Oltre la crisi, le vie della ragione

Nel 1987 il premio Nietzsche ebbe tre destinatari degni, tre filosofi nel senso autentico del termine: Paul Ricoeur, Luigi Pareyson ed Enrico Berti. Una scelta assai felice e tanto più gradita quanto più rara. Di Paul Ricoeur, amico di Emmanuel Mounier e collaboratore assiduo della rivista “Esprit”, successore di Jean Hyppolite sulla cattedra di filosofia generale a Strasburgo e dal 1956 alla Sorbona, rettore della nuova università di Nanterre nella difficile stagione del 1969, tutte le opere di ampio respiro sono state tradotte in italiano: da Finitudine e colpa al celebre saggio su Freud Della interpretazione, dalla Sfida semiologica alla Metafora viva. Luigi Pareyson non solo ha avuto il merito di presentare per la prima volta in Italia l’esistenzialismo nel suo insieme, ma a partire da Esistenza e persona, del 1950, ha dato una qualificazione rigorosamente personalistica all’esistenzialismo specialmente in opere come Verità e interpretazione e negli splendidi saggi pubblicati nel “Giornale di Metafisica” in questi ultimi anni. Pareyson ha inoltre acquistato un posto di prim’ordine – insieme a Stefanini, a Petruzzellis e a pochi altri – per il ripensamento in profondità del problema estetico nel dopo-Croce. Insieme a Ricoeur e a Pareyson il premio Nietzsche ha onorato un filosofo della generazione successiva, Enrico Berti (l’illustre rappresentante della “scuola padovana” è, infatti, del 1935, mentre Pareyson è del 1918 Ricoeur del 1913).
Enrico Berti è lo studioso europeo più noto in campo internazionale per i suoi contributi alla conoscenza di Aristotele. Tra le sue opere qui mi limito a ricordare La filosofia del primo Aristotele (Padova, 1962), L’unità del sapere in Aristotele (Padova, 1965), Ragione filosofica e ragione scientifica nel pensiero moderno (Roma, 1977), Contraddizione e dialettica negli antichi e nei moderni (Palermo, 1987), Le vie della ragione (Bologna, 1987). Sul filosofo di Stagira, Berti ha saputo tracciare un vigoroso Profilo di Aristotele più volte ristampato dall’Editrice Studium di Roma, a partire dal ’79, e quest’anno ha pubblicato Le ragioni di Aristotele, che raccoglie in volume il testo di cinque lezioni tenute sull’argomento all’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli. Se il Profilo offre una visione d’insieme del filosofo antico più contestato, almeno fino a qualche lustro addietro, l’altro volume, Le ragioni di Aristotele, è lì ad attestare, per quanto strano possa apparire ad alcuni, il contributo di Aristotele al dibattito attuale sulla razionalità, cioè sulla presunta crisi della ragione, sul suo valore e sui suoi limiti, e soprattutto sulla possibilità d’individuare le diverse “forme” di razionalità e i diversi “discorsi” che si fanno e si sviluppano per mezzo della ragione. Il fatto incontrovertibile è che da troppi anni nel dibattito filosofico è invalso l’uso di prescindere da coloro che hanno iniziato in Occidente l’esercizio sistematico e dispiegato della ragione, riducendo in tal modo il valore delle proposte che si avanzano con orgogliosa sicurezza. Berti reagisce, con i suoi studi rigorosi, anche a un altro disgraziato modo di far filosofia, quella tipica di una certa moda nietzschiano-heideggeriana, che fa di ogni erba un fascio e ricorre di continuo a categorie “epocali”, abbracciando in un’unica valutazione non solo più secoli, ma addirittura più millenni, suscitando in lettori sprovveduti l’illusione di avere nelle proprie mani la cifra interpretativa dell’intero corso storico e dello svolgimento della cultura in Europa. “Contro siffatta tendenza – scrive con forza Berti – ritengo sia utile considerare le molteplici articolazioni che la razionalità occidentale assunse nel momento del suo primo dispiegarsi completo e che furono poi consegnate ai secoli successivi, continuando ad essere applicate se non nella filosofia strettamente intesa o nel sapere di tipo specialistico, certamente nel linguaggio comune ed in quei tipi tutt’ altro che volgari di esperienza, che sono il dibattito giudiziario e quello politico. Questo potrà servire almeno ad evitare di scambiare per nuove scoperte, come è di recente accaduto, procedimenti quali la confutazione del maggior numero possibile di congetture ed il cosiddetto metodo indiziario, che proprio in Aristotele hanno trovato la loro prima e pressoché definitiva teorizzazione”.
Non è piaggeria dire che Berti è con Werner Jaeger e sir David Ross tra i maggiori artefici di quel mutato atteggiamento nel nostro secolo, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, nei confronti del filosofo di Stagira, sì che si può parlare di una vera e propria Aristoteles-Renaissance. Si tratta non solo di un rinnovato interesse per il filosofo, ma anche del tentativo, compiuto a partire dalle prospettive filosofiche più diverse, di recuperare le più importanti tesi, distinzioni e categorie sviluppate da Aristotele, per farle nuovamente agire nella situazione culturale presente. A quanti non hanno voluto ripetere passivamente le solite chiacchiere sull’uno o l’altro aspetto del pensiero aristotelico (sul conto del quale si mettono le ridicolaggini di aristotelici tardivi e arbitrari), fa piacere veder finalmente spazzata al nuvolaglia del pregiudizio contro Aristotele diffuso finora a piene mani da chi non si è mai seriamente misurato con le opere di quel grande. In realtà, per chiunque abbia il gusto di non farsi gabbare dalle mode di turno, incontrare Aristotele, una delle espressioni più alte del pensiero umano, significa entrare in possesso di non pochi strumenti per orientarsi nel bailamme attuale del “pensiero debole” e del “pensiero epocale”, come ha ben visto Berti ne Le ragioni di Aristotele. Ma c’e di meglio: leggere Aristotele fa un po’ l’effetto sconcertante, e tuttavia rinfrescante, dell’esclamazione del bambino della novella di Andersen. Il quale, di fronte al timoroso conformismo con cui la folla lodava il vestito nuovo dell’imperatore, ha avuto l’ingenuità (o il coraggio?) di dire che l’imperatore era nudo. Non è forse questo l’effetto che producono, dopo oltre venti secoli di discussioni filosofiche e scientifiche, osservazioni come quella che “la causa di Achille è Peleo e di te tuo padre”, o che “le azioni virtuose sono in genere anche piacevoli solo in quanto si raggiunge il fine”, o che è “meglio essere nipote nel comune attuale stato di cose che figlio in regime collettivistico?”.
 

Giornale di Brescia, 17.10.1989. Articolo scritto in occasione della conferenza di Enrico Berti sul tema; “Per una fondazione etica dei diritti dell’uomo”.