Guitton, un "homme d’unité"

Nella vita di Jean Guitton ci furono incontri decisivi per la sua formazione intellettuale, umana e cristiana. Guitton, infatti, ebbe la ventura di diventare discepolo spirituale del lazzarista cieco Monsieur Pouget, di cui ci ha lasciato un indimenticabile ritratto, e in filosofia fu per così dire figlio di Bergson, le cui intuizioni hanno nutrito il suo pensiero. Sin da giovane, il pensatore francese unì strettamente teologia, esegesi ed ecumenismo. Per questo volle compiere gli studi biblici sotto la guida di padre Lagrange, a Gerusalemme, e affrontare i problemi dell’ecumenismo alla scuola di padre Portal, Lord Halifax e il cardinal Mercier. Ieri mattina, al Vanvitelliano, i novant’anni del decano della filosofia francese – legato da profondo affetto alla Pace di padre Bevilacqua e di padre Manziana, a Giovanni Battista Montini divenuto poi Paolo VI, ed infine all’Istituto Internazionale Paolo VI – sono stati celebrati con un’appassionata orazione dal cardinale Paul Poupard, presidente della Commissione pontificia cultura, e anch’egli francese. Poupard ha tracciato con forza il profilo di Jean Guitton, che con la sua longevità ha avuto l’avventura di vivere direttamente il dramma spirituale di questo nostro secolo, dalle spinte del modernismo agl’inizi del Novecento al risorgere dell’integrismo in questi ultimi lustri. La sua critica religiosa è in dialogo con Renan, Loisy, Bultmann. “L’arte di Guitton – osserva giustamente Poupard – è di coniugare l’ironia di Socrate con la dialettica di Platone, la logica di Aristotile con l’interiorità di Sant’Agostino, lo spirito di geometria di Cartesio e l’ésprit de finesse di Pascal”. Nelle opere di Guitton si respira il clima dell’incontro persona1e con altri uomini di pensiero di grande levatura quali Chevalier, Blondel, Maritain, Lavelle, Gilson, Gouhier, Marcel, Teihard de Chardin e tanti altri; ma anche con uomini d’azione, come Jean Monnet e il generale De Gaulle. Guitton è l’umanista cristiano del nostro tempo la cui cultura è alimentata da un’ attenzione evangelica per gli uomini e per le loro idee e dall’appassionata ricerca di ciò che unisce gli uomini e avvicina le Chiese. Egli è, secondo la bella definizione di Poupard, in grado eminente “homme d’unité”.

Guitton eccelle nell’arte del pensare, ma la sua meditazione va ben oltre il piano della ricostruzione storica e della psicologia. Essa tende a rivelarci il segreto stesso della vita interiore, il punto di intersezione tra il tempo e l’eternità. Nelle sue pagine i grandi interrogativi che ci portano dalla Genesi all’Apocalisse si rincorrono e si arricchiscono di considerazioni che sono assai diverse tra loro e tuttavia significativamente convergenti. Nei suoi libri il cammino della cultura è continuamente raffrontato con le prospettive della fede, in una sintesi vibrante che ha sempre qualcosa da insegnare. E già mezzo secolo fa il più onesto tra gli intellettuali francesi non credenti, Albert Camus, lo riconosceva. “Guitton – scrisse testualmente Camus – porta la chiarezza nelle idee più delicate e questo è il risultato di un grande stile. Ma egli mette il fuoco nelle astrazioni e tutta la passione di cui è capace nell’obiettività, e questo è effetto dell’anima”. “Durante il Concilio – racconta Poupard – ebbi il privilegio di vivere a Roma con Jean Guitton e di dividere con lui la mensa. E il laico Guitton partecipò ai lavori del Concilio con straordinaria intensità; con lo spirito riflessivo di Newman. con la consapevolezza filosofica e teologica di Agostino, con la passione ecumenica di Portal, con la tenacia indagatrice di Monsieur Pouget”. Chi potrà mai dire qual è stato l’apporto di questo laico francese al Concilio Vaticano II? Ciò che Poupard può testimoniare, anche attraverso le lettere che egli e il filosofo si scambiarono durante quel tempo di grandi speranze e di grande lavoro, è l’impegno senza risparmio con cui Guitton ripagò la fiducia riposta in lui dai papi Giovanni XXIII e Paolo VI e dai padri conciliari. L’impegno con cui egli si adoperò a portare in quell’assise il senso della conciliazione cattolica delle antinomie.

Paul Poupard dice che “Guitton sfida il commento”, nel senso che la sua arte nel pensare e di comunicare è tale da renderlo superfluo. Egli, infatti, sa parlare con una voce al tempo stesso solenne e intima, attento a cogliere l’essenziale sotto le apparenze mutevoli. “Nel tumulto e nell’agitazione del mondo Guitton invita con dolcezza e insistenza, quasi con tenerezza e connivenza, a non badare al tumulto dei giorni e alle tempeste della storia, per ascoltare la voce intima e dolce, forte e affascinante del Maestro interiore”. Ci sono pensatori che vogliono dominare gli spiriti per mezzo della loro carica distruttiva o della potenza dialettica; altri invece, sono preoccupati solo di destare l’interlocutore riportandolo al centro di se stesso, al cuore del suo cuore, e gli sono accanto nella ricerca di ciò che è essenziale. Il primo dei pensatori del secondo gruppo fu e rimane Socrate. Per costoro l’esercizio del pensiero è dialogo, approfondimento dell’esistenza, atto di amicizia per i propri simili. Guitton è anch’egli un discepolo di Socrate.
Mi sia consentito chiudere con un ricordo personale. Nel presentare l’illustre filosofo anni fa, a Brescia, nella piccola libreria di Corso Magenta, dissi che la lettura delle sue opere mi suggeriva di riassumere il senso e la direzione, il metodo stesso con le celebri parole dell’apostolo Pietro: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. E questo sia fatto con rispetto, con dolcezza e con retta coscienza” (“Prima Lettera”, 3, 14-16). Jean Guitton m’interruppe per dire: “Sono queste le parole che desidero siano scritte sulla mia tomba”.

Giornale di Brescia 20.10.1991.