Presentazione del libro “Vita e destino”

Venerdì 16 gennaio 2009 nella libreria dell’Università Cattolica di Brescia alle ore 18 vi è stata la presentazione del libro Vita e destino di Vasilij Semënovič Grossman. E’ intervenuto il prof. Adriano Dell’Asta, docente di lingua e letteratura russa nell’università Cattolica di Brescia. L’attore Daniela squassina ha letto alcuni brani del libro.

La biografia di Vasilij Grossman
Berdicev (Ucraina), 1905 – Mosca, 1964

Vasilij Semënovič Grossman (in russo Василий Семёнович Гроссман) è stato un giornalista e scrittore sovietico di origine ebraica.
Diventò ingegnere e dopo essere cresciuto a Ginevra e aver studiato a Kiev, all’epoca dei piani quinquennali credette talmente nella costruzione dell’ “uomo nuovo” da abbandonare i cantieri minerari del Donbuss, dove lavorava, per mettersi a raccontare l’epopea dell’Unione Sovietica.
Fu corrispondente di guerra per il quotidiano dell’esercito Stella rossa e seguì il fronte fino alla Germania.
In quel periodo cominciò a comporre una grande opera sulla guerra, incentrata sulla Battaglia di Stalingrado, e diede alle stampe Il popolo è immortale (1943), esaltazione dei sacrifici sofferti dai popoli dell’Unione Sovietica durante l’invasione tedesca del 1941.
Tra il 1944 e il 1945 lavorò a un’opera che documentava i crimini di guerra nazisti nei territori sovietici contro gli ebrei (Il libro nero).
Grossman, ebreo sovietico, scrittore e giornalista, conobbe perciò direttamente le devastazioni della seconda guerra mondiale, la lotta contro i nazisti, la sconfitta di Hitler quindi l’ascesa di Stalin.
Dopo aver assistito alla campagna antisemita (fra il 1949 e il 1953) si trovò in dissidio con il regime e cadde in disgrazia. Così la stesura finale della sua grande opera, Vita e Destino, venne sequestrata e non avrebbe mai visto la luce se qualcuno non avesse conservato e fatto pervenire clandestinamente una o due copie a Losanna, dove fu stampato nel 1980.

Le prime pagine

La nebbia copriva la terra. Il bagliore dei fanali delle automobili rimbalzava sui fili dell’alta tensione che correvano lungo la strada.
Non aveva piovuto, ma all’alba il terreno era umido e, quando si accendeva il semaforo, sull’asfalto bagnato si spandeva un alone rossastro. Il respiro del lager si percepiva a chilometri di distanza – lì convergevano i fili della luce, sempre più fitti, la strada e la ferrovia. Era uno spazio riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il ciclo d’autunno, la nebbia.
Sirene lontane – un ululato lungo e sommesso.
La strada si strinse alla ferrovia e la colonna di camion carichi di sacelli di cemento proseguì per qualche tempo alla stessa velocità di un convoglio merci che sembrava non avere fine. Nei loro pastrani militari, gli autisti guardavano avanti senza girarsi né verso i vagoni che passavano, né verso le chiazze pallide dei volti.
Poi dalla nebbia emerse la recinzione del lager: più giri di filo spinato tesi tra piloni di cemento. Una dietro l’altra, le baracche formavano strade ampie e diritte. La ferocia disumana dell’enorme lager si esprimeva in quella regolarità perfetta.
Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene – e non ce ne sono – due perfettamente identiche. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile… E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne.
L’occhio svelto ma attento del macchinista canuto seguiva la fuga dei pali di cemento, dei riflettori girevoli sui loro alti pilastri, delle torrette con il faro in cui si distìngueva la sentinella alla mitragliatrice. Il macchinista fece un cenno al suo vice e la locomotiva avvertì del proprio arrivo. La garitta illuminata da una lampadina elettrica, la fila dei camion ferma di fronte alle righe della sbarra abbassata, l’occhio rosso – bovino – del semaforo.
In lontananza si udirono i fischi del convoglio che giungeva
«È quello sbruffone di Zucker, lo riconosco dalla voce» disse il macchinista al suo secondo. « Ha scaricato e torna a Monaco ».
Il convoglio vuoto incrociò la tradotta diretta al lager in un fragore d’inferno: l’aria squarciata ebbe un fremito, gli intervalli vuoti tra i vagoni furono battiti di ciglia, poi lo spazio e la luce di quel mattino d’autunno – sbrindellati, laceri – si ricomposero in un fondale che scorreva ritmicamente.
L’aiutomacchinista tirò fuori uno specchietto e si guardò la guancia imbrattata. Il suo capo gli fece cenno di passarglielo.
«Creda a me, camerata Apfel.» disse l’aiuto, scosso «se non fosse per i vagoni da disinfettare potremmo essere a casa all’ora di pranzo, e non alle quattro del mattino, sfiniti. Come se non potessimo farla al deposito, la disinfezione ».
Al vecchio era venuta a noia, quella solfa.
«Fammi un fischio lungo» disse. «Non ci mandano al binario morto, ma direttamente allo scarico ».

© 2008, Mondadori

Adriano Dell’Asta (1952), laureato in filosofia presso l’Università Cattolica di Milano, Professore associato di Lingua e Letteratura Russa, insegna attualmente Lingua e Letteratura Russa all’Università Cattolica di Brescia e di Milano. Vice presidente della Fondazione Russia Cristiana, è membro del Comitato Scientifico Internazionale della rivista «La Nuova Europa»; fa inoltre parte del Comitato dei Consulenti della rivista teologica internazionale Communio, e della rivista della Pontificia Università Cattolica del Cile, Humanitas. Nella sua attività di ricerca ha approfondito in particolare alcuni nodi centrali della cultura russa del XIX e del XX secolo, seguendo soprattutto il filone della filosofia religiosa e quello dell’arte e della letteratura nei suoi rapporti col potere. Ha pubblicato oltre un centinaio di contributi scientifici e ha partecipato a numerosi convegni nazionali e internazionali. Ha curato il volume dedicato Isaak Babel nella collana dei Meridiani di Mondadori (2006). (fonte: www.ilsussidiario.net – 2019)