diritti di una esperienza integrale, da rispettare e non da mutilare, la filosofia apparve al nostro come la protesta ordinaria, obbligata, ineludibile dello spirito contro la mutilazione scientista dell’esperienza umana. Con questi intenti e per risolvere questi problemi Modugno passò agli studi filosofici e nel 1911 conseguì il titolo accademico.

Grazie a questa mentalità, a questo suo rigoroso principio e metodo di umana concretezza, Modugno evita la unilateralità non solo del positivismo, ma anche della corrente filosofica che in Italia si levava a contrastarne il dominio, il neo-idealismo di Croce e Gentile, che agli inizi del secolo si presentava come la più considerevole forza di rinnovamento culturale.

Studiosi che nel passato si atteggiavano a fedelissime e ombrose vestali del verbo storicistico crociano e gentiliano, dopo il trauma del secondo conflitto mondiale, hanno dato il via a palinodie e a critiche dell’idealismo; ma il Nostro non attese il «ritorno alla ragione» dei cattedratici della filosofia italiana, se già in uno scritto del 1919, Il concetto della educazione e la pedagogia, individuava le aporie di fondo dell’idealismo[18]. La cosiddetta «filosofia dello Spirito» o dell’assoluta immanenza riduce Dio a un superlativo umano e nel contempo dissacra e depotenzia l’uomo, ridotto com’è ad una spoglia fugace di un impersonale ed imperversante Io universale. Il problema del male – cui il Modugno dedicò particolare attenzione – è dissolto nel gioco della dialettica idealistica. La negatività del male per gli idealisti è un miraggio del pensiero astratto o è la condizione stessa del positivismo che, altrimenti, non sarebbe; e poiché lo spirito si realizza sempre positivamente, la distinzione tra essere e dover essere, tra bene e male, valore e disvalore non ha più senso e non è nemmeno possibile. Il Modugno tornava spesso nelle conversazioni con discepoli ed amici sulla «nobile incoerenza» con cui il Croce moralista tentava di respingere le conseguenze amorali e immorali del Croce immanentista; ma quelle conseguenze – e cioè la consacrazione del successo, l’adeguazione al fatto compiuto, la negazione di ogni ideale regolativo del cammino umano, l’apologia del machiavellismo, l’impossibilità di una fondazione metafisica e di una giustificazione critica dei valori – erano rigorosamente inevitabili.

Per il Modugno ogni teoria è un ideale di vita e la direzione del pensiero è sempre una mira al valore: l’etica è l’anima della filosofia e la pedagogia ne è il banco di prova. fu, dunque, l’incessante approfondimento del problema morale [19] e, in ultima analisi, il suo realismo educativo, la leva, il punto di forza dell’itinerario speculativo del Modugno perché là dove il positivismo e l’idealismo falliscono e il laicismo umanitario è insufficiente e precario, il pensiero cristiano ascende sicuramente.

  1. Il Cattolicesimo e la soluzione delle antinomie della vita

L’opera Förster e la crisi dell’anima contemporanea[20] del 1931 costituisce per noi il diario esplicativo dei motivi che hanno indotto il Nostro al Cristianesimo. Lo stesso Modugno scrisse che quel libro era «autobiografico senza mostrarlo». Il Modugno entrò nella fede attraverso la meditazione vissuta del problema morale; ma le sue conclusioni vanno ben oltre quelle di un puro moralismo teistico. La tensione morale, che è la forza unitaria dello spirito, la forza della coerenza che impone sempre di operare sempre secondo la verità conosciuta, incontra non solo le battaglie tra coscienza e passione, ma anche delle vere antinomie ontologiche che non si risolvono certo facendo ricorso al meccanismo triadico della dialettica hegeliana. Fra la via della forza e quella dell’amore, tra ottimismo e pessimismo, tra contemplazione ed impegno operativo nel mondo, il Cristianesimo realizza una sintesi originale e profonda sul piano della realtà personale e della moralità responsabile.

La verità del Cristianesimo la si coglie soprattutto nel fervore drammatico e persino tragico del mondo umano come soluzione del problema della vita. Per questa strada, induttiva, che parte sempre dall’uomo e dai suoi problemi, il Modugno ha incontrato il Dio vivente e la sua Weltanschauung ha acquistato profondità e compiutezza.

Non è possibile riassumere in poche espressioni le dottrine essenziali del Nostro; qui si vuole solo ricordarne la coerenza logica e lo spirito animatore. A differenza di troppi pensatori moderni, che pur credendo alla esperienza ed alla induzione nel campo delle scienze naturali, non applicano questo metodo alla vita umana, il Modugno indaga il mondo umano e da esso scende alle verità etico-religiose del Vangelo per poi risolvere, in concreto e dal più alto punto di vista, i problemi della vita quotidiana. Ma per riuscire a stabilire questa corrente dalla vita in tutta la sua corpulenta effettualità alle verità e ai valori del Cristianesimo e viceversa, occorre avere in grado eminente il senso storico e la conoscenza di sé, la «scienza e l’arte della vita» e insieme la fede e l’amore come l’intende il Vangelo, l’esigenza, la più rigorosa per un pensatore e un credente, che il giudizio e l’azione siano permanentemente posti innanzi a una decisione per Cristo.

Una delle cause, secondo il Nostro, dell’anticristianesimo dei nostri tempi è nell’intellettualismo astratto di molti, i quali ben potrebbero meritare il nome di sofisti più che di intellettuali: la vita sradicata dal pensiero, il pensiero estraneo alla conoscenza di sé e di quel che l’uomo può e deve, ecco la sorgente della sempre rinascente sofistica. Di qui l’ingigantirsi di un fenomeno tremendo, su cui la narrativa e la filosofia del nostro tempo hanno tanto insistito: la reciproca incomprensione tra gli uomini e tra i gruppi sociali. Ciascuno resta rinchiuso nel suo punto di vista ristretto ed egoista, senza sforzarsi di vedere la parte di vero che c’è nella tesi opposta. Gli elementi della verità sono così in conflitto; lo spirito di lotta anima principi che dovrebbero armonicamente integrarsi. L’anima contemporanea è così dilaniata da funeste unilateralità e si rende sempre più urgente non un compromesso meccanico tra antitesi inconciliabili, ma una sintesi superiore, che ci liberi dal fanatismo, dall’intolleranza, dal dispotismo, dall’incapacità di scorgere e di far emergere quanto di giusto e di buono ci sia nelle idee altrui. Il monito di Cristo «cogliendo la zizzania, non sradicate con essa anche il grano» (Mt. XIII, 29) indica il solo metodo veramente dialogico e dialettico perché il Cristianesimo, mentre non ammette nessuna confusione tra bene e male, c’illumina poi per farci discernere ogni germe di verità e di bene esistenti anche nelle dottrine e negli schieramenti opposti. La concezione del Cattolicesimo come «unità delle virtù contrarie», secondo la formula di Newman, mentre nulla concede al relativismo, costituisce una vera e propria metodologia del dialogo.

C’è di più: è proprio una visione così salda e inclusiva della «logica cattolica» a farci superare le più pericolose deformazioni del Cristianesimo e della stessa figura di Cristo. Vedere, ad esempio, nel Cristo soltanto mitezza e dolcezza è giudizio unilaterale. La mitezza del Salvatore è il segno di una forza irraggiungibile: il Cristianesimo non è soltanto delicatezza, compassione, amor del prossimo, perché porta in tutti questi sentimenti una logica inesorabile, che sfida anche la morte, e li purifica da ogni intromissione di umana debolezza, di vanità, di ambizione. La dottrina cristiana dell’amore proviene dal mondo dell’eroismo pensato, voluto, vissuto sino alla fine, dalla perfezione e non dalla bonarietà, dal divino e non dall’umano. Il Cristianesimo ha trasportato l’eroismo dal campo di battaglia nell’amore e ha creato così l’amore eroico; ha congiunto il mitissimo col fortissimo. Fondendo la forza di carattere con l’amore, il Cristianesimo ha sollevato questo alla dignità di potenza cosciente ed universale, al di sopra delle oscillazioni del sentimento. Compenetrando l’abnegazione con la forza, lungi dall’indebolirle reciprocamente, le ha entrambe approfondite e potenziate. Soltanto Cristo ha fuso armonicamente i due elementi fondamentali del carattere: l’inflessibile, virile forza di volontà e la delicatezza, l’attenzione materna, la generosa dedizione. Da quando per opera del Vangelo l’amore è diventato forza e la forza amore, e ciascuno di questi elementi ha accolto in sé l’altro, riuscendone approfondito e rafforzato nella sua essenza, l’uomo è protetto da uno svolgimento unilaterale della sua personalità e del suo carattere morale. L’arrendevolezza al male non è mai lecita al vero cristiano, perché egli deve lottare fino all’estremo contro tutto ciò ch’è male. La pace dev’essere cercata incessantemente, ma non come disarmo morale e resa al male. Vi sono casi in cui è possibile evitare i contrasti, ma vi sono pure dei casi in cui bisogna saper affrontare coraggiosamente distacco, inimicizia, contrarietà. Spirito di fraterna comprensione non significa mai confusione, diluizione di mezze verità e di malcelate menzogne, deteriore relativismo, oscuramento di quelle verità che proprio il Cristo ci ha fatto conoscere per primo e per sempre, senza possibilità alcuna di equivoco. Non si edifica che «in spirito e verità», pensando e operando «in spirito di verità».

  1. Fondazione in Dio dell’autonomia morale

Il tema in un certo senso riassuntivo della speculazione del Modugno fu la fondazione teonoma dell’autonomia morale e dell’educazione. Autonomia significa indipendenza da motivi egoistici ed estrinseci. La vita morale è esercizio e conquista di autonomia, cioè libertà interiore e purezza d’intenzione. Siamo innanzi tutto responsabili verso la nostra coscienza ed è la coscienza che pronuncia la prima sentenza sul nostro valore di uomini: il valore della coscienza e la più schietta affermazione di autonomia si ritrovano alle fonti del Cristianesimo ed è questo spirito cristiano che circola, per quanto depauperato e frainteso, nella miglior parte della filosofia moderna. Il Modugno amava citare alcune formulazioni di quel grande principio, come ad esempio il Salmo IV, in cui alla domanda in qual modo sia dato all’uomo di discernere il bene dal male si risponde che ciascun uomo reca impresso il sigillo di Dio: «Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine». E se dall’Antico Testamento si passa al Nuovo e al pensiero filosofico che in esso si radica – da Giustino ad Agostino, da Anselmo a Bonaventura, a Tommaso d’Aquino, da Pascal a Rosmini, da Newman a Blondel, da Maritain a Guardini – assistiamo all’energico affermarsi del valore della coscienza contro la quale non si può operare senza preparare la propria rovina. Ma l’autonomia umana si convalida nella teonomia. Senza un orientamento a Dio, senza un rapporto personale con Dio, il bene è troppo privo di forze: esso ha ontologicamente le radici della sua forza solo nel Dio vivente. L’uomo non può rispettare la propria coscienza se non venerandola come l’altare di Dio («sit ara Tua conscientia mea»). Il pensiero umano non si fa assoluto se non come pensiero dell’Assoluto: tutto può diventare arbitrario per una coscienza che non si radichi nell’Assoluto. L’interna legislazione della coscienza concresce col riconoscimento della legislazione divina che informa la natura razionale creata. Nelle pagine conclusive della Storia critica e comparativa dei sistemi intorno al principio della morale il Rosmini aveva ammonito: «Non si dà libertà di sorta per l’uomo ove lo si consideri solo in relazione con sé e con i suoi simili e si faccia astrazione della sua relazione con Dio». Dato un bene non assoluto, ma si troverà modo di spiegare il fatto di un’assoluta obbligazione senza di cui la morale non è più tale. L’uomo ha prezzo assoluto a condizione che lo si consideri come ordinato ad un valore assoluto. La teonomia, la fondazione in Dio della legge morale «consacra l’uomo dandogli giusto titolo ad una assoluta inviolabilità». Ed è per questo che il Vangelo pone con divina sapienza nell’amore di Dio la radice dell’amore degli uomini, facendo seguitare questo a quello come un secondo a un primo, un simile ad un esemplare[21].

La riscoperta del Cristianesimo, originalmente vissuto con l’ardore e l’umiltà di un santo, dette i suoi frutti anche sul terreno della concezione pedagogica e della metodologia dell’insegnamento religioso. Nel 1935 Modugno pubblicava Religione e vita[22], il libro più bello e più compiuto. Quest’opera è un’autentica «apologia pedagogica» del Cristianesimo cattolico. Nulla in essa è invecchiato ed ogni pagina attesta novità di concezione e di metodo. Tutto è sobrio, essenziale, profondo.

Modugno, per le aspirazioni generose del suo animo nobile e puro, e soprattutto per quello che ha scritto e fatto valere in fatto di educazione religiosa, deve essere a giusto titolo annoverato tra coloro che in Italia hanno positivamente preparato quella nuova Pentecoste che ha contrassegnato il pontificato di Giovanni XXIII e le conclusioni del Concilio Ecumenico.

Giovanni Modugno ha congiunto nella sua vita la più lucida, acuta razionalità e la più intensa esperienza religiosa. Il suo messaggio può destare pensieri fecondi e alte aspirazioni, far cadere pregiudizi e barriere, disponendo gli animi allo spirito di verità[23]. Socialista senza le preclusioni e le angustie pseudofilosofiche del marxismo; naturalista senza le angustie dello scientismo; credente senza fideismi fuorvianti; dotato di robusto senso storico e proprio per questo immune dall’ignavia stoicistica, Giovanni Modugno, apostolo dell’educazione del popolo, educatore, pedagogista, pensatore è stato e rimane un maestro di vita, una luce nel cammino di quanti si accostano al suo pensiero e cercano di afferrare il significato di un’esistenza che, indubbiamente, reca il sigillo di Socrate e di Cristo.

[1] Pedagogia e Vita, settembre 1969.

[2] In «Pro-cultura», Bari, La Italiana Editrice, 1912. Estratti sono pubblicati in Pagine educative di Giovanni Modugno, a cura di Luigi Mellacqua, edito dalla Scuola Media “G. Modugno”, Bari, 1967.

[3] Il programma scolastico della nuova Democrazia, Palermo, Sandron, 1917, p. 10.

[4] Il programma scolastico della nuova Democrazia, ed. cit., pp. 29 – 30.

[5] Op. cit., p. 32.

[6] Op. cit., pp. 33.

[7] Op. cit., pp. 13 – 14.

[8] In «Pro-cultura» ed. cit. Ora in Pagine educative, ed. cit., pp. 37 – 38.

[9] Problemi della scuola italiana, Città di Castello – Bari, 1945. Nel 1950, essendo esaurite le prime edizioni il volume fu pubblicato con lo stesso titolo da La Scuola Editrice di Brescia.

[10] Problemi della scuola italiana, Brescia, Ed. La Scuola, 1950, p. 17.

[11] Problemi della scuola italiana, ed. cit., pp. 44 – 45.

[12] Problemi della scuola italiana, ed. cit., pp. 47 – 50.

[13] La preparazione degli educatori, Brescia, La Scuola Editrice, 1950.

[14] Per la riforma interiore della scuola elementare, Venezia, La Nuova Italia, 1927.

[15] La lettera di Modugno a Lombardo-Radice è riportata in Pedagogia e Vita di Giovanni Modugno, a cura di Matteo Perrini, Brescia, La Scuola, 1961, pp. 162 – 166.

[16] Op. cit., p. 166.

[17] L’eletta compagna del pedagogista pugliese, Maria Spinelli Modugno, ha pubblicato Appunti per una biografia nel volume citato Pedagogia e vita di Giovanni Modugno (pp. 92 – 186) e un’opera densa di ricordi, riflessioni, lettere e documenti quale Giovanni Modugno, Bari, Editoriale Universitaria, 1967, p. 264.

[18] Il concetto della educazione e la pedagogia, Milano, Libreria Editrice Milanese, 1919.

[19] Nel 1912 Modugno scrisse L’educazione della volontà, Bari, Ed. Italiana. Nel 1924 pubblicò Il problema morale e l’educazione morale, Firenze, Vallecchi e un’edizione scolastica de La filosofia della fedeltà di J. Royce, Bari, Laterza.

[20] F. W. Förster e la crisi dell’anima contemporanea, Bari, Laterza, 1931. Nella «Prefazione alla seconda edizione» (1946) il Modugno scrive testualmente: «Abolite dal fascismo le libertà statutarie, non era possibile pubblicare e far circolare in Italia un libro che parlasse chiaramente della china pericolosa, su cui si era messo il regime dominante. Credetti perciò opportuno pubblicare nel 1931 la prima edizione di questo volume per far meglio conoscere il pensiero del grande pedagogista tedesco nella speranza che nell’acuta e profonda diagnosi försteriana del prussianesimo anticristiano i lettori ravvisassero un’analoga diagnosi del male che già ammorbava l’Italia e che poi l’ha condotta alla più spaventosa rovina che la storia ricordi».

[21] A. Rosmini, Storia critica e comparativa dei sistemi intorno al principio della morale, Torino, Paravia, 1929, Vol. II, pp. 164 – 165. Quest’opera di grande valore fu pubblicata nel 1837 a Milano.

[22] Religione e vita, Brescia, Ed. La Scuola, 1935. Padre Gemelli espresse un giudizio di aperto consenso a questo libro del Modugno. Secondo l’autorevole e severo scienziato «Chi dubita del valore di certe note trattazioni di pedagogia dovrà riconoscere che questo volume riconcilia con la pedagogia perché ci offre la dimostrazione efficace che, per vivificare l’educazione e per renderla feconda, bisogna animarla da una idea e promuoverla per un fine. L’Autore vede questa idea e questo fine, e giustamente, nel Cristianesimo». La IV edizione, più agile e rigorosa, è del 1957.

[23] Nicola Petruzzellis, nel saggio L’attualità del pensiero etico-pedagogico di Giovanni Modugno (apparso nella «Rassegna di scienze filosofiche» del Luglio-Settembre 1967, pp. 145 – 162) scrive: «Nelle sue opere troviamo gli elementi essenziali di una dottrina pedagogica, la sicura delineazione di un metodo e di una didattica::: Ma più che una teoria, più che un metodo, più che una didattica… Mai più che una teoria, più che un metodo, più che una didattica, Giovanni Modugno ci ha lasciato un esempio e un messaggio: un esempio che vive nel cuore di tutti coloro che lo conobbero e che lo amarono; un messaggio da rimeditare, da rivivere, da approfondire con le nostre esperienze di oggi, affinché rigermogli nella coscienza dei nostri scolari, affinché la fiamma della verità, della bontà, della generosità non si estingua nel grigiore dell’ora che volge» (pp. 161 – 162). Non si può rievocare la figura e il pensiero di Modugno senza provare un vivo, profondo, commosso rimpianto, la nostalgia della sua presenza, della sua saggezza, della sua parola semplice e pacata, che aveva il dono di rasserenare anche l’animo più turbato, di infondere rinnovellata fiducia anche in chi condivideva con lui la passione educativa e l’ansia per le sorti della scuola e dell’umanità« (pp. 145 – 146).