La Slovenia entra a far parte dell’Europa

Giornale di Brescia, 14 giugno 1992. Articolo scritto in occasione della visita di una delegazione della Ccdc a Lubiana.

Un’antica nazione è diventata Stato, la Slovenia, ed è entrata a far parte dell’Europa. Come si è potuto realizzare un evento di così rilevante portata nella storia di quel popolo? Esso è stato reso possibile grazie al processo di democratizzazione che in Slovenia ha avuto inizio nella seconda metà degli anni Ottanta con il progressivo dissolvimento del ruolo egemone del Partito comunista unitario. Tale processo è stato fortemente accelerato dal crollo del comunismo nell’Europa centrale e nell’Unione Sovietica. Il pericolo della perdita del proprio ruolo egemonico – svolto per mezzo secolo nel più completo totalitarismo – aveva portato i partiti comunisti delle singole repubbliche a cavalcare il nazionalismo, a lungo represso, ma latente a tutti i livelli e in tutti gli ambiti. La Slovenia è la più settentrionale e la più sviluppata tra le Rebubbliche jugoslave, ma è anche la sola che abbia una sua reale unità etnica, non includendo nel suo territorio forti minoranze. Al cospetto della crisi generale del comunismo i dirigenti del Partito comunista sloveno si erano resi conto che non sarebbero riusciti a gestire da soli la crisi economica e politica e allora giocarono d’anticipo, attuando la svolta verso il pluralismo.
Nella primavera del 1989 nasce la prima formazione politica non comunista, più movimento che partito, la “lega democratica slovena”. L’iniziativa viene da un gruppo di intellettuali che già prima avevano dato vita alla Nova Revija (La Nuova Rivista), con la quale avevano lanciato una sfida al regime e si erano fatti via via più audaci. Un notevole impulso al sentimento antiregime venne nel periodo primavera-estate 1989 da un processo inscenato contro un gruppo di soldati e giornalisti sloveni accusati di aver divulgato segreti militari. Vi furono grandi manifestazioni spontanee di protesta, perché agli accusati venne negato il diritto di difendersi nella madre lingua. Uno degli errori tipici commesso dalla leadership serba, tale però da ingenerare nel mutato clima generale forti tensioni fra gli stessi partiti comunisti. I comunisti sloveni, con alla testa Milan Kucan, approfittarono della situazione: abbandonarono il XIV Congresso dei comunisti jugoslavi e di fatto ne causarono lo scioglimento. Ciò accadde nell’autunno del 1989. Nello stesso tempo si formarono altri partiti, compresa la Dc slovena (Krscanskodemokrati Slovenije).
Nell’aprile del ’90 si hanno così in Slovenia le prime elezioni libere del dopoguerra. Si formano due campi ideologicamente contrapposti: tutti i partiti e i movimenti democratici di nuova formazione si riuniscono nel Demos (Dc contadini socialdemocratici, liberali, verdi e la lega democratica di orientamento radicale ma comprende molti ex-comunisti); dall’altra parte – in liste distinte, ma tra loro solidali – sono gli ex comunisti nel riciclato “Partito socialdemocratico del rinnovamento”, i socialisti e il nuovo partito liberale, erede – incredibile a dirsi – dell’organizzazione giovanile comunista.
La campagna elettorale si svolge tranquilla e senza incidenti, ma le formazioni del regime approfittano ampiamente del monopolio di cui dispongono nel campo dell’informazione e del potere economico. Gli ex-comunisti e i filo-comunisti puntano sulla paura del nuovo. Creano così un clima di vaga apprensione tra i lavoratori e i pensionati e paventano lo spirito di rivincita della nuova opposizione, approfittando ampiamente della mancanza di cultura politica nel corpo elettorale, nonché delle immancabili (e giustificabili) ingenuità dei nuovi leader.
Le elezioni tuttavia danno la vittoria al Demos, che raggiunge il 56% dei voti con una maggioranza, all’interno di quel raggruppamento, della Dc, seguita a ruota dal Partito dei contadini. Nell’altro raggruppamento, i comunisti ed i giovani liberali si spartiscono il resto dei voti lasciando uno striminzito 7% ai socialisti. Il Demos ha comunque diritto a formare il nuovo governo e la Dc, essendo il partito più forte, nomina il suo nuovo premier. La scelta cade su Lojze Peterle, giovane intellettuale cattolico, che riesce egregiamente nell’impresa di far emergere un programma comune tra le componenti del Demos, malgrado le spinte divaricanti della Lega, dei Verdi e dei socialdemocratici. Tuttavia la vera nota dolente è rappresentata dalla conformazione della macchina del Parlamento, che in Slovenia si articola in tre Camere: c’è la Camera politica e quella dei rappresentanti dei comuni (e in esse Demos ha la maggioranza); ma c’è altresì la cosiddetta Camera del lavoro associato, controllata dagli uomini del vecchio regime che di fatto bloccano tutte le iniziative più qualificanti del Governo. La nuova coalizione ha comunque deciso di attestarsi su una linea morbida, senza purghe nei quadri amministrativi e perfino nelle stesse strutture di supporto dell’esecutivo. E in effetti la nuova coalizione, anche se volesse, non dispone dei quadri necessari per le sostituzioni. Gli uomini del vecchio regime rimangono così ai loro posti nei punti chiave dello Stato e della società, nelle fabbriche, nelle istituzioni, nelle banche, nei giornali, alla radio e alla tv. Richiamandosi ad una supposta indipendenza e libertà di giudizio che sarebbe stata da loro conquistata negli ultimi anni del precedente regime, di fatto essi criticano a tutto spiano il Governo e la nuova coalizione, sminuendo la portata delle scelte che fra mille difficoltà si cercano di fare, seminando il dubbio e il discredito. Facile obiettivo delle critiche è la politica economica di un governo, che è, sì, post-comunista, ma che è impossibilitato a operare qualsiasi snazionalizzazione. Il fatto è che la riforma economica, relativa alle privatizzazioni del patrimonio sociale, viene bloccata dalla Camera del Lavoro associato dominata dai manager del vecchio regime.
Maggior successo arride al governo e alla coalizione che ne è alla guida nella difesa dell’autodeterminazione e dell’indipendenza della Slovenia: programma che gode, in verità, del più ampio consenso tra la popolazione stanca dell’invadenza serba in ogni campo. Il Demos riuscì a indire un referendum popolare che si tenne, nel Natale del 1990 e che sancì, a stragrande maggioranza, la volontà del popolo sloveno di fare da sé. La Slovenia offriva allora a Belgrado di ridiscutere i termini di confederazione e il futuro della Jugoslavia. Il progetto prevedeva amplissime autonomie, ma conveniva sulla necessità di una direzione unitaria in politica estera, nella programmazione economica e nella difesa, anche se quest’ultima doveva avvalersi di eserciti autonomi. Le proposte slovene, purtroppo, non vengono neppure prese in considerazione. Belgrado non dette alcuna risposta, mentre a guardar bene, esse costituivano l’ultima realistica occasione per risolvere pacificamente la questione jugoslava, prima di imboccare la via dei bombardamenti e del genocidio. La Slovenia, d’altra parte, era ormai decisa a rischiare il tutto per tutto e il 26 giugno del’91, esattamente sei mesi dopo il referendum, proclamava solennemente la propria indipendenza. Quella stessa notte Belgrado inviò in Slovenia colonne di carri armati dell’esercito federale. Tale decisione voleva essere, forse, più un avvertimento minaccioso che un vero e proprio attacco militare.
Ma il popolo sloveno insorse, eresse ovunque barricate, circondò le caserme dell’esercito federale, a cui furono immediatamente tolti acqua, luce e gas, rifornimenti alimentari e ogni possibilità di collegarsi con un qualsiasi centro federale. La risposta slovena, fulminea e ben organizzata, ebbe subito la meglio. I reparti territoriali, che erano stati bene armati ed addestrati nella eventualità di una guerra partigiana contro un’invasione sovietica, ebbero facile gioco dell’esercito federale. La guerra durò solo dieci giorni e provocò non più di sessanta morti: quaranta soldati dell’esercito federale, una decina fra i territoriali e altrettanti tra i civili. La Slovenia realizzava così il suo sogno d’indipendenza.