Il paradosso di Racine

Tra due anni, nel 1999, cade il terzo centenario della morte di uno dei maggiori poeti francesi, Jean Racine (1639-1699), che ha posto il suo genio essenzialmente lirico al servizio del teatro. Racine, ben presto orfano di padre e di madre, si era formato nelle “Piccole scuole” gianseniste di Port-Royal. Si portò poi a Parigi per studiare filosofia, ma qualche tempo dopo iniziò la sua carriera di autore drammatico. Quella scelta fu per lui traumatica perché compiuta in aperto dissidio con Port-Royal. Aveva ventotto anni quando produsse e mandò in scena il primo dei suoi capolavori, “Andromaca”. Con quell’opera nasceva un teatro nuovo, mirante a rappresentare le passioni più intime ed estreme, senza più eroi da esaltare e prediche morali. Ai tanto celebrati protagonisti della vicenda storica Racine preferisce di gran lunga personaggi apparentemente minori, ma dotati di schietta umanità: così Andromaca prevale su Porus, Porus su Alessandro Magno e l’innamorato infelice, Antioco, su Tito. E sono proprio i personaggi femminili i più convincenti, quelli artisticamente meglio riusciti.
Un’altra caratteristica, nettissima e programmatica, nei drammi di Racine, è l’essenzialità. Victor Hugo imbastirà nell’Ottocento il suo “Cromwell”, di cento episodi e farà entrare in scena ottanta personaggi, senza contare le comparse. Per Racine, invece, il dramma guadagna in intensità grazie anche a una drastica riduzione del numero dei protagonisti. “Da lungo tempo – scrive nella prefazione a Berenice – volevo provare a comporre una tragedia con quella semplicità di azione che piaceva tanto agli Antichi. È uno dei primi precetti che ci hanno lasciati: Ciò che farete – dice Orazio – sia sempre semplice e soltanto uno… E non bisogna credere che questa regola sia fondata solo sulla fantasia di chi l’ha fatta. Soltanto il verosimile commuove nella tragedia… C’è chi pensa che questa semplicità sia segno di scarsa capacità inventiva. Io pensavo che, al contrario, inventare consiste nel far qualcosa dal nulla e che il gran numero di episodi è stato sempre il rifugio dei poeti che non sentivano nel loro genio sufficiente fecondità e vigore per avvincere gli spettatori con un’azione semplice, sostenuta dalla violenza delle passioni, dalla bellezza dei sentimenti e dalla eleganza dell’espressione”.
Ecco, il mondo poetico di Racine é tutto in quelle tre u1time espressioni “la violenza delle passioni, la bellezza dei sentimenti, l’eleganza delle espressioni”. Il primo dei tre fattori è la premessa perché sorga una tragedia, la quale può parlare solo di una vicenda che sia senza via d’uscita. La tragedia nasce, infatti, sempre da un grave insuccesso, da uno sacco irreparabile. Ma la violenza delle passioni diventa materia d’arte solo quando dai personaggi del dramma, schiacciati da una sorte crudele, si leva la voce della pietà per coloro che si amano e sono costretti a vivere separati (dirà Berenice del suo Tito: “Lo amo, lo fuggo; mi ama, mi lascia”) e per quelli che, coscienti e impotenti, corrono incontro alla distruzione di se stessi e di ciò che hanno di più caro. La bellezza dei sentimenti fa qui tutt’uno con la coscienza della propria debolezza e della parte immensa che la sofferenza ha in questo mondo. Di qui quella “tristezza maestosa”, che è tipica della tragedia, e che costituisce la ragione principale del suo fascino.
Il mondo di Racine è un mondo di peccato, di straziante lacerazione interiore. Talora di crudeltà, di cui si può trovare un analogo solo nel teatro di Seneca, a cui il drammaturgo francese senza dubbio deve molto. Sarà sempre interessante il confronto tra quei due grandi, ed in particolare tra la “Fedra” senecana e quella di Racine. Ci si chiede com’è possibile concepire un personaggio come Fedra, di così cupa, sconvolgente intensità. In realtà, per farlo bisogna aver afferrato in tutta la sua forza la verità espressa in una frase di Bossuet: “Bisogna giungere fino all’orrore quando ci si conosce…” . Racine era giunto fin lì.
Le obiezioni che sono state fatte a questo tipo di teatro le conosciamo e sono le stesse rivolte alle tragedie di Seneca. Io penso, però, che il giovane Lessing abbia detto qualcosa di molto acuto quando, in difesa del teatro di Seneca, fece quest’osservazione: “Le forti rappresentazioni delle passioni non possono certo lasciare quiete le nostre passioni”. È impossibile non riferire queste parole anche Racine. Dopo la rappresentazione di “Fedra”, a trentotto anni, Racine, al colmo di una gloria sfolgorante, abbandona il teatro e una vita sentimentalmente tumultuosa. Al teatro farà ritorno, solo per un paio d’anni, tra il 1689 e il 1691, per le sollecitazioni di Madame de Maintenon. Diventa con Boileau storiografo di Luigi XIV, ma soprattutto ritorna ad essere figlio spirituale di Port-Royal, uomo di rigorosa pietà giansenista. Forse il paradosso di Racine sta proprio in questo, che nel periodo “mondano”, quello della grande produzione, teatrale, il non praticante Jean Racine non era meno giansenista nel sentimento della vita che infondeva nei suoi mirabili drammi. L’ultimo scritto di Racine, il “Compendio della storia di Port-Royal” è una delle opere più belle della letteratura storica su quel grande movimento. Con l’ “Abregé” Racine ritorna alle proprie radici nell’atto di prender congedo dalla vita; ma in quello scritto egli ci ha dato una delle chiavi che meglio dischiude il carattere spirituale del suo teatro.
Giornale di Brescia, 5.3.1997. Articolo scritto in occasione della conferenza di Gabriella Bosco su Racine.