Catullo e il suo amore per Lesbia

La storia dell’amore di Catullo per Clodia, che il poeta cantò col nome di Lesbia in memoria, come ci assicura Apuleio, di quella Saffo i cui versi qualche volta tradusse e imitò, fu la storia esaltante e tormentata tra un giovane pieno di vita e di entusiasmo, profondamente innamorato, e una donna appartenente a quel gruppo di doctae puellae, che nella vita romana del primo secolo a.C. stavano emergendo e, ormai emancipate dalla tutela del padre e del marito e dimentiche delle virtù avite, inclinavano all’eleganza e al fasto, senza astenersi da poco dignitose promiscuità; una donna che sin dal primo incontro dovette lasciare un’impressione indelebile nel cuore del giovane provinciale di Verona, giunto da poco a Roma, appena ventiduenne. Catullo fu attratto verso questa donna e affascinato nel momento stesso in cui “ella pose lo splendente piede sulla consunta soglia” e la chiamò “la sua lucente dea dal delicato passo”. Verso di lei fu mosso da una confidenza cieca e da impulsi di affetto e di amore, ma contro di lei anche si accanì, sotto l’impeto dell’odio e la tortura della gelosia; da questa passione nacquero non molte e spesso non lunghe poesie, nelle quali è ritratta per la prima volta nella letteratura latina tutta la storia di un amore non felice per una donna non degna o, meglio ancora, la storia dell’anima di questo giovane poeta, spentosi a trent’anni, roso nel profondo da questa infelice e mai spenta passione. In Lesbia, insofferente di ogni giogo, che conosceva ogni arte d’amore, che forse non si era fermata nemmeno davanti al delitto se dobbiamo credere al ritratto che ne dà Cicerone , che coltivava le lettere e le arti, che alla bellezza univa la grazia dello spirito, Catullo vide incarnato l’ideale della bellezza femminile e per dichiararle il suo amore non trovò di meglio che riprendere le strofe nelle quali Saffo trema, scolorisce, delira e arde d’amore e di gelosia (carme 5 1).
Quello di Catullo non fu un amore tranquillo, ma trepidante e sospettoso: nelle sue poesie si rispecchiano i momenti inebrianti, le febbrili attese, i rapidi incontri, il desiderio inesausto, le rinunce alla propria dignità, la gelosia che avvelena l’animo, le parole ambigue, i sospetti, le invettive furenti contro i rivali, i vani giuramenti dell’infedele, l’amore caduto come un fiore reciso dall’aratro che passa, il tutto espresso con una sincerità e una immediatezza, che fanno del libro di Catullo un’opera unica e straordinaria nella storia della letteratura latina. Giustamente in un saggio recente sulla lingua e la civiltà latina Enzo Mandruzzato afferma che Catullo rappresenta una grande evasione rispetto ad una letteratura nata da tanta coscienza e responsabilità storica, civile e politica.
La storia di questo amore ha un inizio sfolgorante; Lesbia da principio si sentì fiera di aver legato a sé il giovane poeta, tutto fuoco e tenerezza, i cui versi già correvano per Roma; ben presto, però, se ne stancò, e Catullo pianse, imprecò e perdonò più di una volta, ma capiva che ad ogni ritorno cresceva la distanza fra loro e si preparava il momento irreparabile dell’ultima e definitiva separazione. Proprio per togliersi dall’anima questa passione che lo rendeva infelice, ma forse anche per restaurare le sue finanze, rovinate dalla vita dispendiosa che conduceva a Roma, e infine per rendere omaggio alla tomba del fratello morto in Asia Minore, si recò in Bitinia al seguito del pretore Memmio. Ma, al suo ritorno a Roma, l’antico amore riprese con violente fiammate o con accenti di nostalgia. Allora il poeta ricordava con doloroso struggimento i "fulgidi soli" (c.8) che gli arrisero un giorno e la memoria del tempo felice non cessava di tormentarlo nei giorni della miseria. Come era stato felice nella lieta spensieratezza di quei canti d’amore, quando il mondo lo guardava con invidia ed egli invitava Lesbia a non curarsi delle chiacchiere degli altri (c.5)! Ormai tradito e abbandonato egli si sforza di farsi una ragione, di prendere una risoluzione, ma un uomo che ha bisogno di ripetere tante volte a se stesso “sta saldo, resisti!” (c.8) è senza dubbio poco ostinato: quanta indecisione e irresolutezza, quanto amore e desiderio di ritornare ad amare colei che lo tormenta c’è in quelle patetiche domande: “Che vita ti attende? Chi ora correrà da te? A chi sembrerai bella? Chi ora amerai? Di chi ti si dirà amante? Chi bacerai? A chi morderai le labbra?”. Così appena intravede nelle parole di Lesbia una speranza, Catullo accorre pazzo di gioia: “Tu stessa ti restituisci a me che non speravo di riaverti. O giorno fortunato! Chi è più felice di me?”
Qualcosa però si è spezzato nel suo cuore: continuerà ad amarla, ma senza fiducia, senza stima: “Io ti ho voluto bene, non come si vuol bene alle amanti, ma come un padre può voler bene ai suoi figli. … Ora t’ho conosciuta e benché io bruci di passione più di prima, tu sei diventata di minor valore ai miei occhi" (c.72). L’anima di Catullo è straziata: non potrà più aver cara Lesbia, anche se diventasse la migliore delle donne, e non potrà smettere di amarla, anche se commettesse le colpe più gravi (c.75).
Da questa situazione nasce il famoso distico in cui Catullo afferma la contemporanea presenza nel suo animo di amore e odio (c.85), un tema che torna anche nel carme 92. Quanta modernità in questa coppia che si ama e si tormenta; anche le offese, sembra dire Catullo, anche le esplosioni d’ira possono essere un segno d’amore. Solo l’indifferenza indica che l’amore è davvero spento, perciò anche le ingiurie di Lesbia possono rivelare quell’amore che la donna vuole nascondere: un sentimento complesso ma psicologicamente vero, che Catullo esprime con grande finezza ed è segno evidente della novità e della modernità di questo poeta.
Tra le gioie e i dolori che accompagnano questa storia d’amore, il carme 109 rappresenta un momento di felicità e di tenerezza insolite: Lesbia promette un amore felice e duraturo e Catullo, che aveva sempre vissuto questo amore come unico ed eterno, prega gli dei che lo rendano davvero indissolubile. Ma di nuovo tornano i sospetti, i tradimenti, a momenti di felicità sublime seguono momenti di sconforto e di ingiurie brucianti. Il carme 70 è un breve epigramma in cui, con una espressione divenuta proverbiale "ciò che una donna promette al suo innamorato bisogna scriverlo nel vento e nell’acqua che scorre veloce" si manifesta la profonda malinconia che strugge il poeta. E’ giunta ormai la fine di questa vicenda d’amore, segnata da una poesia (c. 11) che è stata definita "dolorosa come un’epigrafe funeraria", diretta a due amici, Furio e Aurelio, incaricati dal poeta di riferire a Lesbia che ormai è troppo tardi: "Voi che sareste pronti ad accompagnarmi, qualunque cosa mi proponesse la volontà degli dei… annunciate alla mia ragazza queste poche e non buone parole: viva e si goda i suoi amanti, che stringe fra le braccia trecento per volta, … ; né pensi, come un tempo, all’amor mio, che per colpa di lei cadde, come sul confine di un campo un fiore strappato dall’aratro che passa oltre". Dall’ironia iniziale si passa all’insulto bruciante e infine alla grande tristezza dell’immagine finale: l’amore, ultimo fiore della sua vita, giace a terra infranto e a Catullo non rimane se non un’accorata nostalgia e uno struggente ricordo che lo addolora. Allora prega gli dei che lo vogliano liberare da questo affanno, protestando la santità dei suo amore, che non fu volgare passione, ma affetto sincero, purificato dalla dedizione assoluta della sua anima (c. 76). Augusto Rostagni avvicinò Catullo a Lucrezio e definì entrambi "anime ancora di Roma repubblicana, voci della giovinezza nella letteratura latina" per la sincerità, l’impeto, il fervore della loro poesia, pur nella diversità delle tematiche e dell’ispirazione. Poi verranno voci più pacate e più esperte, poeti più dignitosi e più composti. Ma Catullo resterà sempre il poeta in cui la raffinatezza e la cura della forma non hanno soffocato quel calore, quella vivacità impetuosa, quella genuinità giovanile che prende e commuove ancora oggi l’animo del lettore.
 

Giornale di Brescia, 07.11.1990.