L’indispensabile filosofia

Nella “Bibliothèque Européenne” della Dèsclee de Brouwer quasi tutti gli scritti di Jean Guitton sono raccolti in cinque splendidi volumi: “Ritratti, Critica religiosa”, “Saggezza”, “Filosofia”, “Giornale della mia vita”. In realtà tutti i cinque volumi di una produzione intensa e originale come quella del decano della filosofia francese – sia che trattino di Newmann o del metodo di Monsieur Pouget, dell’amore umano tra l’uomo e la donna, di Renan o di Loysy, della guerra o del lavoro intellettuale – vanno letti come altrettanti percorsi di una mirabile, affascinante ricerca. Rileggo il primo dei testi con cui si apre il quarto volume, che porta appunto il titolo “Filosofia”, ed ecco che la mia convinzione trova conferma nell’ouverture del bel saggio “Nuovo elogio della filosofia”. “Tutte le ricerche, tutte le espressioni artistiche, tutte le nostre opzioni, la nostra stessa condotta, le nostre parole e i nostri silenzi – scrive l’illustre maestro -suppongono una filosofia”, la richiedono a loro giustificazione e la costituiscono in modo ora implicito, ora esplicito.

Che cosa è la filosofia per Jean Guitton? Il primo aspetto di una possibile definizione sta in questo: “La filosofia non può essere una specialità. Essa guarda a ciò che vi è di più profondo dal punto di vista più intimo e insieme più universale”. Essa è per tutti, anche se non tutti se ne servono perché ognuno diventa filosofo nella misura in cui vuol essere consapevolmente uomo. Maestro di uno stile che è nello stesso tempo pienamente intelligibile e spesso bello, Guitton procede per allargamenti successivi di orizzonte: ed in tal modo in lui la chiarezza non diventa mai pretesa definitiva e chiusura a ciò che sta oltre. Egli però insiste con energia nel rivendicare l’esigenza, oggi sempre più insoddisfatta e disattesa, di non trasformare la più umana delle ricerche, quella che più ci riguarda da vicino (il suo oggetto era così indicato da Kant: “Che cosa posso conoscere, come debbo agire, che cosa sono autorizzato a sperare”), in un rebus per iniziati, in qualcosa di accademico, in una specie di superiore distacco dalla vita e dal buon senso. Per Guitton, invece, “la filosofia dovrebbe potersi esprimere in un linguaggio accessibile a tutti, non essendo altro che lo sviluppo di ciò che si chiama intelligenza, ragione, buon senso, o più semplicemente pensiero”. Anche perché quanto più la filosofia tende a divenire settoriale e ultraspecialistica, tanto meno è filosofia: la filosofia, infatti, è Weltanschauung (“visione che abbraccia il mondo”), sapere essenziale dell’uomo essenziale, storia degli sforzi per l’umana conquista della verità.

Per Guitton la civiltà dell’Occidente è la risultante di un felice incontro tra due correnti di pensiero, la corrente ellenica e quella ebraica. La sorgente del pensiero greco è nella meditazione di Socrate, della vita e soprattutto della morte di Socrate, e nella straordinaria profondità con cui ogni aspetto del reale fu esplorato, nei modi più diversi e in realtà complementari, dai suoi discepoli Platone e Aristotele. Gli Ebrei, invece, non erano portati all’astrazione e non ebbero filosofi. Ciò non vuol dire che essi non avessero avuto le loro idee sul mondo e sul destino dell’uomo; ma esse erano colte ed espresse in un modo che non era quello della elaborazione filosofica. Le verità fondamentali nell’Antico Testamento sono comunicate attraverso l’intuizione diretta di esse e il rapporto personale dei singoli con lo Spirito di verità. Questa duplice modalità corrisponde a ciò che più tardi noi abbiamo chiamato “la ragione e la fede”. Non si cesserà mai di opporre l’una all’altra; e questa opposizione sarà uno dei temi costanti del pensiero occidentale; ma è del pari innegabile che i dati della fede contengono gli elementi che agiscono sullo sviluppo della ragione, non solo e non tanto come dei freni e come un richiamo alla ricognizione del limite, ma anche ed in primo luogo come fermenti che ne mettono in moto le potenzialità dinamiche e ne illuminano le profondità. Guitton si sofferma a mettere in evidenza, in particolare, tre idee dell’eredità ebraico-cristiana che eleveranno a potenza il grande patrimonio a noi giunto dalla Grecia: una nuova idea dell’uomo e della sua dignità, l’idea di infinito di perfezione e quella di salvezza. Le differenze tra Atene e Gerusalemme ci sono, ma ci sono pure i precorrimenti socratici di alcuni principi cristiani, così come le influenze ellenistiche sugli ultimi libri della Bibbia. Platone, infatti, sembra un ebreo nei suoi miti e l’Ecclesiaste è quasi greco nel suo umanesimo rassegnato. La Bibbia e la filosofia greca sono state e sono le sorgenti perenni del pensiero dell’Occidente; pure l’età moderna e contemporanea non ne possono fare a meno, anche se ad esse spetta la scoperta di altri campi quali la conoscenza quantitativa della natura, la scienza appunto, ma anche la storia e la conoscenza intima della coscienza.

La ricerca di senso e del senso ultimo di tutte le cose, della natura come della storia e della vita morale, non può eludere il problema di Dio e il problema della possibilità della fede cristiana dal punto di vista del pensiero. In realtà, scrive Guitton, “tutte le filosofie sono delle interrogazioni su Dio”. Di più: “La maggior parte delle filosofie sono delle purificazioni dell’idea di Dio e quelle che sono la negazione della negazione di Dio annunciano il XXI secolo”, la filosofia dell’ avvenire. Senza nulla togliere alla specificità della religione e del messaggio cristiano, non è contestabile che la filosofia abbia, secondo la profonda espressione di Lachelier, “il compito di comprendere ogni cosa, compresa la religione”. Guitton ha dato a questa impostazione del problema tra ragione e fede un grande apporto, si può dire in ogni suo scritto. “Prima della fede – scrive il Nostro – occorre ben sviluppare la facoltà con la quale la fede deve giustificarsi… Niente può supplire a questo lavoro preparatorio del pensiero, lavoro che si chiama filosofia. Una filosofia è indispensabile come preparazione introduttiva ad ogni discorso teologico”. 

Giornale di Brescia, 19.10.1991.