Dio e il male – Introduzione

1. Un cordialissimo benvenuto a tutti voi, a nome della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura, che, insieme ai Padri della Pace e all’editrice Morcelliana, ha organizzato questa serata.

2. L’incontro di questa sera si prospetta molto interessante per un triplice motivo: per l’occasione, per l’argomento e per i relatori.

a. Per l’occasione: la presentazione di un libro della nota collana “Il pellicano rosso” della Morcelliana, la cui pubblicazione rappresenta sempre un’occasione culturale che a Brescia, e non solo, dà a pensare.

b. Per l’argomento: l’analisi del nesso tra Dio e il male, che costituisce il tema più radicale, perché riguarda l’interrogazione sul senso ultimo della nostra esistenza. E’ bello, tra l’altro, parlare di questo tema oggi, nel giorno in cui si fa memoria di s. Francesco, che – come ci dice nel suo Testamento – inizia la sua conversione con il bacio del lebbroso, un atto di condivisione della sofferenza, mediante cui – attraverso il pentimento – si avvia per l’uomo la svolta dal male al bene, e parlarne qui, nella sala dedicata a padre Giulio Bevilacqua, molti scritti del quale sono innervati da una forte tensione escatologica, dalla speranza cioè che alla fine, nel regno di Dio, il male sarà definitivamente redento.

c. Per relatori: un noto teologo e un noto filosofo, i quali si confrontano su un tema che, in quanto radicalmente umano, non può non essere al centro sia della riflessione teologica sia della speculazione filosofica.

3. Presento ora i nostri due relatori.

Il prof. don Giacomo Canobbio, vicario episcopale per la promozione della cultura, non ha naturalmente bisogno di essere presentato a Brescia. Ricordo solo che è stato presidente dell’Associazione Teologi Italiani ed é docente di teologia sistematica presso la facoltà teologica dell’Italia settentrionale d Milano e presso lo studio teologico Paolo VI di Brescia. Mi permetto di ricordare, tra le ultime pubblicazioni, l’importante direzione ed edizione, insieme a Piero Coda, del volume La teologia del XX secolo. Un bilancio, del 2003; un illuminante lettura di Equivoci mondo moderno e Cristo, fondamentale testo di Giulio Bevilacqua, presentato in un convegno del 2005 a quarant’anni dalla morte del grande oratoriano e soprattutto il volume Dio può soffrire?, edito lo scorso anno dalla Morcelliana sempre nella collana “Il pellicano rosso”, presentato, come molti ricorderanno, in questa stessa sala il 13 ottobre 2005.

Claudio Ciancio insegna filosofia teoretica presso la facoltà di lettere e filosofia dell’università del Piemonte orientale ed è direttore del Centro Studi filosofico-religiosi “Luigi Pareyson” di Torino. Si è formato sotto la giuda di Luigi Pareyson (1918-1991), tra i massimi filosofi italiani del Novecento e sicuramente il maggior esistenzialista cristiano. La sua formazione scientifica si è svolta presso l’università di Torino e presso l’accademia delle scienze di Monaco di Baviera. Le sue ricerche spaziano dalla filosofia classica tedesca (con particolare attenzione al primo romanticismo e al pensiero dell’ultimo Schelling) all’ontologia ermeneutica con particolare riguardo alle questioni della libertà, del male e del rapporto filosofia-religione. Tra i sui lavori ricordo Friedrich Schlegel. Crisi della filosofia e rivelazione del 1984, In lotta con l’angelo, dedicato alla filosofia degli ultimi due secoli di fronte al cristianesimo, del 1989, scritto con Ferretti, Pastore e Perone, Cartesio o Pascal. Un dialogo sulla modernità, del 1995, scritto con Perone e Il paradosso della verità, del 1999. E’ anche autore, sempre insieme a Ferretti, Pastore e Perone, di una fortunata serie di manuali e antologie riguardanti la storia del pensiero filosofico, ad uso dei licei, la cui prima edizione è del 1974 e che prosegue con diversi aggiornamenti.

4. Il nostro incontro prevede prima l’intervento del prof. Canobbio, che presenterà il libro del prof. Ciancio, ponendogli anche alcune questioni. Il prof. Ciancio interverrà poi liberamente sulla scia delle questioni propostegli. Ci sarà naturalmente quindi il tempo per domande e chiarimenti da parte del pubblico.

Da parte mia posso solo tentare di introdurre il tema, citando un noto passo di Pareyson che, evidenziando l’ineludibilità della riflessione sul tema del male dopo le esperienze tragiche del Novecento, affermava:

“Nel corso della seconda guerra mondiale l’umanità ha toccato il culmine della malvagità e della sofferenza, con forme assolutamente diaboliche di perversione, con spaventosi massacri e genocidi che hanno crudelmente decimato l’umanità, con inaudite e orribili sofferenze inflitte dall’uomo all’uomo, e soprattutto con fenomeni come l’Olocausto, di fronte ai quali non é possibile che l’umanità intera non si senta colpevole, sia per non averlo saputo prevenire o impedire, sia per non aver per conto suo sofferto altrettanto” [1.

Sulla scia di questo passo, tornano le domande di sempre: Perché tanto male? perché tanta sofferenza? e ancora perché il giusto sofferente? e più originariamente perché la sofferenza degli innocenti?

L’uomo, che non riesce a rispondere a queste domande, le pone allora a Dio. Ma a questo proposito non si può non citare, come del resto fa Ciancio alle pp. 20-21 del suo libro, il celebre argomento di Epicuro, secondo cui

“La divinità o vuole togliere i mali e non può, o può e non vuole, o vuole e può. Se vuole e non può, è impotente, il che non può essere della divinità. Se può e non vuole, è invidiosa, il che è del pari contrario alla divinità […]. Se vuole e può, il che solo conviene alla divinità, donde dunque viene l’esistenza dei mali?”.

A partire da questo brano potremmo forse dire che il problema sta proprio nel configurare in modo adeguato il rapporto tra la bontà e l’onnipotenza di Dio e l’esistenza del male.

Anzitutto, la teodicea (e cioè la dottrina della giustificazione di Dio di fronte all’esistenza del male) ha sempre concepito il male stesso solo come privazione di bene, come mancanza d’essere, perdendone in questo modo però l’immane carica di negatività e distruttività, mediante cui il male si oppone e si ribella al bene. Si è così forse salvata la bontà e l’onnipotenza di Dio, ma si è persa la radicalità del male.

I tentativi di evidenziare quest’ultima, senza intaccare la bontà divina, hanno del resto, finito poi, come nel manicheismo, con il perdere l’onnipotenza di Dio, che non può essere tale in presenza del dualismo dei principi. Si guadagna qui la radicalità del male, ma si perde l’onnipotenza di Dio.

L’ateismo, in particolare ottocentesco, ha negato infine Dio, proprio per la presenza del male nel mondo, ma si tratta di capire a questo proposito se, senza Dio – inteso come positività originaria contro cui eventualmente ribellarsi – il male possa ancora esistere o se invece, senza Dio, finisca con il non esistere nemmeno il male e quindi ci si avvii verso una pericolosa accettazione dell’esistenza, che non sa più distinguere il bene dal male. Qui si perde Dio, ma anche il male.

Come pensare allora il nesso tra Dio e il male, tra un Dio buono e onnipotente e un male radicale? E, in relazione a ciò, come pensare il rapporto tra l’onnipotenza e l’impotenza di Dio? Tra un Dio onnipotente, che se – nella sua impassibilità – non si fa impotente per stare vicino alle vicende umane non ha molto senso per l’uomo e un Dio impotente, che se – nella sua debolezza – non è anche onnipotente non può sconfiggere il male del mondo e quindi non può rappresentare la speranza dell’uomo, che prega: “Signore, liberaci da male” e che crede che alla fine il male finirà?

Queste sono alcune delle questioni radicali, che il testo che presentiamo stasera affronta e che ora poniamo alla teologia e alla filosofia.


[1] Ontologia della libertà, Einaudi, Torino 1995, p. 156.

NOTA: testo rivisto dall’Autore dell’introduzione alla conferenza tenuta a Brescia il 4.10.2006 dalla Cooperativa cattolico-democratica di Cultura su “Dio e il male”.