Intervista a Paul Poupard

Il Segretariato per i non – credenti è stato creato il 7 aprile 1965 da Paolo VI, nel clima dell’apertura conciliare della Chiesa verso il mondo contemporaneo. Il compito concreto del Segretariato era il dialogo con i non credenti e lo studio dell’ateismo. Durante questi ultimi 18 anni, la Chiesa si è rinnovata, ed anche il mondo è cambiato. Come può definire oggi il compito del Segretariato?
Dal 1965 il mondo è certamente cambiato. Ma i fini che si propone il Segretariato restano più attuali che mai. La ricerca comune della verità è ancor oggi in pieno sviluppo, grazie a Dio. In tutti i campi essa tende ad aumentare le convergenze, per un mutuo arricchimento e una pratica collaborazione, per la promozione dell’uomo.
Secondo quanto è detto nella Costituzione Gaudium et Spes, i cristiani possono e devono collaborare con tutti gli uomini di buona volontà alla costruzione del mondo, anche se professano filosofie o ideologie atee.
Il dialogo, già attivo tra cristiani e marxisti durante gli anni che precedettero immediatamente il Concilio Vaticano II, si è affievolito negli ultimi anni .Questa situazione è in relazione con il ritorno delle ideologie e il risveglio delle utopie. Ma questa stessa situazione, nella quale il dialogo è diventato più difficile e sembra giunto quasi a un punto morto, è un appello alla disponibilità e all’educazione al dialogo tanto più necessarie, particolarmente riguardo alla pace internazionale.

Si sente spesso dire che stiamo vivendo un radicale cambiamento nella cultura. Certo un’epoca post-positivista sembra finire, un’epoca che si caratterizzava per la sfiducia e persino per un’ostilità tra il mondo delle scienze e il mondo della religione. Condivide questa opinione?
Lei ha ragione. Il mondo entra in un’era nuova. Non che i cambiamenti siano a tal punto radicali da far dimenticare il passato. Noi continuiamo a vivere con la nostra memoria collettiva e con i valori ereditati da civiltà che ci hanno plasmati, ma è chiaro che siamo precipitati verso un avvenire che ci domanda un discernimento nuovo e creatore. I cristiani devono saper discernere le nuove culture per assumerne i valori autentici, cioè quelli che contribuiscono al progresso integrale dell’uomo. Ora, come suggerisce la sua domanda, la nostra epoca riscopre i valori che oggi chiamiamo post materialisti. Si dà ora un’importanza nuova a valori come la qualità della vita, la dignità dell’uomo, il rispetto dell’identità di ciascuno, la promozione della donna, la protezione della natura; pensi anche all’immenso bisogno di pace e di fraternità tra gli uomini. Tutti questi valori, però, possono rimanere ambigui, se non si integrano in una sintesi culturale rispettosa dell’uomo in tutte le sue dimensioni, poiché più che mai bisogna ripetere all’uomo che egli è chiamato alla trascendenza. Questo ci riporta, per riprendere le parole della sua domanda, all’inquietudine nel cuore dell’umanità, inquietudine metafisica e religiosa. Ma bisogna non cadere nel pessimismo, evitare la tentazione del fatalismo che oggi paralizza molti. Le crisi che scuotono le culture possono essere paragonate alle prove che riportano spesso la persona all’essenziale e ai valori spirituali. Le culture moderne hanno generato il dubbio e, in seguito, l’angoscia e la paura che hanno annientato le conquiste delle civiltà. Più che mai, le culture sanno che sono mortali, per riprendere il pensiero di Paul Valèry. Esse devono ritornare ai valori essenziali della vita, della solidarietà fraterna, altrimenti sarebbe il suicidio collettivo e l’annientamento nucleare. È nostro dovere di credenti ridare fiducia ai nostri contemporanei. Bisogna che abbiamo delle motivazioni tanto forti per intraprendere il difficile compito di far comprendere ai nostri fratelli che il più forte dinamismo è l’ amore, e che è possibile insieme costruire “una civiltà dell’amore” secondo l’espressione cara a Paolo VI e a Giovanni Paolo II.

Vi sono cambiamenti nella cultura, ma pure la Chiesa ha avuto un cambiamento enorme. I meriti di Giovanni XXIII e Paolo VI sono noti. Come valuta, da questo punto di vista, l’attività di Giovanni Paolo II, il quale ha inaugurato il suo pontificato con le parole: “Aprite le porte a Cristo. Le porte della cultura, della civiltà, del progresso…”?
La Chiesa si è data gli strumenti atti al dialogo. L’ultimo strumento è il Pontificio consiglio per la cultura, creato il 20 maggio del 1982 per dare a tutta la Chiesa, secondo le parole del papa, “un impulso comune nell’incontro rinnovato continuamente del messaggio di salvezza del Vangelo con la pluralità delle culture nella diversità dei popoli”.
Un immenso sforzo è richiesto ai cristiani, in tutti i Paesi, quali che siano le condizioni nelle quali vivono, perché essi assumano le nuove culture e facilitino il loro incontro con il Vangelo. Del resto, le attuali culture interpellano la Chiesa. Tocca a noi dare la risposta nella nostra vita e nella nostra testimonianza.

Vi sono, d’altra parte, nel mondo contemporaneo, soprattutto in Occidente, milioni e milioni di non credenti, indifferenti alla fede, i quali spesso rigettano l’insegnamento della Chiesa. Qual è oggi l’atteggiamento della Chiesa rispetto al fenomeno della non credenza pratica?
Il Segretariato per i non credenti ha condotto un’inchiesta su “L’etica secolare e la non credenza” per mettere in evidenza l’esistenza di esigenze oggettive che reggono la vita morale degli uomini, tentando di liberarli sia dall’arbitrio della soggettività sia dall’arbitrio del potere. Il dominio della morale e pur esso favorevole al dialogo, poiché è la ragione che prende parte alla costituzione della norma morale. Ma la ragione umana è influenzata da culture diverse. Di qui il bisogno di un dialogo interculturale. Promuovendo il dialogo sui principi morali che reggono la condotta pratica degli uomini, il Segretariato per i non credenti cerca di far comprendere ai non credenti che la fede in Dio e l’aiuto che ne deriva sono necessari perché l’uomo sia capace di fare quello che lui crede di dover fare. Tutta la plurimillenaria esperienza dell’umanità ne è testimone.

Bresciaoggi, 7.12.1983. Articolo scritto in occasione dell’incontro promosso dalla Ccdc con Paul Poupard.