Brescia nel "Carme 67" di Catullo

Cospicue sono le testimonianze, nell’opera di Catullo, della conoscenza dell’ambiente bresciano da parte del poeta veronese. Oltre al celeberrimo carme 31, dedicato a Sirmione, Catullo mostra di conoscere Brescia col Mella e la specola ora detta del Cidneo nel carme 67, e nel c. 95 nomina il poeta bresciano Elvio Cinna e la sua opera Zmyrna.
Dei tre citati, quello che ha più esercitato l’ingegno di filologi ed antiquari, soprattutto bresciani, è stato senza dubbio il c. 67, anche se la sua diffusione appare alquanto limitata al di fuori degli interessi eruditi e specialistici. Infatti nelle antologie scolastiche, oltre che in dotti commenti, il c. 67 in genere non ricorre, essenzialmente per il suo contenuto osceno, oltre che pettegolo .
Si tratta di un poemetto in distici elegiaci della lunghezza di 47 versi (il testo è riportato in appendice al presente lavoro), che fa parte della sezione comunemente indicata come carmina docta, vale a dire delle estese (ma non è il caso del c. 67) composizioni collocate al centro del liber. Una storia piuttosto squallida di peccati e oscenità provinciali, in cui una porta fa la propria autodifesa: non è colpa sua, afferma la ianua, se un padre prima e poi un figlio hanno avuto rapporti con la stessa donna questa vicenda, continua la porta, non è che una delle tante del genere che la città di Brescia può raccontare, in quanto teatro di tali situazioni.
vv. 31 34: Atqui non solum hoc dicit se cognitum habere
Brixia Cycneae supposita speculae
flauus quam molli praecurrit flumine Mella
Brixia Veronae mater amata meae,
A prima vista la brescianità del carme non appare strettamente correlata col resto della vicenda: i quattro versi citati hanno il sapore di una digressione rispetto alla storia raccontata dalla ianua, tanto che il Maffei, commentatore veronese del ‘700, li ritenne interpolati e inventati da qualche bresciano .
Ma non solo l’insieme dei quattro versi citati è stato sottoposto ad una vera quaestio critica (presto risolta a favore dell’autenticità degli stessi), ma anche singole parti: in particolare al v. 32 la lezione Cycneae supposita speculae, al v. 33 il Mella, al v. 34 l’appellativo mater attribuito a Brixia nei confronti di Verona.
Il Pighi riporta la lezione Chinea dei codici e registra Cycneae come congettura dei vecchi umanisti bresciani. Il suo giudizio: “Senza spiegazione quella, senza fondamento questa”.
Invece la recente edizione del Traina difende la lezione Cycneae, e coinvolge così nella vicenda della ianua il mitico re dei Liguri Cieno, spostando il discorso sulla presenza dei liguri nel territorio bresciano .

La questione data almeno da cinque secoli, vale a dire dall’edizione bresciana di Catullo del 1481 ad opera di Calphurnius, un umanista di origine bergamasca, probabilmente da identificarsi con Giovanni Panza de’ Ruffinoni (come appare nei documenti del XVIII secolo), che si firmò Calphurnius o Calpurnius Brixiensis; lettore di retorica latina a Padova negli ultimi anni del ‘400 e nei primi del ‘500 fino alla sua morte nel 1503, pubblicò un’edizione dei carmi di Catullo dove si leggono i versi 32 34 del c. 67 in questo modo:
Brixia ciconia supposito specula
Flauus quam molli percurrit flumine mella
Briria ueronae mater amata meae
Già trent’anni fa Alberto Albertini ha dimostrato che la lezione ciconia deve essere attribuita alle leggende medievali e prerinascimentali correnti a Brescia sulla fondazione della città. Si ascriveva cioè ad un certo Ciconio la guida delle truppe germaniche penetrate nella pianura padana e in Brescia: sulla scorta di un celebre passo di Livio (V. 35,1) si attribuiva la fondazione a queste popolazioni, duce Ciconio, e s’identificava in genere il toponimo Brixia col lat. specula del c. 67.
Sulle vicende delle diverse lezioni dei versi in questione l’articolo citato di A. Albertini offre un ragguaglio notevole. Da segnalare, dello stesso autore, anche lo studio che era apparso l’anno precedente su “Humanitas” , dove larga parte della trattazione era riservata al c. 67. Di tutta l’argomentazione mi limito a riassumere i punti controversi, con le proposte di lettura avanzate dall’Albertini. I codici danno:
Brixia chinea suppositum specula
flauus quam molli percurrit flumine Melo (o Mello)
Brixia Veronae mater amata meae
La correzione di chinea (che non ha senso) con Cycnea è dovuta allo Zanchi (1531), che legge Cycnea supposita in specula; al Voss (1684) è dovuta l’ulteriore correzione Cycneae supposita speculae, che è la lezione accettata dal Mynors, nell’edizione di Oxford del 1958. A parte sta, come s’è visto, l’edizione di Calfurnio bresciano del 1481, che ha comunque il pregio di presentare Mella anzichè melo; emendamento che è da far risalire all’edizione parmense del 1473 dei carmi di Catullo. La correzione, accolta anche nell’edizione del Mynors (Oxford) e dello Schuster (Teubner) , è però vivacemente contestata dall’Albertini : “Non vedo proprio perché non si possa mantenere la lezione dei codici Melo e, Mello, difficilior rispetto a Mella, sostituitosi forse per merito e suggestione della menzione vergiliana”; e più oltre: “Per me sembra indiscutibile che la lezione dei codici meriti in questo luogo il massimo rispetto e che Catullo si riferisca un fiume che attraversava la città antica, almeno ai suoi tempi, almeno attraversava i sobborghi, lambendo il centro. Ora di fiumi che possono attraversare Brescia o che potevano attraversarla nell’antichità non conosco che il Celato e il Garza”.
L’argomentazione è in linea con quanto nel ‘700 aveva affermato Elia Capriolo nei suoi Chronica de rebus brixianorum; durante la rassegna dei corsi d’acqua egli affermava: “Sed de Melone Catullus Brixia chinnaea supposita in specula: Flauus quam molli percurrit flumine Melo. Melo enim ibi contra Parthenium quendam Catulli commentatorem legi debet: non Mella: Nam Mella nusquam percurrit Brixiam, sed Melo: et hic quidem semper flavus, non autem ille”.
Memorabili poi, ma ora non più attuali, le polemiche settecentesche relative all’attributo mater, che Catullo riferisce a Brescia nei confronti di Verona; si trattava di dispute relative non a questioni testuali (qui i codici non danno altre possibilità di lettura), ma attinenti ai rapporti di potenza tra le due città durante l’ultima fase della repubblica. Anche se è ascrivibile a Verona una maggiore importanza politica rispetto a Brescia in epoca imperiale, la realtà era opposta in epoca repubblicana, sia al tempo di Catullo, sia nei secoli precedenti: le testimonianze sul ruolo di Brixia come capitale dei Cenomani sono univoche .
L’appartenenza poi di Verona al mondo dei Cenomani, oggetto delle suddette controversie settecentesche tra il bresciano abate Gagliardi (che l’affermava) e il veronese marchese Maffei (che la negava) è certificata da alcune fonti antiche, tra le quali il citato passo di Livio .
Immediatamente dopo lo storico menziona il popolo dei Libui,stanziatisi successivamente, seguiti dai Salluvii ed infine dai Levi Liguri, abitanti della zona del Ticino. Controversa è la collocazione delle prime due popolazioni citate: ad es. la carta geografica dell’Italia Gallica sive Gallia Cisalpina di Ortelio, 1590, mostra il popolo dei Libui stanziato sotto il lago di Garda, precisamente nella, zona dell’entroterra di Sirmione. Invece A. Albertini ha ridiscusso l’intera lezione del passo liviano e l’esatta collo¬cazione dei Libui , giungendo ad identificarli coi Libici di Plinio, Nat. Hist. III, 124, i Libikòi di Tolomeo III, I, 36 e i
Lebékioi di Polibio II, 17, 4, e negando quindi la possibilità di leggere nell’altro carme bresciano, il XXXI dedicato a Sirmione, Libuae anziché Lydiae (v. 13: le famose onde etrusche del lago).
Secondo Albertini il territorio dei Libui non attiene alla zona di Brescia, bensì alla Valle d’Aosta e ne esclude l’identificazione coi Liguri, popolazione che, come s’è visto, rientra nella visione bresciana di Catullo.
Sin qui lo status questionis, d’ordine non solo filologico, ma anche storico e geografico e profonde le argomentazioni avanzate, suffragate da ricerche pazienti ed erudite. Purtroppo però, spesso si è creduto di leggere Catullo alla stessa stregua d’una fonte etnografica e geografica qualsiasi, come se la poesia dovesse necessariamente documentare con rigore e precisione scientifica, luoghi, nomi e popolazioni, che talvolta le stesse attestazioni storiche equivocano .
Quella che giustamente il Rampinelli chiama la “testimonianza poetica” (alla quale assegna, rispetto alle testimonianze storiche, un valore inizialmente minore, nelle pagine successive più probante), vale proprio in quanto poetica, quindi non necessariamente storica, non etnografica né geografica, e perciò da indagare con gli strumenti adatti alla poesia.
In altre parole: un’indagine di tipo stilistico sul testo di Catullo può portare a risultati diversi da quelli proposti dalle lezioni dei codici; questi risultati possono coincidere coi dati etnicogeografici del territorio bresciano, ma possono mostrare le differenze intercorrenti tra il linguaggio della poesia e quello di un trattato storico o geografico, e che pertanto la testimonianza di Catullo resta poetica, pur nella sua innegabile brescianità.

Fondamentale per l’analisi e la comprensione del liber è l’opera di Alessandro Ronconi, Studi Catulliani, edito a Brescia nel 1971 (ora esaurito): in particolare si rivela illuminante il primo capitolo, dedicato all’allitterazione.
Ronconi precisa subito che intende “allitterazione nel senso più largo della parola, compreso dunque l’omoteleuto”, e successivamente che l’allitterazione consiste nella ripetizione di suoni, ovunque si collochino nelle parole .
E’ possibile secondo Ronconi distinguere tra allitterazioni delle formule proverbiali, quelle dei nessi sintattici di tipo familiare, quella di provenienza epica creata per i passi ricchi di pathos, quella onomatopeica, di derivazione enniana ed infine quella della poesia popolareggiante. E in Catullo è possibile riconoscere tutte queste origini delle forme allitteranti attestate: nella rassegna, che di seguito il Ronconi fa, il carme 67, ancora una volta, ricorre raramente . Rilevata la presenza, anche in italiano, di allitterazioni d’origine popolare (bello e buono, volere o volare), magari sotto forma d’omoteleuto (senz’arte né parte, unto e bisunto), Ronconi mostra come in latino alla scelta d’un vocabolo a volte presieda la sua funzione allitterante: così sono nate le espressioni come viva voce, militaris modestia, domi duellique.
Finalmente gli esempi in Catullo: compresi nella vasta categoria dell’allitterazione in tutte le sue forme, sono spesso notissimi come il multa milia 5,10; 16,12; 61,206; 66, 78, di mala multa dent 14,6 o l’analogo mala multa di deaeque dent 28,14, o meno noti, come il quanta guadia… gaudeat 61, vv. 110 112 o il carum caput 68,119 120 .
Ritengo quindi, sulla scorta di quanto affermato dal Ronconi, e in aggiunta alla sua catalogazione delle forme allitteranti lato sensu, di poter individuare in un’analisi di questo tipo la chiave di lettura (e forse di risoluzione) dei controversi passi del carme 67, tenendo cioè presenti le figure retoriche dell’allitterazione, sia descrittiva che espressiva , compresi l’omoteleuto e la paronomasia, quest’ultima intesa come “gioco di parole” se da parole con radice quasi omofona (come venit Venus del c. 61,18).
A questo punto è possibile riaccostarci al testo di Catullo, esaminando i punti controversi del c. 67 secondo la prospettiva precedentemente esposta. Ripropongo la lezione del Mynors verso per verso:
v. 31 Atqui non solum hoc dicit se cognitum habere
La lezione è garantita contro Atqui non solum hoc se dicit cognitum habere del codice G (= Parisinus, 1375) e Atqui non solum se dicit hoc habere del codice R (= Vaticanus del XIV secolo) dal parallelismo fonico di non solum e cognitum (che ricoprono il secondo e il quinto piede, entrambi dattilici, con sinalefe di entrambi col gruppo seguente costituito da h + vocale: solum + hoc / cognitum + hab; le lezioni degli altri codici invece non permettono la prima sinalefe.
Al verso 32 la lezione:
Brixia Cycneae supposita speculae
rende bene la divisione del pentametro in due emistichi in rima (Cycneae / speculae), sottolineata da quella che doveva essere la pronuncia vigente al tempo di Catullo, quindi ae pronunciati come veri dittonghi, non monottongati, e Cy (pron. Kü) assonante con cu di speculae. Brixia e supposita sono assonanti; Chinea dei codici, invece, oltre ad essere priva di un senso logico evidente, annulla tutti questi effetti poetici, recando i anziché y (pron.ü) di Cycneae; a di Chinea non sarebbe più in rima con speculae. Lo stesso dicasi per la lezione suppositum specula del codice V (archetipo di O e X).
Al verso 33 la lezione:
flauus quam molli praecurrit flumine Mella
mostra in forma clamorosa l’allitterazione delle liquide, soprattutto della l ; paronomasia tra flauus e flumine, tra molli e Mella, con la geminata liquida; flauus evidentemente scelto perché allitterante con flumine, perciò appare inutile chiedersi perchè Catullo abbia scelto questo e non un altro colore: non si tratta di una osservazione né coloristica, né ecologica! Graficamente:

fLauus quam moLLi pRaecuRRit fLumine MeLLa
 

Perciò non Melo del codice O (Oxoniensis Canonicianus, XIV sec.), mentre in questa prospettiva potrebbe rientrare Mello dello X (= fons communis codd. G et R).
L’insistenza del poeta sulla liquida l mostra un esempio d’allitterazione descrittiva: è la resa dello scorrere lento e tranquillo delle acque (molli flumine) .
Verso 34:
Brixia Veronae mater amata meae
Vale per la rima tra Veronac e meae la stessa osservazione fatta per Cycneae e speculae. Sono allitteranti Mater, aMata, Meae, assonanti mater e amata; infine si noti che il rapporto metrico e fonologico tra Brixia Cycneae (primo emistichio del v. 32) è identico a quello tra Brixia Veronae (del v. 34) .
Da questo tipo di analisi, che ha portato a privilegiare una certa lezione del passo controverso usando criteri retorici e non storico geografici, discendono alcune conseguenze:
1) appaiono fededegni gli umanisti bresciani che corressero le lezioni Chinea, suppositum e Melo di alcuni codici.
2) Il carme 67, alla stregua dei più noti componimenti di Catullo, mostra la stessa tendenza generale all’uso di figure retoriche, appartenenti sia alla tradizione popolare, sia a quella letteraria .
3) Si parla di Brixia come città sottoposta Cycneae speculae, cioè di Cieno, mitico re dei Liguri, che tradizionalmente accorre nella pianura padana a piangere la morte di Fetonte (in Catullo 64,291), e alla fine viene trasformato in cigno. Il mito, nella versione di Ovidio, Metamorfosi II,267, lega in unità il territorio dei Liguri e quello di Brixia , o per lo meno ne attesta una forma di collegamento, noto anche agli antichi: presenze liguri nel territorio bresciano non devono stupire , come dimostra anche la diffusione nelle due aree (ligure e bresciana) di toponimi recanti la stessa radice indeuropea bric / berg “monte, altura”, presente, tra l’altro, in Brixia .
4) Il c. 67, la più antica testimonianza letteraria su Brixia, ci dà anche un’attestazione dell’antichità del nome dell’attuale colle Cidneo, la specola della città. Non ci dice invece proprio niente su antichi idronimi corrispondenti ai corsi d’acqua attualmente denominati Garza e Celato: si potrà forse negare che Brescia sia la città del Mella, solo perchè non ne attraversa il centro? (si ricordi che quella di Catullo è “testimonianza poetica”!) .

In conclusione Catullo parla effettivamente di Brescia, del suo territorio, di un suo mito (oltre che dei suoi peccati e pettegolezzi), ci attesta il suo amore per questa città e il suo rapporto con Verona: reca una testimonianza non storico geografica, ma, ancora una volta, una testimonianza poetica.
Il dato letterario va pertanto letto con gli strumenti appropriati, nel contesto dell’intera produzione catulliana e, almeno in questo caso, interpretando brescianamente i codici.

LXVII

0 DVLCI iucunda uiro, iucunda parenti,
salue, teque bona Iuppiter auctet ope,
ianua, quam Balbo dicunt seruisse benigne
olim, cum sedes ipse senex tenuit,
quamque ferunt rursus gnato seruisse maligne, 5
postquam es porrecto facta marita sene.
dic agedum nobis, quare mutata feraris
in dominum ueterem deseruisse fidem.
‘Non (ita Caecilio placeam, cui tradita nunc sum)
culpa mea est, quamquam dicitur esse mea, 10
nec peccatum a me quisquam pote dicere quicquam:
uerum + istius populi ianua qui te facit,
qui, quacumque aliquid reperitur non bene factum,
ad me omnes clamant: ianua, culpa tua est’.
Non istuc satis est uno te dicere uerbo, 15
sed facere ut quiuis sentiat et uideat.
‘Qui possum? nemo quaerit nec scire laborat’
Nos uolumus: nobis dicere ne dubita.
Trimum igitur, uirgo quod fertur tradita nobis,
falsum est. non illam uir prior attigerit, 20
languidior tenera cui pendens sicula beta
numquam se mediam sustulit ad tunicam;
sed pater illius gnati uiolasse cubile
dicitur et miseram conscelerasse domum,
siue quod impia mens caeco flagrabat amore, 25
seu quod iners sterili semine natus erat,
ut quarenduin unde <unde> foret neruosius illud
quod posset zonam soluere uirgineam’.
Egregium narras mira pietate parentem,
qui ipse sui gnati minxerit in gremium. 30
‘Atqui non solum hoc dicit se cognitum habere
Brixia Cycneae supposita speculae,
flauus quam molli praecurrit flumine Mella,
Brixia Veronae mater amata meae,
sed de Postumio et Corneli narrat amore, 35
cum quibus illa malum fecit adulterium.
dixerit hic aliquis: quid, tu istaec, ianua, nosti,
cui numquam domini limine abesse licet,
nec populum auscultare, sed hic suffixa tigillo
tantum operire soles aut aperire domum? 40
saepe illam audiui furtiua uoce loquentem
solam cum ancillis haec sua flagitia,
nomine dicentem quos diximus, utpote quae mi
speraret nec linguam esse nec auriculam.
praeterea addebat quendam, quem dicere nolo 45
nomine, ne tollat rubra supercilia.
longus homo est, magnas cui lites intulit olim
falsimi mendaci uentre puerperium.’

“Commentari dell’Ateneo di Brescia”, 1983.
 (Il testo completo di note è disponibile in formato .pdf)