Sono stato in Turchia quattro volte: nel giugno 2024 a Diyarbakir per l’udienza conclusiva del processo per l’omicidio dell’avv. Tahir Elci, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Dyarbakir, ucciso il 28.11.2015 dopo una conferenza stampa di denuncia tenuta nella propria città; nel febbraio 2025 ad uno dei numerosi processi nei confronti degli avvocati che difendono o hanno difeso soprattutto cittadini curdi, politici curdi; poi per l’udienza del 21 di marzo 2025, quella che vi ha raccontato adesso Barbara; infine per quelle del 28 e del 29 maggio 2025, relative al procedimento penale nei confronti dei membri del “consiglio dell’ordine” di Istanbul e del suo presidente.
Partiamo, quanto a quest’ultimo, da dove si è tenuto: erano fissate due udienze il 28 e il 29 maggio e le udienze era previsto si sarebbero tenute a Silivri, una cittadella carceraria di dimensioni enormi, per i nostri parametri, tutta dedicata a strutture detentive e con delle aule bunker. Il procedimento penale riguarda gli stessi fatti del procedimento civile, però trasformati in due ipotesi di reato. Se volete i riferimenti sono: l’articolo 7 comma due della legge antiterrorismo e il reato è: propaganda in favore di un’organizzazione terroristica; mentre il secondo reato contestato è previsto dall’articolo 217 comma uno del Codice penale turco: diffusione pubblica di false informazioni. Sono quei reati, come molti altri, particolarmente aperti, indeterminati, che vengono, così, riempiti a seconda delle necessità.
Un inciso. Le notizie che arrivano, per quanto riguarda la Turchia, arrivano prevalentemente dai colleghi turchi e noi siamo, per la veste di osservatori internazionali, tenuti necessariamente all’obiettività, quindi a cercare di verificare le notizie e ciò soprattutto nei procedimenti ad elevato tasso politico, nei quali c’è un carico di tensione-impegno anche da parte dei colleghi turchi, soprattutto dell’area curda. Da qui la necessità di attenzione, filtro e comprensione. Ricordo, per esempio, alcuni momenti dell’udienza del 21 marzo quando i colleghi a un certo punto decidono di abbandonare l’aula e noi rimaniamo lì, insieme a un numero disturbante di poliziotti e ci domandiamo cosa fare. I colleghi ci chiedono di andare con loro, però andare con loro è un segno di protesta e quindi c’è questa necessità di capire un po’ meglio la situazione (appunto per non compromettere il nostro ruolo di osservatori). Ma perché, per riprendere il discorso, propaganda a favore di un’organizzazione terroristica? Gli atti sono costituiti da quella dichiarazione a cui faceva riferimento Barbara, cioè nell’imputazione è, in sintesi, contestato: l’avere rilasciato quella dichiarazione pubblica, nella quale l’Ordine ha semplicemente chiesto “di fare un’indagine approfondita sulle cause e sul perché dell’uccisione dei due giornalisti”. Qual è il contenuto violento, eversivo, di appoggio e di propaganda ad una organizzazione terroristica di questa dichiarazione? E poi perché organizzazione terroristica?
Perché i due giornalisti non sono giornalisti, dice l’autorità pubblica, nel corso delle indagini fatte. Per la Procura risulta che i due giornalisti erano in realtà appartenenti al PKK, organizzazione terroristica e quindi gli avvocati, avendo chiesto un’indagine per capire le ragioni dell’uccisione di due giornalisti, o meglio di due terroristi, hanno favorito i terroristi! Ma erano davvero terroristi? Perché l’autorità pubblica e, nel procedimento, il pubblico ministero sostengono che questi erano appartenenti a un’organizzazione terroristica? Perché è stata fatta un’indagine. Ma l’indagine è segreta! Questa è una di quelle attività di indagine, legate alla produzione normativa antiterroristica, che consente di non rendere accessibili alla difesa documenti e attività di indagine. Ancora che introduce la possibilità dei cosiddetti testi segreti, cioè non solamente testi oscurati, ma testi proprio di cui non si sa né nome, né cognome e la cui identificazione è conosciuta dal pubblico ministero e dal giudice.
Immaginiamoci tutto il tema del controllo e del controesame di un testimone del genere, non si sa chi è! Vedere i colleghi che fanno i processi in questo modo turba, ma turba in una maniera estremamente profonda: perché, nonostante tutto, continuano a fare il loro lavoro con un livello tecnico estremamente approfondito, raffinato, insistente (per esempio il numero di questioni ed eccezioni è sorprendente, articolato in molte e diverse direzioni). Ancora sorprendente il lavoro che fanno per introdurre o tentare di introdurre delle prove. Faccio, a titolo d’esempio, un passo indietro, all’udienza che riguardava una nostra collega c’era tutto il tema dei suoi rapporti con dei clienti quando frequentava lo studio (tra l’altro frequentava lo studio mentre contemporaneamente stava facendo un dottorato in università) e di quello che era stato trovato nella disponibilità di questi clienti e che la Procura utilizzava per creare un collegamento, tra lei che frequentava lo studio, lo studio che assisteva delle persone accusate di terrorismo e lei alla fine accusata di favorire questa associazione terroristica. Ebbene i difensori hanno prodotto una marea di documentazione (per noi forse anche sovrabbondante), che serviva per far vedere quando lei andava in studio, quando non andava, a fronte, anche in questo caso, di due elementi d’accusa testimoniali, che erano i soliti benedetti testimoni segreti.
Ritornando al 28 e al 29 maggio, le due imputazioni sono quelle che vi ho detto e le due udienze come si sono svolte?Nella cittadella carceraria di Silivri, 100 km circa da Istanbul, con forze dell’ordine in numero quantomeno sovrabbondante e la presenza di difensori, che assistono le parti, in numero per noi inimmaginabile, perché non c’è un numero di difensori massimo e, quindi, possono essere presenti decine di difensori per ogni imputato e, così, spesso la composizione del complessivo collegio difensivo è di 50/60/100 avvocati. Ovviamente non intervengono tutti, è fatto come segno di condivisione e solidarietà. Nel nostro caso sono intervenuti alla prima udienza solamente gli imputati, cioè il presidente e gli altri consiglieri dell’ordine, che hanno rilasciato quelle che noi potremmo definire delle spontanee dichiarazioni. É stata una chiara scelta direi istituzionale, ha parlato tra tutti soprattutto il presidente, che ha delineato chiaramente la linea difensiva sua e degli altri consiglieri. L’udienza è stata, poi, ad un certo punto, abbastanza accesa e movimentata perché, contemporaneamente, per il giorno successivo, era prevista la prima udienza del procedimento penale nei confronti del collega avvocato Firat Epozdemir (il consigliere del “COA” di Istanbul arrestato a gennaio di ritorno da Strasburgo ed uno dei principali penalisti turchi; si trovava a Strasburgo per una riunione davanti a un comitato del Consiglio d’Europa, non fa tempo ad arrivare in aeroporto e viene arrestato). E quindi si pone la questione dell’impossibilità per lui di poter partecipare ad entrambe le udienze il giorno successivo. Ed a noi, appunto, il giorno successivo ci viene sostanzialmente fatto intendere dai colleghi che l’udienza del 29 non si sarebbe tenuta, o meglio, il giudice ha fissato l’udienza, ma i colleghi hanno deciso di non partecipare o comunque di insistere per il loro legittimo impedimento. Così noi abbiamo deciso di partecipare all’udienza del collega Firat Epozdemir, che si teneva invece presso uno dei tribunali di Istanbul. Luogo da dove oggi all’una i colleghi di tutta la Turchia partivano per una manifestazione, dirigendosi presso la sede del “consiglio dell’Ordine”. L’udienza del 29 è stata altrettanto drammatica, anche in ragione della detenzione da quasi 5 mesi del collega.
È evidente come, procedimenti amministrativi, procedimenti civili, diversi procedimenti penali, vengono utilizzati e gestiti dalla Procura generale in una maniera coordinata, evidentemente scegliendosi i giudici, scegliendosi le date, decidendo di farli viaggiare in maniera separata, tenendo spesso i colleghi sulla graticola. Nel caso del collega Firat Epozdemir sono state tirate fuori dal cassetto delle accuse specifiche, anche qui di affiliazione ad un’associazione terroristica, relativamente a fatti del 2015: classico caso di lui che difende delle persone accusate di attività terroristica e quindi viene poi associato al reato dei propri assistiti e viene imputato. In queste visite buona parte del tempo lo si passa, come nei nostri tribunali, aspettando; e si aspetta, nel tribunale di Istanbul, in questa bella sede dell’ordine che non è la sede storica, ma quella presso il tribunale, in compagnia di questi colleghi che sono di un’ospitalità meravigliosa. Si capisce per esempio che molti di questi colleghi, molto più giovani di me, hanno alle spalle arresti, detenzioni domiciliari, divieto di espatrio, studi che sono stati chiusi, attività di polizia ripetute, eppure sono qui. In particolar modo noi siamo sempre accompagnati da due colleghe, una che si chiama Damla, che è una ex dottoranda del professor Kaboglu, adesso sua assistente anche in consiglio, e un’altra collega che segue più le vicende curde, che si chiama Selen, che però ti dicono: la prossima volta non so se sarò qua!
Nota 1: Alessandro Magoni è componente Osservatorio Avvocati Minacciati di UCPI (Unione delle Camere Penali Italiane).
Nota 2: trascrizione, rivista dall’Autore, della relazione tenuta il 23.6.2025 al convegno su “I processi agli avvocati turchi” promosso dall’Ordine Avvocati di Brescia con l’adesione della Ccdc