Matteo Perrini e il libro “Filosofia e coscienza”

GIOVANNI BAZOLI

Il tema di questo incontro è la presentazione del libro, non il ricordo della persona. Ma è troppo recente la scomparsa di Matteo Perrini perché si possa fare a meno, almeno inizialmente, di parlare di lui, cioè di ricordare la sua figura di uomo, la sua vita, le sue opere, che non si esauriscono nelle pubblicazioni filosofiche.

D’altronde è la stessa lettura del libro che ci riporta alla figura dell’autore, perché i personaggi qui presentati sono stati da lui amati e studiati per tutta la vita, non solo come maestri di pensiero, ma anche come esempi di vita. Sicché se egli afferma – con uno degli autori prediletti – che «la vera ricchezza non è quella che deriva dai beni materiali, ma dalla sapienza», noi vediamo in questo il principio sovrano che ha sempre orientato la sua esistenza. Se egli proclama – con Socrate – che «la vita, senza l’esame del pro e del contro non è degna per l’uomo di essere vissuta», noi sappiamo che questo è il metodo che ha guidato ogni sua riflessione.

Un anno fa la scomparsa di Matteo Perrini suscitò una grande, intensa commozione nella comunità bresciana, e non solo in quella. Pur essendo così breve, il tempo trascorso da allora ci porta già oggi a misurare il grande debito di riconoscenza che abbiamo nei suoi confronti, e ci permette di identificare con chiarezza la grande lezione che lui ci ha lasciato. Questa lezione può essere sintetizzata nell’autenticità della testimonianza che lui ci ha dato nell’esercizio della sua libertà di cristiano. Un’autenticità che certamente è derivata anche dall’avere preso a modello proprio quelle grandi figure di testimoni e di pensatori che lui ha tanto amato per tutta la vita. E non occorre dire che il segreto di questa testimonianza consiste nella purezza di adesione a quello che è il nucleo centrale della vita cristiana, cioè i testi evangelici. È da questo ancoraggio che deriva al credente (come Matteo non si è mai stancato di sostenere e di praticare) una libertà sconfinata, e conseguentemente non il timore, ma anzi la ricerca e il desiderio del dialogo e del confronto con gli altri.

A me pare che il contributo più prezioso di Matteo Perrini, e del suo magistero insostituibile presso i giovani, sia stato quello di esplorare le strade spalancate dalle grandi aperture culturali e dalle nuove prospettive tracciate dal concilio Vaticano II, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con il pensiero e il mondo moderno. Questa è stata la linea che ha ispirato tanto la sua personale ricerca intellettuale, quanto la promozione di quella iniziativa straordinaria che è stata la Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura. Tuttavia le aperture e le novità del concilio portavano in sé, e Matteo ne era ben consapevole, anche il rischio di disorientamenti e confusione, cioè di un appannamento, se non addirittura di una perdita, di identità cristiana. Era inevitabile che ciò si verificasse, come effettivamente è avvenuto. Perciò la preoccupazione di conservare l’identità della fede cristiana doveva sempre essere avvertita, e credo che nessuno abbia mai potuto cogliere nel pensiero e nelle iniziative di Perrini una benché minima debolezza al riguardo. Essendo ciò ben chiaro, il suo messaggio è stato però indirizzato più volte a riaffermare e valorizzare il messaggio cristiano, nel confronto con le idee e con le esperienze degli altri. Confronto desiderato, e non temuto. Con quella ricerca e quella sete di conoscenza che il cristiano autentico non può non sentire dentro di sé come una forza vitale, perché «una verità da chiunque ci venga fatta conoscere – ricordava Perrini citando sant’Ambrogio –, viene sempre dallo Spirito Santo».

È da queste motivazioni che trasse origine, nel 1976, quel cenacolo di giovani interessati a vivere una vita con questo spirito di verità, di ricerca di verità e di libertà. È con queste motivazioni che Perrini fondò, nel lontano 1976, e ha guidato per trent’anni, questo cenacolo, che per fortuna rimane ben vivo – come constatiamo – anche dopo la morte del fondatore. Questo cenacolo ha creato un punto di riferimento, un momento di incontro ricorrente per l’intera cittadinanza grazie all’ospitalità dei Padri della Pace, dove Matteo Perrini ha trovato una seconda famiglia.

In questi incontri, sempre incoraggiati dal cuore e dall’intelligenza di padre Cittadini, rivive la grande tradizione della Pace. Padre Bevilacqua non amava il chiuso, perché – diceva – quando un orizzonte è angusto c’è bisogno d’aria, c’è bisogno di farlo respirare. In un certo senso si può dire, quindi, che anche la famiglia della Ccdc ha trovato la sua casa alla Pace, e gli incontri che si sono qui succeduti hanno permesso ai bresciani di conoscere alcune delle più significative persone del mondo e della cultura contemporanea, figure che Perrini sapeva sempre identificare con l’intuito suggeritogli dalle sue conoscenze culturali e dalla sua sensibilità umana e civile.

Io voglio dire, con forza e convinzione, che è molto importante che tutto ciò continui, secondo il pensiero e l’impostazione originari, perché oggi si avverte il timore che venga smarrito il senso delle prospettive tracciate dal Concilio Vaticano II.

Sì, c’è il rischio – non dobbiamo tacerlo, per fedeltà alla memoria di Matteo Perrini – che, essendosi riproposta nel tempo che viviamo l’esigenza di difendere e riaffermare l’identità cristiana, ciò avvenga non attraverso il dialogo e il confronto, ma nelle forme già conosciute e non feconde delle contrapposizioni e delle chiusure. E non voglio qui parlare del fenomeno, ben più mediocre, delle strumentalizzazioni dell’identità cristiana a fini pratici e politici. Il tema della coerenza tra i comportamenti reali e le idee professate, lo sappiamo, stava molto a cuore a Perrini che, di fronte a casi così diffusi di ipocrisia, di dissociazione tra la morale predicata e quella praticata da molti cristiani su temi essenziali (come il rapporto con il denaro e con il potere, per non parlare dell’etica familiare), richiamava l’inscindibile legame che deve sussistere tra manifesti civici e moralità personale, perché – scriveva – «il male che si consolida nelle istituzioni ha sempre le sue radici nel cuore dell’uomo».

La nostra città deve quindi grande gratitudine a questa figura, tanto semplice e dimessa di abitudini e di pretese, quanto traboccante di umanità e spiritualità. Una figura che avrebbe certo meritato cattedre più elevate per il suo insegnamento, ma avrebbe meritato anche riconoscimenti e valorizzazioni maggiori nelle stesse realtà istituzionali e cattoliche cittadine. «Matteo Perrini: un uomo benedetto…» –  come è stato salutato in chiesa ai suoi funerali –; «Un uomo libero: libero per la libertà dello Spirito, libero per la verità, ossia per cercarla e per viverla; un testimone di coerenza nella resistenza al male, e perciò ribelle ad ogni tentativo di coercizione; un maestro, la cui grande eredità spirituale e di pensiero può riassumersi nell’insegnamento e nella testimonianza della sacralità della coscienza e della libertà, e un maestro che ha saputo portare il bisogno di giustizia dei giovani sui binari di una sana e doverosa ribellione».

* * *

E ora veniamo al libro. È un testo non solo molto ampio, ma anche molto complesso. Si sviluppa intorno a sei autori: Socrate, Seneca, Agostino, Erasmo, Moro e Bergson, con  una acribia filosofica e filologica che stupisce. Non solo la più recente letteratura critica è discussa e analizzata, ma il fine ultimo della ricerca è costantemente presente, in modo che il lettore si possa orientare. Non è evidentemente possibile nel tempo di questa presentazione passare in rassegna le interpretazioni che Perrini fa di tutti i suoi autori, e quindi cercherò di indicare principalmente qual è la trama di fondo di questa ricerca, per poi soffermarmi soltanto su due figure: quelle di Seneca e di Tommaso Moro, nelle quali ben emerge il significato etico-politico della prospettiva filosofica di Perrini.

Il filo rosso, come si usa dire, di questa ampia esplorazione filosofica e storica, è quello della coscienza. La coscienza personale indagata nel suo rapporto, in primo luogo, con la filosofia (il titolo del libro, quindi, non è occasionale, ma programmatico); in secondo luogo con la politica; in terzo luogo con la sfera religiosa.

La filosofia è amore della sapienza. La concezione della filosofia come ars vivendi è quella in cui più traspare l’afflato pedagogico della ricerca di Perrini. È la ricerca, di volta in volta, di un consenso e di una scelta ragionevole, che sappia donare il profilo umano alla vita singola e della comunità. Ed è proprio della filosofia – secondo Perrini – uno stile di ragionevolezza e un amore per l’umano, nella consapevolezza che nelle cose terrene, la tensione fra certezza e incertezza è ineliminabile. Di qui anche la mitezza di ogni filosofia che sia civilmente responsabile, che abbia cioè dismesso ogni tracotanza ideologica.

Ma se la filosofia è amore della sapienza, Perrini sostiene che non può mancare una funzione di giudizio critico; e questo giudizio critico spetta alla coscienza. A prima vista il concetto di “coscienza” parrebbe la categoria più caduca. Dopo Nietzsche e Freud, come riaffermare una veridicità della coscienza? Ma è proprio nella filosofia morale più raffinata (che ha incorporato in sé la sfida di Nietzsche), che si può osservare una riscoperta della figura della coscienza. Infatti, osserva Perrini, la filosofia morale, se vuole essere all’altezza del suo compito, deve riconoscere una dialettica tra etica e morale. Se con “etica” si deve intendere l’insieme delle regole di comportamento ricevute e strutturate in modi di agire, la “morale” è l’atto di interrogarsi sulla fondatezza delle prescrizioni ricevute; la coscienza rappresenta il tribunale di questo giudizio morale. Un giudizio non differibile, pena la caduta in un cieco conformismo. In Seneca, come vedremo, troviamo una delle prime e più incisive teorizzazioni della coscienza come tribunale dell’agire: «Ogni giorno sostengo la causa di fronte a me stesso».

Il secondo filone di indagine è quello che riguarda la coscienza nel suo confrontarsi con la politica. Osserva Ilario Bertoletti, nella bella premessa al libro, che il dualismo, la contrapposizione, che qualche volta appare quasi insanabile, tra la sfera della coscienza e quella del potere, cioè tra la radice della libertà individuale e l’altrettanto necessario polo dell’obbligazione politica, costituisce quasi l’essenza della tradizione politica occidentale. L’autore che ha meglio incarnato questo dualismo – agli occhi di Perrini – è stato, come vedremo, Tommaso Moro.

Il terzo filone, che mi pare di poter cogliere nell’indagine condotta dall’autore sulla coscienza, è quello che riguarda il suo rapportarsi alla sfera religiosa. Questo tema, cioè lo spazio religioso da considerare come struttura trascendentale della coscienza, è quello che ha sempre impegnato e tormentato Perrini sino agli ultimi giorni. Si è trattato per lui di un lungo itinerario di pensiero, sempre caratterizzato dallo sforzo per interpretare la tradizione agostiniana, peraltro senza mai dimenticare l’istanza socratica e stoica, attraverso le diverse correnti del pensiero moderno, dal cosiddetto pensiero religioso liberale (di cui tra l’altro un alfiere è stato, proprio a Brescia, un filosofo conosciuto da Matteo Perrini: Alberto Caracciolo) a Bergson. Un cammino teso ad approdare a una visione di umanesimo cristiano capace di riconoscere la grande libertà dell’uomo, la necessità del rischio dell’esame di sé in dialogo con i propri consimili (e anche con i più estranei e lontani), e l’imperativo della tolleranza da considerare quasi un sinonimo della laicità. In definitiva, l’idea che al di là delle contingenze storico-culturali, nelle quali vivono, gli uomini trovino l’elemento che li unifica nel luogo in cui si rivela la coscienza; un luogo dove l’umano interseca il trascendente e dove abita la fonte primaria della libertà.

Queste sono le linee guida lungo le quali Perrini propone l’interpretazione dei diversi autori. Come ho detto prima, mi limiterò ad alcuni cenni sui ritratti dedicati alle due figure di Seneca e Tommaso Moro. Perché secondo Perrini è importante rivisitare Seneca? Perché «al centro della sua vita e delle sue speculazioni sta proprio il drammatico rapporto tra coscienza e potere». Perrini sostiene che forse nessun altro pensatore contò tanto nella storia politica, e non solo nell’antichità, come Seneca. Secondo Perrini Seneca è uno dei pensatori maggiori della classicità. Certamente il più umano. Mi pongo qui una domanda: cosa intende Perrini per “classico”? Ho trovato in uno dei suoi “Detti e contraddetti”, la rubrica settimanale sul Giornale di Brescia, questa definizione: «è caratteristica propria dei classici accompagnare con le domande che ci attraversano l’interpretazione che noi contemporanei diamo di noi stessi». In fondo è vero: ogni epoca si è autodefinita rileggendo i classici, quasi che l’identità si instauri attraverso quelle matrici di senso che sono diventati alcuni autori o particolari testi; e questo è il caso di Seneca: dall’appropriazione che ne fecero alcuni cristiani, di cui è simbolo l’apocrifo epistolario con san Paolo, all’ammirazione per lui dei Padri della Chiesa. Girolamo giunse a ritrovare in lui un exemplum di condotta morale. Ma l’opera di Seneca ha prodotto i suoi effetti anche in altre epoche: si pensi alla sua riscoperta nell’Umanesimo e nel Rinascimento, nonché agli albori della modernità: le riflessioni di Montaigne, di Cartesio e di Pascal trovano il loro luogo di elaborazione in un confronto serratissimo con la morale stoica di Seneca. Non solo: il teatro senecano ebbe un’influenza decisiva sull’età barocca (bastino i nomi di Corneille, Shakespeare, ecc.).

Ma che ne è oggi di Seneca? Va detto subito che Perrini non tenta un’attualizzazione di Seneca in quanto tale. Mentre, come ho detto prima, i cristiani lessero Seneca in partem meliorem – cioè mettendo quasi tra parentesi le incompatibilità dottrinali con il sistema storico che egli professava, e videro nelle sue analisi e nella sua umanissima saggezza una vera e propria propedeutica al Vangelo – Perrini invece sa valutare l’idea di Seneca come filosoficamente ingiustificabile, oltre che teologicamente superata. Ciò che interessa Perrini è vedere quali sono i problemi e gli interrogativi posti da Seneca che accompagnano l’interpretazione che noi uomini d’oggi diamo di noi stessi. E soprattutto quali sono le categorie originate da Seneca – in cui si possono sedimentare questioni etico-politiche – che più oggi danno a pensare.

Quelle cui Perrini attribuisce maggiore importanza sono: la concezione della condizione umana, il concetto di persona, lo stato di diritto, il diritto naturale. Mi soffermerò molto brevemente su ciascuna di esse.

L’espressione humana condicio entra nella cultura d’Occidente proprio con Seneca, che la usa con insistenza per indicare l’ambivalenza costitutiva dell’uomo, nel cuore del quale – scrive Perrini – abitano porta a porta opposte possibilità. L’uomo cioè come “paradosso vivente”, in quanto situato ontologicamente al punto di congiunzione della parola con l’inesprimibile, della speranza con la disperazione, del finito con l’infinito, della razionalità con l’irrazionale, della vita con la morte. Seneca, forse più di ogni altro pensatore dell’antichità, ha dato voce all’angoscia che sale dalle profondità dell’essere umano. «Essere umano: creatura fragile e mortale» – bellissima questa frase di Seneca – «un vaso che alla più piccola scossa, al più piccolo movimento, va in frantumi». In cui albergano, cioè, una potenzialità di male che è peggiore di quella di qualsiasi belva, ma al contempo una capacità di eroismo morale e di amore disinteressato che lo rende simile a Dio. Non occorre sottolineare come questi temi, uniti a quelli del senso di vertigine e dell’alienazione che l’uomo prova dinnanzi alla vastità abissale del tempo, e all’immensità sconfinata dello spazio, siano quelli che, ripresi da Pascal, da Kierkegaard, dall’esistenzialismo, indirizzano ancora oggi il pensiero filosofico e la riflessione sulla condizione umana. Ma Seneca è stato il primo in Occidente a darci su questi argomenti, che hanno veramente il sapore della vita e uno stile drammatico di grande intensità, una riflessione tematica da cui emergono precisi nuclei speculativi di grande rilevanza morale e anche metafisica.

Secondo tema: il concetto di persona. Seneca, afferma Perrini, è l’unico scrittore dell’antichità classica e ellenistica romana, che ha affrontato apertamente il problema della schiavitù, contrastando audacemente sia le norme del diritto positivo, sia le regole consuetudinarie della vita sociale del suo tempo. L’economia dell’età classica, infatti, era così fondata sulla schiavitù da far apparire immodificabile la condizione dello schiavo, anche a geni di prima grandezza, come Platone e Aristotele. Nelle Lettere a Lucilio, invece, da parte di Seneca, è contenuto un vero e proprio manifesto in difesa della dignità umana degli schiavi. «Non schiavi per natura – scrive Seneca – ma solo perché una congiuntura disgraziata li ha ridotti in tale stato». L’inderogabile dovere morale di riconoscere concretamente la dignità umana di quel prossimo, che è chiamato schiavo, è affermato con forza dal filosofo. Così replica ad un contraddittore: «colui che tu chiami schiavo è nato dagli stessi semi, vive sotto lo stesso cielo, respira, vive e muore proprio come te. Tu puoi sperimentare in lui un uomo libero, come lui può sperimentare in te uno schiavo».

Secondo Perrini, che si richiama anche alle ricerche di un’insigne studiosa bresciana di Seneca quale fu Maria Bellincioni, è dunque con Seneca che nasce il concetto di “persona”, come categoria che denota la singolare ed assoluta dignità etica di ogni uomo. Una dignità data dall’uguaglianza naturale tra gli uomini, indipendentemente dalla posizione sociale capitata in sorte. È questa un’affermazione di grande peso, perché rivela come il concetto di persona, perlopiù ricondotto al cristianesimo, abbia la sua origine nel mondo pagano. Anche se è da riconoscere che il cristianesimo, con la sua Rivelazione, renderà ancor più universale tale scoperta, perché l’uguaglianza tra gli uomini sta nel loro essere immagini del Dio persona. In ogni caso, constatiamo come nel contesto filosofico contemporaneo si assista ad una rinascita di attenzione per la categoria di persona. Persona come titolarità di diritti inalienabili, da cui deriva la centralità di questa categoria anche nel dibattito bioetico e nelle teorie della giustizia.

“Stato di diritto”: questa è un’altra importante categoria concettuale da far risalire a Seneca. Egli si ispira, anche in questo caso, alla scuola stoica, traendo da essa un orientamento positivo dello Stato, ossia la convinzione che la partecipazione alla vita politica sia un dovere ineludibile, una responsabilità si ogni cittadino. Ma su queste basi Seneca ha poi saputo costruire una visione della politica intesa come ricerca dei principi regolativi del buon governo – che deve trovare la sua ragion d’essere sempre e solo nel bene comune –, nonché una concezione per cui lo Stato deve sempre trovare il suo fondamento in leggi naturali, conformi alla ragione, che sono poi quelle che lo legittimano e lo giudicano. Come è noto, questi lineamenti propri di uno Stato di diritto, furono tracciati da Seneca – e non appaia un paradosso – per il discorso di insediamento al trono pronunciato da Nerone di fronte al senato. In questo senso è degno di nota che Seneca abbia indicato nello Stato di diritto e nel “diritto mite” i criteri ispiratori di ogni politica autenticamente liberale; e ciò in un contesto storico che rendeva pressoché inevitabile un regime non democratico, giacché risultava anacronistico in quella fase dell’impero romano pensare di restaurare il regime repubblicano anteriore a Cesare e ad Augusto. Dico questo perché è sempre molto importante evidenziare la distinzione che corre tra Stato di diritto e Stato democratico, dato che anche nel tempo che viviamo la non coincidenza tra le due nozioni è dimostrata dalle inquietanti tendenze che registriamo nei nostri Stati democratici al venir meno delle garanzie che sono proprie di uno Stato di diritto.

Ultimo punto: diritto naturale. È proprio quello che ho testé detto che porta a riconoscere, come è evidente, in Seneca anche uno dei padri del diritto naturale. Quel diritto naturale che, dopo l’oblio nella stagione del positivismo giuridico in cui si affermò con Weber e Kelsen la tesi dell’identità di Stato e diritto positivo, riappare ai nostri giorni nelle vesti, tra le altre, del neocontrattualismo. Secondo questa filosofia della politica la giustificazione di un assetto di cooperazione sociale può garantirsi ipotizzando soltanto una posizione originaria, in cui degli esseri razionali operano scelte etiche, in conformità a principi di giustizia. Certamente il diritto naturale, che già in Seneca – osserva Perrini – svolgeva la funzione di pietra di paragone per legittimare le istituzioni, appare oggi non più inscritto in una natura, ma ha il suo fondamento nel consenso riconosciuto ai diritti dell’uomo, intesi come una norma meta-giuridica che decide della equità di un dato assetto sociale.

E vi è certo una relazione tra questa insistenza di Perrini sull’attualità perenne del diritto naturale e la sua attenzione civica ai diritti dell’uomo e delle minoranze oppresse. Come non ricordare che nella presentazione di una conferenza di un dissidente dell’Est, in questa sala dove noi oggi lo commemoriamo, egli citò proprio alcuni passi di Seneca. Seguendo il filone che ho posto all’inizio di questa presentazione, e in questo caso segnatamente il rapporto della coscienza con la politica, rimarrebbe da ultimo da citare un altro autore trattato in questo libro: Tommaso Moro.

Vi sono eventi che per la loro rilevanza e drammaticità sono divenuti luoghi del pensiero. Eventi reali o narrativi assurti a problemi classici della riflessione. Si pensi alle morti di Antigone e Socrate. In quegli eventi, nota Perrini proprio nel primo capitolo di questo libro, la filosofia ha ritrovato le domande relative all’insopprimibile tensione tra leggi della coscienza e leggi della società: Posso obbedire alle norme civili quando esse impongono di violare e contraddire la voce della coscienza? Dove sta il fondamento della rettitudine della coscienza in una legge divina? Ma fino a che punto il tribunale della coscienza ha diritto di giudicare le leggi dello Stato senza cadere in una, non meno ingannevole, tracotanza?

Sono gli interrogativi che hanno attraversato la storia del pensiero politico e filosofico, assumendo volti e nomi diversi, ma riproponendo gli stessi dilemmi. È emblematica, in questo senso, la figura di Tommaso Moro, il politico inglese, autore del celebre trattato Utopia, cancelliere del regno con Enrico VIII, condannato alla decapitazione dallo stesso re, per avere rifiutato di accettare l’atto che, ratificando il divorzio da Caterina d’Aragona, di fatto proclamava Enrico VIII capo supremo della Chiesa d’Inghilterra. Siamo tra la fine del ’400 e gli inizi del ’500: i secoli dell’apoteosi del Rinascimento e dei sogni di una riforma morale della Chiesa di Roma; sogni il cui fallimento fu ratificato dallo scoppio della riforma luterana.

L’amicizia con Erasmo nasce proprio sul terreno di una medesima passione per le lettere classiche, viste come via prima per una riforma dall’interno del cattolicesimo. Non per nulla Erasmo dedica l’Elogio della follia proprio a Tommaso Moro, e l’Utopia è come costruita sugli ideali di pace propugnati dall’amico olandese. Se Erasmo perseguiva il tentativo di auto-riforma della cattolicità pubblicando una nuova edizione in latino e in greco del Nuovo Testamento, dal canto suo Moro, rispondeva alla dottrina luterana del primato assoluto della Scrittura, ricordando come nel cristianesimo antico la precedenza fosse della parola orale della professione di fede, di cui vive la comunità dei credenti. Sono celebri, ricorda Perrini, quattro lettere, nelle quali Erasmo traccia un ritratto di Moro. In esse sorprendiamo la straordinaria dote di Erasmo di disegnare attraverso il profilo morale dell’amico, l’idealtipo dell’intellettuale cosmopolita che in quei decenni

egemonizzava le scene delle corti europee. Ma il decorso dei fatti smentì l’utopia erasmiana, e proprio nel modo più crudele. Infatti la condanna dell’amico avvenne a causa del rifiuto di Moro di giustificare il venir meno, con l’atto di successione voluto da Enrico VIII, della divisione tra Chiesa e Stato. Qui stava il fulcro del sogno riformatore di Erasmo e di Moro, cioè il ritorno a un cattolicesimo politico fondato sul detto evangelico: «date a Cesare quel che è di Cesare, e date a Dio quel che è di Dio».

Ma furono veramente sconfitti Moro ed Erasmo o – come sostiene Perrini – nelle ultime parole di Moro («l’ostacolo al giuramento voluto da Enrico VIII è dato proprio dalla mia coscienza. La mia coscienza che conosce Dio, al cui volere io affido tutta questa vicenda») possiamo ritrovare un modello di agire politico che si voglia insieme laico e cristiano?

In fondo è tutta la ricerca intellettuale di Perrini ad aver sondato questa ipotesi storiografica. Si pensi alle sue traduzioni della Lettera a Diogneto, delle Confessioni di Agostino, delle Due fonti della morale e della religione di Bergson, ovvero alcuni dei testi in cui si è determinata la sfera della coscienza come cardine insopprimibile dell’agire civile. La coscienza come voce di una legge, sia essa umana o divina, in cui trovano fondamento i diritti dell’uomo. Un filone che è apparentemente sconfitto dalle tragedie che hanno segnato la storia contemporanea, ma che tuttavia è sempre risorto, appellandosi proprio al tribunale della coscienza, quando erano in gioco i destini della libertà e dell’uguaglianza. Si pensi ai giovani della Rosa Bianca, giustiziati dal regime nazista, a un filosofo dissidente come Jan Patočka, promotore di “Charta 77”, morto nella gendarmeria della polizia cecoslovacca. In entrambi i casi era determinante l’impossibilità, per la coscienza individuale, di contraddire i propri dettami per ottemperare ai voleri dei regimi totalitari.

Voglio terminare questo intervento ricordando un passo che Perrini amava spesso citare dialogando con gli amici, e che anche in queste pagine è riportato. È tratto dai Taccuini di Albert Camus: «Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che cambi in esempio». A me pare che la vita di Perrini abbia incarnato il senso profondo di questa massima. La sua ricerca intellettuale è divenuta un modello pedagogico, uno stile di vita. Non solo di vita, ma anche un modello nell’affrontare la morte.

L’ultima e cara immagine che conservo di lui è quella di un incontro avvenuto pochissimi giorni prima della sua scomparsa. Mentre mi parlava di questo suo lavoro, delle pagine che doveva ancora scrivere su Socrate (da ultimo era un pensiero quasi ossessivo quello di dimostrare la religiosità di Socrate), io lo osservavo sapendo che la fine era imminente e che non l’avrei più rivisto. Lo guardavo, fissavo quegli occhi chiari che riflettevano la sua anima ben viva. Ascoltavo le parole che fluivano da una mente ancora limpida, vibrante e feconda. Mi sembrava incredibile accettare l’idea che quello sguardo di lì a poco si sarebbe spento per sempre, e per sempre quella voce si sarebbe taciuta. E invece lui, con la sua serenità, e persino dolcezza delle sue parole e dei suoi ultimi gesti, riusciva a rendere normale persino il passaggio supremo. Quando lo lasciai, quando scesi per quelle scale, mi venne spontaneo ripensare al racconto di Platone, al brano solenne e sublime da lui tanto amato, quello che descrive la morte di Socrate. La morte di Matteo è stata davvero la morte del giusto e del patriarca. Esemplare è stata la serenità, e vorrei dire la naturalezza, con cui egli ha lasciato la scena di questo mondo. La naturalezza di chi si appresta a un semplice passaggio. Pur nella grande tristezza della separazione, Matteo ha lasciato così in tutti, ma soprattutto nei giovani che ne continuano l’opera, un sentimento fecondo di serenità e di fiducia nella vita.

 

MICHELE NICOLETTI

Ringrazio gli organizzatori per l’invito che mi hanno rivolto a presentare il libro di Matteo Perrini, Filosofia e coscienza, che raccoglie i saggi che ha dedicato agli autori da lui più amati, legati dal filo conduttore della coscienza, il tema a lui più caro.

Come molti, qui, questa sera – forse come tutti – ho anch’io un grande debito di riconoscenza nei confronti del prof. Matteo Perrini. Non solo per gli inviti ripetuti e affettuosi che mi aveva rivolto a partecipare a diverse delle iniziative culturali che non si stancava di organizzare a Brescia, ma molto di più per il dono della sua amicizia, attraverso la quale non si entrava solo in contatto con la sua straordinaria personalità, la sua passione e la sua cultura, ma anche con la sua famiglia spirituale che, oltre alla famiglia terrena, comprendeva gli “spiriti magni” con cui egli dialoga nel testo.

Entrare in contatto con lui significava introdursi a questo convivio di umanisti, fatto d’amicizia sincera, di letture di grandi, d’impegno civile, di passione educativa nei confronti dei giovani. E a noi piace pensare che ora il suo dialogo con questi autori stia continuando.

Filosofia e coscienza. Questo libro ci aiuta ad accostarsi non solo agli autori che amava, ma anche al tema della coscienza. La centralità della coscienza non è stata solo oggetto di riflessione per lui, ma anche modo di intendere la vita, la propria come la vita della società intera, ché senza rispetto della coscienza non c’è davvero convivenza che meriti il nome di umana.

Questo viaggio alla riscoperta della coscienza che Matteo Perrini ci invita a fare prende le mosse da Socrate, ossia dall’inizio del filosofare. Si farebbe torto alla tradizione che ha visto in Socrate l’inizio della filosofia – secondo la quale ciò che lo precede viene definito appunto pensiero “pre-socratico” – se si pensasse che le ragioni di questa identificazione stiano nella presunta invenzione socratica del “concetto”. Per cui solo nel “pensare” che giunge a darsi la forma del “che cos’è questo?”, si avrebbe l’inizio del filosofare. Se ha senso indicare in Socrate un inizio del filosofare, questo inizio non può essere sciolto dal vivere e morire di Socrate per la ricerca della verità. Qui nasce il pensiero filosofico come amore per la sapienza, dove il termine “amore” sta inequivocabilmente ad indicare il legame particolare e intimo che lega il cuore umano alla verità come a ciò che è proprio – più proprio – dell’uomo. Intimior intimo meo direbbe Agostino. Per cui senza legame alla verità lo spirito dell’uomo s’inaridisce, si ammala, si estenua e la sua vita si appiattisce nella banalità. Il detto di Socrate, che Perrini ci invita a riscoprire: «un’esistenza senza ricerca della verità non è degna di essere vissuta», è la dichiarazione di un innamorato, non è un progetto di esplorazioni intellettuali. Il nascere della filosofia è atto di amore, risposta affettiva ad un riconoscersi “affetti” dalla verità. Questo è il “pathos” della verità, perché la verità ci colpisce, ci ferisce, ci inquieta, ci affligge, non ci fa dormire e in questa ricerca ne va della nostra vita.

Come ogni amore, anche l’amore della verità ci espone al rischio della libertà, al rischio della morte. Per amare non è sufficiente venire colpiti dall’oggetto dell’amore, ma occorre anche mettersi in marcia. Non è forse l’amore il motore di tutte le cose, secondo l’immagine stupenda di Agostino? Tutta la storia è questo dramma di amore, di amore suscitato, di amore negato, represso, ripiegato su oggetti indegni di noi, capace di fuoriuscire da sé fino al sacrificio della vita e incapace di uscire da sé, fino a spingerci a sacrificare la vita degli altri per salvare noi stessi. Amare vuol dire rischiare. E la filosofia è esposizione al rischio mortale. Incamminarsi verso la ricerca della verità significa abbandonare le certezze dell’ovvio, i pregiudizi, il sapere consolidato, il “così dicon tutti”, per un cammino incerto. Pensare con la propria testa non è solo compiere un’operazione mentale, ma è compiere una scelta morale. Quella che a Socrate o a Seneca stava a cuore più della vita: vivere da uomini liberi.

Se c’è una cosa di cui Matteo Perrini aveva il gusto era la libertà. E questi autori ci aiutano a riscoprire nel nostro tempo il gusto per la libertà, non solo la libertà, ma la gioia della libertà. Libertas enim delectat, citando l’amato Agostino. Bisogna saper ritrovare questo gusto. Questo gusto della libertà che accomuna questi autori ma anche molti altri che Matteo Perrini amava; ed è questo gusto per la libertà che ci rende insofferenti nei confronti delle catene della caverna platonica, che noi stessi ci costruiamo e in cui finiamo per addomesticarci, tanto da perdere, alla fine, il gusto della libertà, e provare paura per la libertà stessa. Ed è questo gusto per la libertà che altre volte ci rende invece coraggiosi e capaci di pagare qualche piccolo prezzo sull’altare della ricerca della verità. Altrimenti perché filosofare, posto che la filosofia difficilmente può garantire ricchezza economica, successo mondano e, perfino, la felicità?

Se c’è un modo comune di intendere il filosofare tra questi autori che Matteo Perrini amava, esso è legato a questo nesso tra ricerca della verità e libertà.

La morte di Socrate è davvero la testimonianza di un modo di intendere la vita e la filosofia che Perrini interpretava come valore perenne, capace di parlare a tutti gli uomini e donne e a tutti i tempi, come le storie dell’Antigone, di Thomas More, di Sophie Scholl che non si stancava di raccontare di nuovo ai ragazzi di ogni generazione.

E chi sorregge Socrate in questa ricerca è la voce del suo demone interiore. Diremmo – con parole nostre – della coscienza.

Coscienza che parla, in questo come in altri casi, attraverso un’ingiunzione negativa. Socrate lo dice nella sua Apologia davanti ai giudici: “in questa scelta di restare fedele alla ricerca della verità, il mio demone tace, la mia coscienza non mi dice nulla”.

Socrate avverte, in ciò che fa, l’unità di tutto sé stesso. Quando la voce della coscienza si leva, è perché avverte una frattura tra ciò che l’uomo fa o pensa, e il nucleo più intimo dell’uomo, e dunque si esprime con un’ingiunzione negativa. La stessa cosa che Adam Michnik, intellettuale dissidente polacco, aveva espresso così fortemente nella sua lettera al generale Jaruzelski: «C’è un momento, generale, in cui appunto una voce si avverte e dice: tu non lo farai». E pensiamo a quanto amasse Perrini queste figure di dissidenti nei confronti dei totalitarismi di ogni colore.

Il senso della giustizia, cui la coscienza ci richiama, si esprime prima come ripugnanza, come negazione nei confronti dell’ingiustizia, che Rosmini definirebbe “troppo brutta e schifosa” per poter essere accettata dall’uomo. Ingiustizia che non può essere compiuta senza una protesta almeno interiore, e di qui la preoccupazione di Perrini nei confronti dei regimi totalitari e delle loro seduzioni, perché narcotizzano e ottundono la coscienza, e la rendono incapace di sentire questa protesta interiore nei confronti dell’ingiustizia, e la sua ripugnanza.

Ma questo carattere di ingiunzione negativa, attraverso cui la coscienza si esprime, ha anche un altro risvolto. Se la coscienza ci dice che cosa non dobbiamo fare, non ci dice però che cosa dobbiamo fare in modo altrettanto chiaro. Non solo ci libera, ma ci consegna alla libertà.

Il vincolo più forte, quello della coscienza – tanto forte che alcune anime sentono di dover sacrificare la loro vita per restare fedeli al comandamento della coscienza –, si manifesta così come il fondamento della libertà. Se il non fare il male è chiaramente definito, il fare il bene è un atto creativo: da compiere, da inventare, da costruire. La libertà è legata alla creatività, e forse per questo Matteo Perrini amava così tanto Bergson, che voleva trascinata non solo la storia umana, ma l’intero cosmo in questa avventura della libertà.

Ma c’è un altro senso in cui si può dire che la coscienza non solo libera, ma anche consegna alla libertà. Perrini ce lo addita attraverso il richiamo a Erasmo e Tommaso Moro: uomini capaci di solitudine. Con questo non intendeva dire intellettuali sprezzanti, che non si chinano sulla storia dell’uomo. Perrini ricorda l’impegno, l’umanesimo civile di queste grandi figure. Ricorda il libro di Tommaso Moro, Utopia, in cui si discute se sia opportuno o no, per l’intellettuale, consigliare il principe (il rapporto tra coscienza e potere a proposito di Seneca). Tommaso Moro non ha affatto una visione da purista della ricerca della verità. Anzi; critica fortemente la filosofia “scolastica”, cioè la ripetizione stanca delle formule, e invoca un’alia philosophia, un altro tipo di filosofia, più civile, capace appunto di farsi carico degli uomini, e tuttavia questo farsi carico degli uomini e della loro storia non può mai portare ad un compromesso con la verità.

La storia di Tommaso Moro in questo senso è esemplare: ci mostra come le decisioni di coscienza siano decisioni prese nella solitudine. L’ambiente di Tommaso Moro lo lascia solo: gli intellettuali e l’università sono schierati in larga parte con Enrico VIII. La sua corporazione – i giuristi e il ceto politico –, la sua Chiesa (se si eccettua un vescovo: Sean Fisher e alcuni certosini) sono tutti dalla parte di Enrico VIII.

È interessante notare come colui che è stato additato a modello del laico cristiano impegnato in politica, compia il gesto supremo (quello per cui viene beatificato negli anni ’30 del secolo scorso, nella temperie del totalitarismo) in una strana condizione di solitudine: in piena comunione con la Chiesa romana, ma non con la Chiesa d’Inghilterra (se non appunto attraverso alcune figure particolari). Nessuno, in situazioni che esigono giudizi di coscienza, può affidarsi ad altri. Alla maggioranza o uniformarsi a decisioni altrui: una decisione avente ordine all’eternità è assolutamente singolare e non allineabile. E come nessuna autorità o potere mondano può imporre al singolo alcuna decisione contro la sua coscienza, così nessun uomo può caricare sulle spalle di altri la responsabilità di una decisione che solo lui può – e deve – prendere.

«Non ho mai voluto – dice Tommaso Moro –, Dio essendo il mio buon Signore, caricare il peso della mia anima sulle spalle di nessuno, nemmeno del più buono tra i viventi, perché non so dove potrebbe portarla. Non c’è uomo vivente di cui, finché vivo, io possa essere sicuro: chi per amore, chi per paura, potrebbe accadere che qualcuno porti la mia anima per la strada sbagliata. E per questo non mi lego ad alcuno, ma bado a me stesso, non mi occupo della coscienza degli altri, ma della mia; e nella mia coscienza, ne grido pietà a Dio, trovo riguardo alla mia vita materia sufficiente a cui pensare».

Il tema della libertà si traduce qui in una visione di profondo rispetto della libertà altrui. Quindi di tolleranza e di dialogo. L’ideale Moro e degli altri umanisti è l’ideale di una libertà religiosa, in cui la verità non sia affidata in nessun modo alle ragioni della forza, ma alla ricerca libera. Di nuovo ritorna il nesso tra libertà e amore: la ricerca della verità, proprio perché è amore della verità, si può dare solo nella libertà.

Erasmo e Moro non sono solo esempi, con il loro pensiero, della libertà religiosa, ma anche del valore della pace secolare, intesa quale valore teologico. Un altro dei fili rossi che attraversano il libro di Perrrini è la centralità della pace: da Agostino ad Erasmo, da Tommaso Moro a Bergson, passando per Seneca (con l’ideale della res pubblica magna che si allarga a tutta l’umanità). L’ideale della pace secolare, di una condizione di vita in cui gli uomini non si ammazzino a vicenda, è un valore teologico. Noi abbiamo buone ragioni spirituali per perseguirlo. Ci può anche chiedere sacrifici, come la storia dell’Europa moderna ha mostrato, negli anni appunto di Erasmo e Tommaso Moro, quando le lotte per la religione insanguinavano gli Stati europei. Centralità della coscienza, dunque, e rispetto per la coscienza degli altri.

Il tema della coscienza non ci deve però far pensare a una perenne inquietudine (nel senso di una lacerazione interiore, di un tormento che non ha pace). Al contrario. L’idea che le pagine del volume di Perrini trasmettono – la centralità della coscienza – è quella di una coscienza riconciliata, che quando trova il suo orientamento fondamentale, quando è consapevole dei limiti umani, quando ha ben giudicato nella sua libertà, fornisce all’uomo uno stato di profonda serenità. La grande serenità con cui essi hanno affrontato la prova suprema: non solo una tranquillità in termini psicologici, ma un più profondo stato di certezza, che deriva da una riconciliazione interna, per cui tutta l’anima è unita a sé e riposa nella speranza di un destino di eterna beatitudine. E qui, di nuovo, l’esempio di Tommaso Moro è straordinario: gli ultimi scritti ci descrivono il conforto che la coscienza può dare quando sia stata orientata verso la verità. «Poiché è certo – scrive Tommaso Moro – che se uno può, come infatti lo può, sentir gran conforto nella purezza della propria coscienza, anche se gli viene imputato un falso delitto, e se viene addotta contro di lui una falsa testimonianza, se viene falsamente punito e perciò posto alla berlina davanti al mondo e ne dovesse soffrire, cento volte maggior conforto potrà sentire nel proprio cuore colui che dove il bianco è chiamato nero e il dritto torto, rimane fedele alla verità e viene perseguitato per la giustizia». Davvero qui si potrebbe dire, con Tommaso d’Aquino, che la sicurezza e la tranquillità di coscienza sono un gran bene: un animo tranquillo è come un banchetto perpetuo.

Questo paragonare la tranquillità di coscienza a un banchetto eterno ci riporta al senso del convivio umanistico di cui parlavo all’inizio. Il libro di Matteo Perrini ci fa gustare un po’ di questo banchetto di umanisti, dove il termine “umanista” non vuole indicare solo il dotto, l’intellettuale, l’educatore, ma per usare le parole di Valery pronunciate nel discorso su Bergson all’Académie française dopo la morte del filosofo, l’umanista è “un grande amico degli uomini”. Matteo Perrini lo è stato; e lo è, davvero.

NOTA: i testi non sono stati rivisti dagli Autori; è ripostata la trascrizione degli interventi tenuti nella Sala Bevilacqua di Brescia su iniziativa della Ccdc a un anno dalla morte del prof. Matteo Perrini