Thomas More, il laico cristiano dei tempi nuovi

Thomas More ed Erasmo da Rotterdam si incontrarono per la prima volta a un pranzo del Lord Mayor di Londra nell’estate del 1499. More aveva allora ventidue anni, Erasmo una decina di più, e fu subito amore a prima vista. I due differivano in tutto, o quasi: per l’ambiente in cui erano cresciuti, per l’educazione ricevuta, per il temperamento che si portavano appresso; ma quando s’incontrarono, scoprirono le loro affinità elettive e l’uno diventò all’altro insostituibile e prezioso. I tentativi di scindere il nome di Erasmo da quello di More si sono ripetuti nel corso di mezzo millennio, perché la vicinanza dell’umanista che maneggiava l’ironia e la polemica graffiante come nessun altro comprometteva la rappresentazione oleografica di un More modello di ortodossia rigida e “papista”. In realtà Erasmo e More erano e restano inseparabili e furono legati da una di quelle amicizie totali la cui delicatezza si rivela in mille tratti affascinanti, tanto che essi costituiscono la coppia più affiatata e insieme di più alto profilo dell’età moderna.

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Erasmo era stato un religioso agostiniano e rimase prete per tutta la vita che consacrò alla rinascita della cultura umanistica e alla riscoperta dei Padri della Chiesa, ma soprattutto alla revisione del testo greco e latino del Nuovo Testamento. Riprendere dopo undici secoli la Vulgata che Gerolamo aveva consegnato alla cristianità e rileggerla criticamente, avvalendosi di nuovi strumenti filologici, era impresa di tale arditezza da sembrare a molti blasfema, anche perché si accompagnava esplicitamente a un programma di profondo rinnovamento religioso e di ritorno alle pure sorgenti del Vangelo. Ed è alla luce di quel vasto, articolato disegno di riforma cattolica che si colloca anche la parte polemica dell’opera erasmiana, che trovò la sua più efficace espressione in quello stupendo intreccio di fantasia e protesta, di scherzo e serietà, di sarcasmo e appassionata invocazione alla rinascita spirituale che è l’Elogio della follia.
Erasmo dedicò l’Elogio a Thomas con queste parole:
Di te assente, o primo dei miei amici, mi ricordo proprio come godo della tua presenza che, come sai, è il piacere più grande che mi sia concesso dalla vita. Per la singolarità e la perspicacia del tuo ingegno, tu ti discosti enormemente dalla gente comune; eppure, per l’incredibile delicatezza e affabilità della tua indole, riesci a essere, e con gioia, l’uomo di tutte le ore per tutti.
Erasmo conia qui per l’amico l’espressione cum omnibus omnium horarum homo, l’uomo di tutti in ogni momento, che di lì a poco, nel 1521, in una guida all’apprendimento del latino, diventerà a man for all seasons, “un uomo per tutte le stagioni”: una frase che è divenuta la definizione più popolare e classica a un tempo di More. Essa, infatti, sta a significare sia la perfetta disposizione di More a essere sempre all’altezza di ogni situazione, fino a quella suprema del sacrificio della vita, sia la possibilità per gli uomini di qualsiasi epoca storica – e dunque anche per noi – d’incontrare quel grande laico cristiano e di accoglierlo come compagno di viaggio.
La vera biografia di More il principe degli umanisti la tracciò di proposito, in maniera anticonvenzionale e quasi a futura memoria, in quattro lettere che indirizzò ad altrettanti amici, ora per la prima volta da me tradotte e commentate nel volume: Erasmo da Rotterdam, Ritratti di Thomas More, pubblicato da La Scuola editrice di Brescia nel 2000. Erasmo scrisse quelle lettere – designate nel monumentale Opus epistolarum con i numeri 999, 1117, 1233, 2750 – con estrema accuratezza e le rese pubbliche tra il 1519 e il 1532, nell’arco di tredici anni. Esse costituiscono quattro profili di More osservato da angolazioni diverse, in rapporto a situazioni e problemi in cui l’inglese aveva lasciato il segno. Evidentemente, attraverso le quattro lettere, Erasmo intendeva richiamare l’attenzione dei contemporanei, e forse ancora più dei posteri, sulla figura di Thomas More, l’uomo che ai suoi occhi rappresentava nel modo più elevato e accattivante l’ideale del laico cristiano dei tempi nuovi.

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Nel terzo ritratto di Thomas More, la Lettera 1233, inviata nel settembre del 1521 al leader degli umanisti francesi, Guillaume Budé, Erasmo mette a fuoco un altro aspetto fondamentale, ancora oggi assai poco conosciuto, di quel “santo sposato”, e sposato due volte. Ciò che riempie di ammirazione l’olandese è che More marito e padre abbia aperto la via a un mutamento epocale, come il riscatto e la promozione della donna, non con proclami altisonanti, ma con la realizzazione pratica della sua “utopia domestica”. Le idee di More sull’educazione delle donne sono fortemente in anticipo sui tempi ed Erasmo, che aveva reputazione di misogino, si converte sinceramente ad esse. In quel campo – scrive Erasmo – la netta superiorità dell’inglese rispetto a se stesso e a Budé va, pertanto, riconosciuta senza indugio alcuno. Budé, grecista sommo e fondatore della storia del diritto, era anch’egli buon padre di famiglia ma, a differenza di More, non aveva avuto l’ardire di iniziare le figlie alle bonae litterae.
Grande è la simpatia di More nei confronti delle donne: una simpatia che non è solo comprensione e apertura al loro mondo, ma anche umiltà. Egli è, infatti, uno di quei rari uomini che nell’età moderna abbia avvertito come una perdita di umanità, e quindi un danno per tutti, il fatto che le donne – spose, madri, figlie – non abbiano avuto nel corso dei secoli, neppure nell’era cristiana, il posto unico e insostituibile che loro spetta nella famiglia, nella cultura, nella società, nella Chiesa. Da tale convincimento nasce la necessità di una cultura superiore che More sarà tra i primi a voler impartire alle donne: un’educazione uguale a quella degli uomini, ma non ricalcata su di essa e rispettosa della vera femminilità, aperta agli studi scientifici e teologici oltre a quelli umanistici. L’argomento, che era ben presente nella Lettera 999, indirizzata a Ulrich von Hutten, trova qui uno sviluppo tematico e ciò fa della Lettera 1233 il primo manifesto del femminismo cristiano. Erasmo, del resto, parla per diretta conoscenza, perché quando era stato per mesi ospite nella casa di More, a Londra, era rimasto ammirato dell’atmosfera di gioia, della vivacità culturale, del gusto artistico, del fervore religioso di quella lieta brigata. Di quell’esperienza egli serbava il più caro ricordo, avendo passato nella famiglia More le ore più belle della sua vita.

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All’alba dell’età moderna, i due cristiani che indirizzarono su nuove vie la riflessione politica furono proprio Erasmo e Thomas More. Essi concepirono una vasta, profonda riforma umanistica della politica: il primo, mettendo al centro dei suoi appassionati interventi la pace come obiettivo fondamentale e, dunque, il rifiuto della guerra come mezzo per risolvere le contese internazionali; il secondo, ponendo fortemente l’accento sulla giustizia sociale. I frutti più cospicui dell’impegno di Erasmo in quel campo furono due: l’Institutio principis christiani («L’educazione del principe cristiano»), lo scritto del 1516 dedicato a Carlo di Gand, il giovane sovrano dei Paesi Bassi che sarebbe divenuto imperatore col nome di Carlo V, e il Dulce bellum inexpertis («Dolce è la guerra per chi non ne ha fatto esperienza»), il testo più lucido e appassionato del pacifismo erasmiano. L’umanista lo redasse in forma pressoché definitiva tra l’estate del 1516 e la primavera dell’anno seguente. Ebbene, in quel magico 1516 anche il More pensatore politico uscì allo scoperto con un’opera che gareggia con l’Elogio della Follia per finezza, ironia e passione riformatrice. Il 3 settembre More inviò il manoscritto a Erasmo con la preghiera di rivedere il testo prima che venisse stampato. Quel libro sarà il suo capolavoro e il suo titolo, Utopia, da quel momento entrerà a far parte del linguaggio universale.
Nessuno, in effetti, può capire More pensatore politico e statista cristiano se prescinde da quello scritto, in cui egli affronta le questioni di fondo del buon governo con un tipo di scrittura che meglio gli permetta di criticare i mali della sua Inghilterra e, nello stesso tempo, di indicare ai popoli e alle loro guide le vie per umanizzare l’esercizio del potere. L’Utopia è opera assai complessa perché il suo autore si serve di un racconto fantastico per delineare una “parabola meta-storica” ricca di profondi significati: ciò gli consente di avere una maggiore libertà di espressione e, nello stesso tempo, di ribadire che il suo pensiero non è sic et simpliciter quello del protagonista dello scritto, il navigatore Itlodeo, né quello dei cittadini di Utopia, che non conoscono Mosè, Socrate, Cicerone e san Paolo. La connotazione enigmatica data al racconto ha colpito in ogni tempo l’immaginazione dei lettori, ma non deve farci dimenticare che l’autore di Utopia ha individuato per primo le tare del mondo moderno, e la maggior parte dei problemi che ne derivano, nella concentrazione del potere politico e della ricchezza, nella spietatezza dei rapporti sociali, nel bellicismo criminale, nella frenesia del danaro “unica misura di tutte le cose”, nella riduzione dell’uomo a ciò che produce.
Quando considero con attenzione – scrive More verso la fine dell’opera – tutti questi Stati che oggi prosperano dappertutto, non riesco a scorgervi nient’altro, e Dio mi perdoni, che una sorta di congiura dei ricchi (quaedam conspiratio divitum) i quali, in nome e sotto il pretesto dello Stato, badano solo ai propri interessi.
Insomma, con Utopia, un libro apparentemente atemporale, entrano nella storia un nuovo modo di vedere le cose e una prospettiva di cambiamento. Le proposte utopiane, infatti, una volta divenute oggetto di discussione, non saranno più messe a tacere. Se proviamo solo ad elencarle, ci accorgiamo che nel corso di quasi mezzo millennio esse sono divenute progetti e ideali storici a cui l’umanità migliore non può rinunciare: un regime costituzionale che escluda i diabolici opposti della tirannide e dell’anarchia; l’accesso alle funzioni pubbliche mediante il voto; la parità tra uomini e donne dinanzi alla legge, nel lavoro e nella cultura; una giustizia penale mite, ma efficace e realmente uguale per tutti; la tolleranza religiosa reciproca tra le diverse confessioni religiose; l’armonia tra la fatica del lavoro e la libera attività ricreativa, e quindi una vera e propria cultura del tempo libero, di “un tempo dedicato a piaceri onesti fondati sulla natura e la verità”. Budé non diminuiva affatto il valore dell’Utopia dicendo subito, nel 1517, che quel libro meritava l’epiteto di “seminalis”, in quanto “vivaio di istituzioni belle e utili”.

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More fu sempre un appassionato, geniale servitore del bene comune del suo Paese e dell’Europa, ma entrò al servizio della Corona solo quando vi fu costretto da Enrico VIII. Egli fu prima uomo di legge, deputato della City alla Camera dei Comuni, amministratore della giustizia in quanto Vice Sceriffo di Londra, nonché inviato del re nelle Fiandre per comporre i rispettivi diritti e gli opposti interessi economici delle nazioni che si affacciavano sulla Manica. L’esito positivo delle lunghe, difficili missioni sul continente meritò a More persino gli elogi della controparte e convinse Enrico VIII a chiamarlo direttamente al servizio della Corona a partire dal luglio 1518. Va, però, ricordato che il passaggio dalla City alla Corte non fu per nulla gratificante per More, che col nuovo incarico vedeva diminuire drasticamente le entrate finanziarie e, cosa assai più grave, la sua stessa libertà personale, ma il senso dello Stato era tanto forte in lui da prevalere su ogni altra considerazione.
Nel 1523 il Parlamento – che non aveva nulla a che fare con la Camera dei Comuni degli ultimi due secoli, essendo costretto a rapportarsi a un potere assolutistico, quello del re – lo elesse suo speaker e More nel discorso d’insediamento, per nostra fortuna riportato integralmente da William Roper nella sua Vita di sir Thomas More, chiese formalmente al re, ed era la prima volta che ciò accadeva, di riconoscere ai membri della Camera il diritto alla più ampia libertà di parola. More, inoltre, riuscì ad essere instancabile tessitore di pace in campo internazionale, promuovendo giuste intese tra le parti in conflitto grazie anche a uno stile di assoluta riservatezza e alla capacità di nascondere il più possibile la sua persona. Il successo più memorabile in diplomazia fu la conclusione della Pace di Cambrai, detta anche Pace delle Due Dame, che assicurò all’Europa quindici anni di relativa tranquillità nell’interminabile duello franco-asburgico; e More, che ne era stato uno degli artefici, la firmò per il suo re.
L’apporto silenzioso ma decisivo di More alla Pace di Cambrai fu il preludio all’assunzione della più alta carica del regno dopo quella del sovrano. Poche settimane dopo, infatti, il re lo designò Lord Cancelliere. Era il 25 ottobre 1529.

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In uno dei momenti più drammatici nella storia del suo Paese, benché non vi aspirasse affatto, More non rifiutò la carica di Lord Cancelliere, particolarmente pesante e pericolosa se esercitata da un uomo giusto in un regime che ormai volgeva al dispotismo. Il giorno del giuramento, al duca di Norfolk che, a nome del sovrano, aveva ricordato “quanta gratitudine debba l’Inghilterra a sir Thomas More”, il nuovo Cancelliere risponde con un discorso nobile e triste, a dir poco sorprendente:
Ho ragione di guardare alle dignità umane come a cosa di poca durata e al posto di Cancelliere come molto meno desiderabile di quanto pensino coloro che me ne vogliono onorare. Per questo mi accingo a salirvi come a un posto pieno di fatica e di pericoli, privo di ogni onore solido e reale: un posto dal quale tanto più si deve aver timore di cadere, quanto più è in alto (Th. Stapleton, Vita Thomae Mori, in Tres Thomae, 1588).
All’indomani, il 28 ottobre, dalla casa di campagna di Chelsea More scrive a Erasmo per annunciargli l’avvenuta nomina a Lord Cancelliere. E lo fa in questi termini:
Alcuni amici sono esultanti e si congratulano vivamente con me. Ma tu, che hai l’abitudine di pesare le vicende umane con sagacia e prudenza, forse mi compiangerai per la mia fortuna (tu qui res humanas soles prudenter et sollerter expendere, fortunae meae fortasse misereberis – Ep. 2228).
More, dunque, non si fa alcuna illusione. Ma allora perché accetta una carica che inevitabilmente, prima o poi, lo porrà nell’alternativa di piegarsi o spezzarsi? La risposta, a mio avviso, è in questo passaggio dell’Utopia:
Non si deve abbandonare la nave in mezzo alle tempeste solo perché non si possono estinguere i venti. Si deve operare, invece, nel modo più adatto per cercare di rendere se non altro minore quel male che non si è in grado di volgere al bene (Utopia, The Yale University Ed., 1965, vol. IV, p. 96).
More è consapevole del rischio mortale a cui va incontro e tuttavia crede, quale che sia il costo da pagare sul piano personale, di non doversi sottrarre a due precisi doveri: servire il bene comune del proprio Paese in una situazione di grave crisi morale e istituzionale e, nello stesso tempo, mettere in atto l’unico tentativo legale possibile affinché “la grave questione del re” (the King’s Great Matter) – cioè la pretesa nullità del matrimonio con Caterina d’Aragona – non portasse allo scisma religioso.

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More rimase alla Cancelleria fino a quando l’assemblea dei vescovi, cedendo alle pressioni del re, riconobbe in Enrico VIII, sia pure ad personam, “il Capo Supremo in terra della Chiesa d’Inghilterra”. I vescovi avevano creduto di aver fatto al re una concessione limitata nel tempo e non si rendevano conto di aver aperto la porta al distacco dalla Chiesa cattolica, passando sopra a un principio cardine del Vangelo – “Date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio” (Mt. 22, 22) – che sta alla base della civiltà europea, differenziandone profondamente la storia rispetto a quella degli altri continenti. More, invece, proprio perché aveva compreso la forza liberatrice – sia sul piano politico, sia nella sfera propriamente religiosa – della distinzione tra religione e politica, Chiesa e Stato, enunciata in modo inequivocabile dal Cristo dei Vangeli, misurava fino in fondo le conseguenze negative che sarebbero derivate dalla sua cancellazione. È noto che nel 1521 Leone X aveva conferito ad Enrico VIII il titolo di defensor fidei per il suo scritto contro Lutero; ben pochi sanno, però, che quando fu interpellato dal re, More lo pregò di non accrescere oltre il giusto l’autorità del papa, perché essa va esercitata nello spirito del Vangelo e, dunque, nei limiti che il Vangelo le assegna. Il re non accolse il suggerimento del suo ministro, che poi condannerà a morte come traditore papista. More, però, non era uomo che potesse coprire o, peggio, difendere ingiustizie e privilegi neppure della Chiesa cattolica. Persino nel pieno della polemica con i luterani inglesi, capeggiati da William Tyndale, egli difende la dottrina cattolica, ma s’indigna perché la Chiesa cattolica in Inghilterra costringe il clero delle parrocchie a vivere in grande miseria, mentre lascia gli alti prelati sguazzare nelle ricchezze. A costoro – questa è la proposta di More – la Chiesa dovrebbe portar via, per sua interna disposizione e senza indugio alcuno, il denaro che sprecano nello sfarzo più vergognoso per impiegarlo in opere di bene, finanziando in primo luogo le scuole per i figli della povera gente, perché chi è ignorante non può essere libero.
Cristiano autentico qual era, More rifiutava con decisione teocrazia e clericalismo, ossia ogni forma di dominio in veste sacrale, ritenendo doveroso opporsi a qualsiasi indebita ingerenza del papa, della curia romana e della gerarchia della Chiesa d’Inghilterra nella giurisdizione temporale. Ma, per le stesse ragioni, non poteva neppure accettare la svolta cesaropapista del re e l’assoggettamento della Chiesa al volere della corona. L’intrusione brutale del potere politico nella sfera della fede e la pretesa di una provincia della cristianità a legiferare in antitesi con la Chiesa universale attestavano, ai suoi occhi, quanto si fosse spinto avanti il processo di perversione assolutistica dello Stato in una nazione che pure si diceva cristiana. La gerarchia della Chiesa d’Inghilterra non ebbe su problemi tanto gravi e di così straordinaria importanza la lucidità del laico Thomas More e capitolò. La resa fu sottoscritta il 15 maggio 1532 da tutti i vescovi, con una sola eccezione, quella di John Fisher, il vescovo di Rochester grande amico di Erasmo e di More.
Dal documento 867, contenuto nell’ottavo volume delle Letters and Papers of the reign of Henry VIII, risulta in modo inoppugnabile che More e Fisher avevano deciso, ognuno per conto proprio, di giurare, anche se con disagio, l’Atto di Successione con cui dal marzo 1534 si imponeva di riconoscere eredi legittimi al trono i soli figli nati dal matrimonio tra il re e Anne Boleyn; non lo fecero perché nel preambolo era inclusa l’affermazione: “il re è il Capo Supremo in terra della Chiesa d’Inghilterra”. I due amici, l’uno laico e l’altro vescovo, non morirono, dunque, per uno dei tanti annullamenti di matrimonio negato o concesso nel corso dei secoli dalla curia romana, ma per questioni maledettamente serie: essi credevano nell’unità e nel carattere universale della Chiesa, nella libertà di coscienza e nella corretta laicità dello Stato, secondo la quale il capo politico di una nazione non può essere nello stesso tempo il suo capo religioso e viceversa.
Il 16 maggio, all’indomani del desolante spettacolo dell’assemblea dei vescovi, More presentò le dimissioni, peraltro da tempo annunciate al sovrano a motivo delle non buone condizioni di salute. Come all’atto di insediamento di More al Cancellierato, anche ora, al momento del ritiro, il duca di Norfolk lo ringraziò pubblicamente a nome del re per la sua amministrazione esemplare ed aveva ben ragione di farlo. Nei settori in cui fu chiamato a operare, il Cancelliere aveva lavorato con l’acuta intelligenza e la straordinaria capacità realizzatrice che tutti gli riconoscevano; ma egli fu soprattutto “il Ministro dell’Equità”, a causa del suo impegno nel rendere giustizia a chi l’attendeva da tre, dieci, dodici anni. Il suo lieto trionfo lo ebbe il giorno in cui, aperte le udienze e definita una causa, quando chiamò la successiva, si sentì rispondere che non c’era più nessuno che attendesse giudizio. “Volle che l’avvenimento venisse registrato negli atti ufficiali della Court of Chancery”, ci ricorda uno dei suoi primi biografi. Ancora due generazioni più tardi la cosa non cessava di suscitare meraviglia e nostalgia, com’è provato dal fatto che circolavano tra la gente questi versi:
Nel tempo ch’era More Cancelliere
di cause in mora non ce n’eran più.
Cose così non le potrem vedere
che quando More tornerà quaggiù.
In realtà fu proprio l’appassionata dedizione con cui More servì la giustizia, insieme al suo senso dello humour, a caratterizzare la sua immagine nella tradizione popolare.

Il re e il suo ex Cancelliere vogliono ambedue che il congedo sia senza rottura e More spera di potersi finalmente dedicare a tempo pieno ai suoi studi, ai suoi scritti, ad una più intensa vita di preghiera. Ma fino a quando gli sarà consentito starsene in disparte con un re come Enrico VIII? Erasmo e More avevano ben presente un celebre precedente storico. Quando Seneca chiese a Nerone il permesso di ritirarsi dalla politica attiva, il figlio di Agrippina aveva mostrato di comprenderne le ragioni e gli aveva esternato pubblicamente la sua gratitudine per i servizi resi all’impero. Nel momento in cui ringraziava il filosofo statista, Nerone era quasi certamente sincero; con molta probabilità lo era anche Enrico VIII, nei confronti del suo miglior ministro e consigliere; ma quando il potere diventa incontrollato e autocratico, lo scenario può mutare rapidamente e alla fin fine è proprio sugli uomini di coscienza intemerata e sui veri servitori dello Stato che si abbatte l’ira del re. E l’indignatio principis mors est (Proverbi 16, 14). I despoti, infatti, a un certo punto non sopportano neppure il silenzio e il riserbo dei giusti.
Nella narrazione degli avvenimenti che Geoffrey Elton fa per la Storia moderna, pubblicata a cura dell’università di Cambridge, si dice che Enrico VIII aveva “il dono supremo dell’egoista”. Aveva cioè l’incrollabile convinzione che il diritto fosse sempre dalla sua parte e, dunque, la sincera pretesa di imporre a chiunque il suo volere.

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Dopo le dimissioni da Lord Cancelliere, More, che era molto malandato in salute, si trovò all’improvviso senza danaro e nell’impossibilità di riprendere la professione forense. La famiglia dell’ex Cancelliere cominciò allora a sperimentare la povertà e, ben presto, anche la miseria più umiliante. In tanta tristezza un angelo in forma umana venne in soccorso dei More: un italiano, il lucchese Antonio Bonvisi, banchiere appassionato di studi umanistici e amico di antica data. A lui More si rivolgerà nell’ultima lettera scritta in carcere con queste parole: “Tu, pupilla degli occhi miei, come da tempo mi piace chiamarti” (Ep. 217 Rogers). Il 1° giugno 1533 Anne Boleyn fu incoronata regina nell’abbazia di Westminster. Qualche tempo prima tre vescovi, cari amici e ammiratori di More, gli scrissero invitandolo a partecipare insieme a loro alla cerimonia dell’incoronazione, e lo pregarono di accettare venti sterline perché potesse comprarsi una veste adatta alla fastosa cerimonia. More accettò il danaro, perché ne aveva bisogno, ma rimase a casa, malgrado le pressanti insistenze, dirette e indirette, di Enrico VIII. Ai tre vescovi amici l’ex Cancelliere disse che, avendo accondisceso a una delle loro richieste, pensava di poter con maggior franchezza dire di no all’altra. Poi narrò loro questo aneddoto storico. Un imperatore voleva condannare a morte non si sa per quale delitto una vergine, ma non poteva farlo avendo egli stesso decretato, “per l’alta considerazione che aveva della verginità”, che nessuna vergine potesse essere condannata a morte. William Roper, il marito di Meg, la dilettissima figlia primogenita di More, riferisce in questi termini la parte conclusiva del racconto del suocero:
A un certo punto si levò a parlare uno dei consiglieri dell’imperatore, un uomo senza tante complicazioni, e disse: «Perché far tanto chiasso per una cosa così trascurabile? Prima deflorate la fanciulla, e quindi sopprimetela…!». Ora, signori, – concluse sir Thomas More – io non credo che potrò farci niente se decideranno di sopprimermi; ma, con l’aiuto di Dio, vi assicuro che non consentirò a nessuno di deflorarmi (W. Roper, Vita di sir Thomas More, Morcelliana, Brescia 1963, pp. 76-78).
I tre interlocutori di More erano Cuthbert Tunstall, John Clerk e James Gardiner. L’imperatore di cui si parla è Tiberio e il delitto della ragazza era semplicemente quello di essere la figlia di Seiano, l’onnipotente factotum dell’imperatore caduto in disgrazia. L’episodio è narrato da Tacito negli Annali, VI, 4. Vi è nell’aneddoto un parallelo abbastanza trasparente tra il dispotismo di Tiberio e quello di cui ormai Enrico VIII forniva prove sempre più agghiaccianti, ma anche tra la fine immeritata della giovinetta romana e quella che l’ex Cancelliere sentiva ormai incombere su di sé. Nelle parole di More, però, c’è molto di più: si avverte in esse il vigore profetico di chi, pur sentendosi in pericolo di morte, confida che la provvidenza non permetterà che sia violentato in ciò che ha di più caro, la sua coscienza.

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More era stato Lord Cancelliere dal 25 ottobre 1529 al 16 maggio 1532: due anni, sei mesi e tre settimane. All’indomani delle dimissioni il partito protestante, da tempo ormai al servizio di Anne Boleyn, tentò di screditare l’ex Cancelliere, accusandolo persino di crudeltà verso gli eretici. More si difese brillantemente nella primavera del 1533 in uno dei suoi scritti più vivaci, l’Apologia. Ma già sul finire del 1532 Erasmo, che su quel punto si era informato con scrupolo, ne parla a un altro statista cattolico, Johann Faber, vescovo di Vienna e strettissimo collaboratore del fratello di Carlo V, l’arciduca d’Austria Ferdinando d’Asburgo, re di Ungheria e Boemia. La Lettera 2750 è una difesa appassionata dell’onore cristiano e della lungimiranza di More: come Cancelliere egli aveva, infatti, l’obbligo istituzionale di essere “hereticis molestus” e di salvaguardare l’unità religiosa della nazione, ma non permise mai, nel tempo in cui esercitò il potere al più alto livello, che uno solo di essi fosse torturato e messo a morte. Le dichiarazioni di More sull’argomento sono chiarissime:
Di tutti quelli che sono caduti nelle mie mani per crimine di eresia, Dio mi è testimone, neppure uno ha ricevuto da me altro male se non quello di essere rinchiuso in carcere… Io non ho inferto a nessuno né un colpo, né violenza alcuna, neppure un buffetto sulla fronte.
Faber, l’instancabile interprete della missione di Vienna contro l’Islam e a difesa dell’unità religiosa con Roma, capì perfettamente che valeva anche per sé il rifiuto di Thomas More ad accendere roghi per i dissidenti in materia di fede. A lui, che nutriva sentimenti di venerazione per Erasmo, toccava infatti prendere decisioni assai difficili in una situazione quanto mai drammatica, se si tien conto che l’invasore turco era alleato con i principi luterani e che nel 1529, dal 20 settembre al 14 ottobre, Solimano il Magnifico era giunto addirittura a cingere d’assedio Vienna. L’eccezionale, diretta testimonianza di Erasmo sulla scelta di More in una questione così decisiva per la coscienza cristiana ha cancellato le false accuse mosse all’ex Cancelliere e ha obbligato tutti a fare i conti con la grandezza del laico cristiano Thomas More. More aveva la certezza che il tempo prova sempre la verità (“time always trieth out the truth”) e dopo la morte a lui è toccato un destino che nessuno avrebbe mai creduto possibile: da anni ormai i cattolici e gli anglicani lo venerano come santo e il 6 luglio celebrano insieme la sua festa, alternativamente a Chelsea e a Canterbury.

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Non è questo il luogo per ripercorrere le stazioni della via crucis di Thomas More nei quindici mesi in cui fu rinchiuso nella Torre di Londra, essendosi rifiutato di firmare l’Atto di Successione. Non posso, però, fare a meno di rievocare brevemente le ultime ore dell’ex Cancelliere. Condannato per tradimento il 1° luglio 1535, cinque giorni dopo, all’alba del 6 luglio, gli viene comunicato che Enrico VIII ha ordinato di eseguire quel giorno la sentenza, sulla collina di Tower Hill, nella piazza antistante la Torre. More sale il patibolo alle 9 del mattino, appoggiandosi al braccio del Governatore della Torre, a cui regala un’ultima battuta: “Vi prego, signor Governatore, aiutatemi a salire, perché a scendere lo farò da solo”. Egli, che aveva il terrore del dolore fisico e che umilmente aveva temuto fino all’ultimo di poter cedere (Epp. 211 e 213 Rogers), morì come pochi altri sono morti. More sapeva bene ciò che lo attendeva perché il 22 giugno era caduta la testa del vescovo John Fisher e prima, il 4 maggio, erano stati trucidati i priori delle quattro comunità certosine d’Inghilterra, uno dei quali era a lui particolarmente caro. Il re temeva che l’ex Cancelliere aizzasse la folla, ma sir Thomas, nel dichiarare: “Muoio da suddito fedele del re e innanzi tutto di Dio”, chiede ai presenti di pregare per il sovrano perché Dio lo assista con buoni consiglieri. Racconta Thomas Stapleton:

Quindi, inginocchiatosi, recitò a voce chiara il Salmo 50, il Miserere. Poi si alzò rapidamente e, quando il carnefice gli chiese perdono, lo baciò con grande affetto, dicendogli: «Tu mi rendi oggi un favore più grande di quello che nessuno mi abbia mai fatto o potrà farmi».

Il re aveva vietato ai familiari, e forse anche agli amici, di assistere all’esecuzione. Le cronache di altre esecuzioni ci descrivono il luogo del supplizio fin troppo affollato, ma per More non c’è neppure la presenza di un sacerdote a confortare gli ultimi istanti. Confuse tra la gente, però, c’erano la diletta figlia Meg e la figlia adottiva Margaret Giggs. Saranno ancora esse, le due sorelle di latte, a provvedere alla sepoltura del corpo decapitato dell’amatissimo padre nella chiesetta di San Pietro in vinculis, incuneata tra le mura interne della Torre.

Erasmo vorrebbe avere notizie dettagliate dall’Inghilterra, ma “la morte o il terrore chiude la bocca agli amici” (Ep. 3104). Solo il 24 agosto, a un mese e mezzo di distanza, viene a conoscenza del martirio di More. La commozione e lo strazio afferrano il suo animo, che non vuol darsi pace. Una settimana dopo Erasmo scrive  al vescovo di Cracovia Pietro Tomicki:

Dal frammento di lettera che ti invio saprai ciò che è accaduto al vescovo di Rochester e a Thomas More in Inghilterra, nazione che non ebbe mai uomini più santi e di maggior valore di quei due. Con la scomparsa di More, sento anch’io di aver smesso di vivere, perché noi due eravamo un’anima sola (Ep. 3049).

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La conclusione a cui sono giunto nel mio lavoro mi pare possa essere riassunta in questi termini: Erasmo e More sono all’origine di quanto di meglio si sarebbe affermato nell’età moderna, soprattutto perché essi hanno conferito un vero e proprio primato alla coscienza personale. La tragica vicenda di More, d’altra parte, non può essere compresa se non si ricorda che la parola chiave delle lettere che egli scrisse nella prigionia è “coscienza”. Quel termine si legge sedici volte nella Lettera 200, quarantaquattro volte nella Lettera 206 e ricorre di continuo nella Lettera 213. More non pretende di giudicare la coscienza degli altri, neppure quella di coloro che lo condannano; ma per quanto riguarda se stesso, il suo intimo convincimento è espresso in questa frase indimenticabile:

Io non ho mai scaricato il peso della mia coscienza su qualcun altro, fosse anche l’uomo più santo che oggi conosca (Ep. 206 Rogers).

È quindi con intima gioia che abbiamo visto Giovanni Paolo II celebrare in Thomas More il santo della coscienza per antonomasia. Nella Lettera apostolica per la proclamazione di san Tommaso Moro a patrono dei governanti e dei politici, pubblicata il 1° novembre del 2000, si legge testualmente:

Dalla vita e dal martirio di san Tommaso Moro scaturisce un messaggio che attraversa i secoli e parla agli uomini di tutti i tempi della dignità inalienabile della coscienza, nella quale risiede il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nella sua intimità.

Un mirabile paradosso caratterizza, dunque, la vicenda di questo santo amabilissimo, incarnazione e modello non di un qualsiasi umanesimo, più o meno cristianizzato, ma di un cristianesimo che volle essere, e fu davvero, totalmente e pienamente umano: in nessun momento, il martire Thomas More desiderò diventare martire. E di ciò egli ci ha dato una precisa motivazione religiosa in una lettera dal carcere:

Io non ho condotto una vita talmente esemplare da potermi senz’altro offrire alla morte. Forse Dio mi castigherebbe per una tale presunzione. Perciò non voglio essere io a farmi avanti; ma se sarà Dio stesso a chiamarmi, confido che, nella sua grande misericordia, non mancherà di darmi la grazia e la forza di cui avrò bisogno (Ep. 207 Rogers).

L’ex Cancelliere finì martire, ma ebbe l’umiltà di non averlo voluto. Forse anche per questo la sua testimonianza ci tocca così da vicino.

NOTA: testo pubblicato nei Commentari dell’Ateneo di Brescia per l’anno 2004 (lettura tenuta il 2 aprile 2004), p.93-109.