Che cos’è la letteratura

Che cos’è la letteratura? Credo che molti (non solo gli studenti) si troverebbero in difficoltà, se dovessero dare una risposta univoca a questa domanda. La crisi delle estetiche, l’invadenza della sociologia, la fuga dal privato, il sopravvento delle nuove culture hanno eroso e confuso il concetto e il ruolo della letteratura, sia nelle riflessioni critiche che nella opinione comune. L’atto terminale di questa crisi sembra non tanto la profezia della morte della letteratura, preannunciata ormai da secoli, ma la “critica della letterarietà” stessa, come suona il titolo di un libro recente (Di Gerolamo). La letteratura sembra ormai solo segnata dai segni, nella migliore delle ipotesi al livello più alto della scrittura, nella peggiore anche al grado zero, ossia pura e semplice lingua.
Ciononostante la letteratura vive, anzi nell’atto sembra occupare uno spazio insostituibile. Lo scienziato o il politico o chiunque altro senta il bisogno di prendere posizione (morale, non tecnica!) pro/contro qualche cosa, non impiega gli strumenti dell’arte sua, ma scrive: l’esempio più noto è la letteratura del dissenso, che non è fatta solo da scrittori di professione, ma anche da fisici, matematici, economisti, storici. A un livello più basso stanno le relazioni, che delle proprie esperienze fanno statisti, esploratori, artisti: il navigatore, che torna dal giro del mondo scrive un libro, senza disdegnare i topoi; persino i critici si fanno scrittori (Umberto Eco, per Il Nome della Rosa, Ferruccio Ulivi per Le mura del cielo). Questo salto di qualità è sentito come letteratura, benché continui ad essere difficile una definizione (non è poesia, non è qualsiasi uso verbale, ha una motivazione morale).
Partire dal fatto che la letteratura esiste, presenta rischi concettuali (la caduta nella sociologia), ma anche il vantaggio di una prima approssimazione storica (in fondo tutte le discipline sono formazioni storiche) e fattuale.
È chiaro anzitutto (e l’evidenza a scuola si impone per lo studio contemporaneo di più letterature e di epoche diverse) che la nozione di letteratura varia col tempo. Per fare l’esempio più vistoso, quando studiamo la letteratura latina pensiamo a un fatto culturale ben diverso di quando ci occupiamo della nostra attuale. Quella nozione di letteratura è onnicomprensiva: contiene la lirica di Catullo e l’oratoria di Cicerone, la filosofia di Seneca e l’architettura di Vitruvio, la politica e la Naturalis Historia. Non è però un coacervo, perché rappresenta il quadro culturale di quella civiltà, che è unitario sull’asse retorico – politico. Macchiavelli e Galilei non stanno per noi nella storia della letteratura con la stessa naturalezza del De Republica di Cicerone o delle Naturales Quaestiones senecane; per giustificarne la presenza si ricorre spesso ai risultati formali della loro opera o alla educazione umanistica dei loro autori. In verità, è cambiato il concetto di letteratura: dalla sua identificazione pura e semplice con la cultura (durata del resto fino al Settecento nella critica e fino a ieri nell’opinione comune) si è passati ad una delimitazione, peraltro non definitiva. Quale?
Stabilire questa delimitazione sarebbe molto importante nella scuola, dove la letteratura è destinata ad avere ancora uno spazio notevole, almeno sotto le voci “italiano” e “lingue straniere” e dove sarebbe opportuno che precisasse la sua natura disciplinare per ottenere il posto giusto nelle finalità formative e professionali dell’istituzione. Ma nella scuola si riflettono, com’è inevitabile, le condizioni generali della cultura e della ricerca. Ivi è chiaro da una parte l’ambito della filosofia dell’arte, che però non riguarda solo le espressioni verbali; dall’altra le metodologie di lettura e di analisi hanno raggiunto livelli molto raffinati. Meno definitiva risulta la fascia intermedia, dove dovrebbe coltivarsi la riflessione sul concetto proprio di letteratura.
Anche a scuola è spesso brusco il salto dalla filosofia dell’arte (quando non dalle ideologie) alla critica in atto. Tenterò tuttavia di individuare alcuni nuclei concettuali, nei quali si condensano le idee sulla letteratura, quali vivono a scuola, separandole, per quanto è possibile, dalle estetiche e dalle tecniche, con cui spesso interferiscono. Saranno enucleazioni riferibili a matrici di pensiero abbastanza individuabili, ma senza nomi e bibliografie, perché nella scuola le singole posizioni spesso si sfumano e si contaminano, raggruppandosi appunto in nuclei concettuali (del resto molte concezioni sono esotiche e intraducibili in termini didattici: vedi per es. l’antologia Raimondi – Bottoni). Per brevità e chiarezza procederò per coppie di termini, ora antitetici, ora sinonimici, ora complementari, che mi sembrano utili a successive approssimazioni verso la specificità della letteratura. La schematizzazione che ne risulta, è anch’essa idonea all’esposizione scolastica, dove la presentazione delle idee non può che essere ben marcata e differenziata, a costo di qualche semplificazione: si presuppone, infatti, che sia data per la prima volta agli allievi.
La prima coppia, che si presenta all’attenzione, è quella poesia/letteratura, forse la più evidente e antinomica nel periodo crociano. Poesia è creazione pura, la letteratura invece è inquinata da elementi allotri (gratuità/non gratuità). La delimitazione quindi non può tracciarsi che di fronte all’opera concreta: poesia/non poesia.
La distinzione oggi sembra lontana, eppure opera ancora sullo sfondo. Il rapporto poesia/letteratura è a volte inteso in senso qualitativo (la poesia come la parte, la letteratura il tutto), oppure reinterpretato come identificazione (poesia = letteratura). L’identificazione si opera sul denominatore comune della funzione estetica, che è propria e caratterizzante tanto della poesia quanto della letteratura. Al più se ne ammette una maggiore prevalenza nella prima che nella seconda, tornando così alla distinzione qualitativa di tipo crociano. E ancor più di tipo crociano è il tentativo di distinguere poesia da letteratura, assegnando alla prima valore estetico, alla seconda funzioni pratiche o comunicative.
Come reazione a questa soggezione a un’estetica troppo a lungo dominante, non manca, anche a scuola, la tendenza a far prevalere la funzione comunicativa tanto in poesia quanto in letteratura, ossia riproducendo per via opposta l’identificazione fra le due attività. In questa identificazione il valore estetico è solo un contrassegno, che distingue queste da altre espressioni verbali.
Se la forma conta più del contrassegno, ogni espressione verbale si equivale: non solo non si distingue più poesia da letteratura, ma anche da ogni altro modo di comunicazione verbale. Così si passa alla linguistica, che in Italia ha conosciuto una forte ripresa di interesse, dopo la condanna crociana che ne negava l’autonomia. Il settore della linguistica, che sembra più disposto a riconoscere uno specifico della letteratura, è la linguistica testuale, che, riconoscendo il testo e il contesto (anche extra linguistico), si riavvicina almeno alla critica letteraria.
Per il resto la distinzione sembra chiara, contro ogni possibile identificazione teorica: per la linguistica la lingua è il fine, per la letteratura un mezzo. Questa distinzione si potrebbe riproporre con termini più tecnici: forma/contenuto, significante/significato, codice/messaggio. Probabilmente la letteratura non si identifica con nessuno di questi termini, ma con una sintesi, che costituisce una nuova entità. Però è certo che una letteratura definita con i primi delle coppie (lingua, forma, significante, codice) è lo stesso che la linguistica. Identificando la letteratura con qualsiasi grado della scrittura, purché sia scrittura, si sterilizza ogni criterio di valore letterario. Allora prevarranno criteri esterni e magari, rovesciando i parametri di giudizio, si privilegeranno la scrittura incolta, la oralità e l’anti letteratura.
Un’accentuazione dell’aspetto linguistico è pericolosa soprattutto a scuola, dove, per le ragioni già dette, le concezioni, semplificandosi, si radicalizzano. Ma in sé non è vero che dal versante linguistico non si possa fare qualche passo verso l’individuazione dello specifico letterario. Si consideri per esempio la coppia comunicazione/espressione, intesa come norma/scarto, collettivo (o sociale)/individuale, razionale/affettivo. La serie dei secondi termini, pur non definendo la letteratura, progredisce verso produzioni linguistiche, in cui la parole conti più della langue, cioè la connotazione, o intervento del soggetto, si aggiunga alla denotazione, cioè all’impersonalità dello strumento.
Il messaggio aggiuntivo, che così si imprime alla lingua, può essere imprevedibile e nuovo; ma quando è sistematizzato e codificabile, allora dà origine alla retorica. Il rapporto di questa con la letteratura non è certo sul piano degli ornamenta stili, che pure una volta caratterizzavano le “belle” lettere. Oggi si rifiuta sia quella nozione di retorica che il concetto di letteratura come abbellimento esteriore.
La retorica ha conosciuto una ripresa di interesse per le stesse ragioni della linguistica (cioè il recupero della possibilità di uno studio autonomo della forma espressiva), ma va oltre quella. Intanto si estende alla dimensione transfrastica, dove si incontra più da vicino col testo e la letteratura. In secondo luogo attiene al mondo morale. La retorica organizza il discorso non per trasmettere un’informazione impersonale (cui basta la lingua della grammatica) né per una dimostrazione oggettiva (la lingua della scienza), ma per mettere in contatto la coscienza del parlante con quella del ricevente e magari modificarne la disposizione (anche operativa). Tocca quindi direttamente i soggetti e le loro reazioni.
Il Romanticismo, che pur riconosceva volentieri alla letteratura una finalità morale operativa, rifiutava la retorica non solo per diffidenza verso gli ornamenti e il rischio di insincerità, ma anche per il gusto dell’ineffabile, che la retorica respinge. La retorica non è razionalistica né irrazionalistica, è ragionevole; come tale è quasi un’altra logica e non si identifica con la poesia, se questa è irrazionale. La coppia poesia/retorica potrebbe essere una variazione della più celebre poesia/letteratura, con conseguente identificazione retorica =letteratura.
Con l’accostamento della letteratura alla retorica si profila un concetto di letteratura, che tocca insieme forma e contenuto (morale), dopo e contro posizioni che identificano la letteratura con la sola forma o lingua.
Ma ci sono anche tipologie che accordano preminenza al contenuto. Tiene il primo piano il rapporto sociologia/letteratura, che non è lo stesso che la sociologia della letteratura. Questa valuta il ruolo, che ha la letteratura nella società; prova indirettamente che la letteratura esiste e opera; insieme però dimostra quanto minore sia la sua importanza oggi rispetto ai tempi in cui la letteratura era tutta la cultura.
L’attenzione alla sociologia della letteratura è controprova della preferenza accordata oggi alla fenomenologia della disciplina (come funziona, anziché che cosa sia; anche se per valutare come funziona, bisognerebbe definire che cosa sia). È anche indizio della subordinazione di qualsiasi attività umana alla sua rilevanza sociale: da questa tendenza nasce anche la confusione tra sociologia e letteratura. In questa prospettiva la letteratura non può vantare autonomia di valori, ma deve riguadagnarseli, se può, all’interno della società, nei quadri dei sistemi vigenti.
La sostituzione della sociologia alla letteratura, o almeno la perdita del confine tra le due discipline, è evidentissima a scuola: molte antologie della media e del biennio, per desiderio di contemporaneità, sono in realtà sociologiche. I programmi 1979 della Scuola Media hanno richiamato fortemente alla dimensione linguistica per frenare lo scivolamento sociologico.
Sfiora la sociologia, ma appartiene anche all’estetica, la teoria del rispecchiamento, non intesa nel senso triviale di fotografia della realtà, ma di omologia strutturale col o di mimesi artistica del vero. Per certi versi analogo al rapporto con la sociologia è quello più generale letteratura/scienza. La letteratura ha contenuto la scienza (ma sarebbe da precisare quali aspetti e momenti della scienza) fino al Settecento. Tuttavia anche oggi si contano tentativi di riassorbimento, riconducibili a determinate matrici teoriche: il Circolo di Praga considerava letteratura ogni scrittura ad alto grado di intellettualizzazione; Contini ogni scrittura in funzione d’altro; la letteratura, come la scienza, scopre relazioni fra le cose e usa il linguaggio per la ricerca del vero (ma quale vero?); la scienza è umanistica perché aiuta a scoprire l’uomo. È solo un esempio di proposizioni.
Queste parentele non riescono a nascondere che una grande differenza sta nel metodo. Tuttavia la storia conosce anche tentativi di applicare alla letteratura tecniche e linguaggi delle scienze esatte (ieri il naturalismo, oggi la formalizzazione). A sua volta la scienza si avvicina alla letteratura (è il cosiddetto momento retorico), quando non si occupa di ricerca, ma di comunicazione, cioè non dell’oggetto in sé, ma del pubblico (o del potere) con cui entra in contatto (è il caso tipico di Galilei).
Pare superfluo ricordare a questo punto che altra cosa è la fondazione scientifica della letteratura, cioè l’organizzazione della letteratura in disciplina autonoma, con proprie leggi. La scienza, di cui si è parlato, è da intendersi in senso stretto, cioè naturalistica, non umana.
Ma, sulla base dei rapporti e delle confusioni con la sociologia e la scienza in genere sta un’esigenza autentica della letteratura di non essere emarginata dalla realtà e dall’azione. Anche quando non riesce ad individuare una finalità o la considera estranea alla sua natura, essa vuole almeno una motivazione. Il rifiuto della evasività investe anche aspetti, che pur rispondono ad esigenze umane: vedi la letteratura amena, che è estromessa dal circuito critico e scolastico, nonostante l’avvallo leopardiano. Domina piuttosto la massima di Vittorini, che voleva una letteratura non consolatoria, ma capace di incidere sulla realtà.
Il punto da discutere è il concetto di realtà. Se la realtà è solo fisica e materiale, la letteratura non vi ha molto da fare: la sua morte può essere non solo preconizzata, ma affrettata, a cominciare dalla scuola, che ha per istituto di immettere nella realtà. Ma se la realtà è anche morale, cioè costituisce il retroterra nella coscienza e nella sensibilità umana delle azioni, allora si chiarisce non solo il ruolo, ma anche lo specifico della letteratura. Ossia il referente della letteratura è il mondo morale (non le cose in sé, né le relazioni logiche fra le cose), e forse proprio per questo una definizione è difficile. Ma consolare e incidere sul reale si identificano; consolare foscolianamente le menti umane nate a vaneggiare vuol dire agire dall’interno dell’uomo nella storia della civiltà.
Chiarendo questo punto si può introdurre un’ultima coppia: storia/letteratura. Già per Manzoni la letteratura era la reazione morale di fronte ai fatti. Con la letteratura si conosce più da vicino l’uomo nella storia, cioè le risonanze dentro di lui degli eventi (prima e dopo): un modo diverso e certo più completo di valutazione. È esperienza comune, anche nella scuola, dell’apporto della letteratura alla conoscenza della storia, non solo indirettamente (il fatto letterario può essere usato come qualsiasi documento, purché debitamente filtrato), ma nelle pieghe inaccessibili alle cronache: il Medioevo, pur studiato a scuola in filosofia e storia, è meno conosciuto persino del mondo greco – romano, perché non avvicinato letterariamente. E’ sottinteso che non si dà conoscenza letteraria senza la lingua, l’unica che consente il contatto diretto. L’approccio a un testo è più produttivo per la conoscenza storica della stessa storia letteraria, anche se non fornisce il quadro generale.
Sarebbe interessante affrontare a questo punto il problema della storia letteraria. Non è questa la sede per discuterne la teoria. Basti dire che in essa si riflettono le stesse incertezze della nozione di letteratura (si vedano i manuali scolastici e i loro titoli). Tuttavia l’esame precedente consente qualche spiegazione di ciò che avviene nella pratica. La storia letteraria comprende spesso manifestazioni culturali di varia natura. Se si va a vedere bene, si nota che spesso la ragione della loro presenza è anche la ragione della loro espressione. Compaiono cioè quando, indipendentemente dal genere (politica, scienza o altro), i loro contenuti sono diventati un fatto morale.
 

Nuova Secondaria, 1983.