Come un giglio del campo

 

Introduzione prof. Paola Paganuzzi

Un cordiale saluto agli ascoltatori di questo video-incontro con Sua Eminenza, il cardinale José Tolentino de Mendonҁa, al quale rivolgo da parte della Ccdc il grazie sentito di aver accolto l’invito. Un incontro atteso e desiderato conoscendo la bellezza sapienziale e spirituale dei suoi libri – ne riprenderemo qualcuno al termine della riflessione – nei quali si possono ritrovare unite le due anime della sua persona. Il Cardinale infatti è sacerdote-teologo-biblista di grande rigore e insieme originalità, creatività, ma è anche un letterato: poeta tra i più significativi della letteratura portoghese (ha rappresentato il suo Paese nella Giornata mondiale della Poesia del 2014) e drammaturgo, traduttore, raffinato studioso di grandi figure della cultura europea e americana (dei suoi Pessoa, Saramago, Helder; di Flannery O’ Connor, del nostro Pasolini…per citarne alcuni). In compagnia dei poeti, è sua radicata convinzione, scendiamo in profondità; arriviamo a percepire, come quando guardiamo “da una terrazza”, che “la vita è più grande di noi”, e questo può essere di grande aiuto nei personali percorsi di crescita interiore. Cardinale dall’ottobre scorso, è archivista e responsabile della Biblioteca Vaticana, di quello straordinario patrimonio di volumi che sono da conservare, custodire, – ma anche – egli ritiene – da rendere sempre più accessibili, perché siano memoria significativa, perché parlino a noi anche oggi. I libri, in quanto voci, parole che provengono dagli altri, che chiedono ascolto, sono una delle sue grandi passioni. In un’intervista ha detto di se stesso che se c’è un termine che lo definisce è quello di “lettore”: gli piace essere un lettore del mondo, perché lettore vuol dire ricercatore del senso…nell’apertura alla rivelazione del reale, che – dice – arriva sempre tramite l’altro… è l’altro che ci porta un senso. E’ proprio con questo suo pensiero, Eminenza, che La ascoltiamo: “Siamo tutti nelle mani gli uni degli altri”.

José Tolentino de Mendonça

Un elemento comune di questa crisi che stiamo vivendo è che ci ha trovati tutti impreparati. È interessante come la sensazione psicologica, che noi abbiamo ancora, è che forse tutto questo è una finzione o un incubo; tutto questo è una distopia: la viviamo sia personalmente sia collettivamente come un trauma. E che cos’è un trauma? Un trauma è un’aggressione che arriva in una forma del tutto inattesa da qualcuno o da qualche parte, che mai avremmo pensato, e che ci sconvolge: questo è il trauma. Allora, è nel mezzo di tale impreparazione che ci troviamo; e, sicuramente, ci mancano chiavi ermeneutiche, ci mancano parole, idee, esperienze passate per aiutarci a fare il lutto, l’integrazione di questa esperienza. Perché non c’è dubbio: noi dobbiamo integrare questa esperienza; non possiamo semplicemente pensare che tutto questo passerà, che noi torneremo a quello che eravamo prima e che questa esperienza sia qualcosa che passa accanto alla nostra vita e alla nostra storia. Al contrario, è un’esperienza della nostra vita e della nostra storia. Allora dobbiamo affrontarla con coraggio, dobbiamo pensarla, dobbiamo inquadrarla ermeneuticamente, esistenzialmente, perché soltanto così questo momento di crisi può diventare un momento di crescita, di maturazione di quello che noi siamo. È curioso che, nel tempo della pandemia, tutti abbiamo avuto bisogno di cercare parabole. Penso, per esempio, che fra i libri più venduti nei primi mesi c’erano “La peste” di Camus e “Cecità” di Saramago. Che cosa stava succedendo? Il bisogno profondo di ognuno di noi, della comunità dei lettori – che alla fine è la comunità – di trovare un riflesso, uno specchio, un aiuto per capire che cosa stava succedendo.

Noi possiamo leggere l’esperienza, nella quale siamo immersi, in chiave negativa: possiamo dire incubo, distopia, trauma, finzione… possiamo chiamarla così, ma nella fede noi siamo chiamati a uno sguardo più profondo, che non si lascia imprigionare soltanto dalla parte emozionale, dalla paura collettiva, dal rifiuto psicologico di questa esperienza. Dobbiamo leggerla in un’altra chiave, perché nell’avventura cristiana la kenosis – questa esperienza radicale di svuotamento, di vulnerabilità, di alienamento della vita e dei suoi segni principali – non è una cosa nuova. Noi abbiamo nell’esperienza cristiana una chiave: il mistero pasquale. E sappiamo che il tempo non è soltanto questo padre impietoso che mangia i suoi figli (il mito di Chronos), ma è kairos: è il tempo “di”, è il tempo “per”, il tempo come momento opportuno, come occasione di grazie, per potere finalmente scoprire, compromettersi, capire. È curioso, per esempio, che la radice latina di “precare” e “precarium” – la preghiera e questa esperienza profonda di precarietà che, alla fine, la pandemia ha scoperto – è una radice comune. Allora, quando mi sento precarium, faccio un’esperienza in profondità molto vicina a quella del mistero cristiano. Dobbiamo quindi senz’altro stabilire un nesso di senso tra le due esperienze.

Mi ricordo di aver sentito che, all’inizio, in questi dispositivi di aiuto psicologico che le diverse regioni organizzarono per aiutare la popolazione più vulnerabile – per esempio queste linee telefoniche dove si poteva telefonare e avere un’assistenza psicologica – gli anziani telefonavano dicendo: “La cosa che mi fa più soffrire è che non riesco più a pregare”. Infatti, nei primi tempi sconvolti dalla nascita di questa esperienza esigentissima, quella è stata la prima reazione: non riesco a pregare. Ma noi dobbiamo domandarci se questo è il tempo in cui non riusciamo a pregare o se, al contrario, è il tempo per scoprire il significato della preghiera. Perché questo è un tempo purificatorio. Almeno una cosa abbiamo capito: l’immagine prometeica che noi abbiamo – l’immagine di una onnipotenza che la nostra società vende come propria autorappresentazione – è completamente fallita, perché abbiamo scoperto che le nostre società ipertecnologiche, con un discorso di sé molto forte, molto coeso, non corrispondono a essa: alla fine, davanti a una sfida come questa, noi abbiamo tutti sentito e provato la fragilità delle nostre società. In tale senso, questo tempo è di un forte dinamismo, direi, purificatorio: ci ha svuotato di tante rappresentazioni, ci ha messo una mascherina sul viso, ma ci ha tolto tante maschere. Questo è un punto su cui riflettere anche, secondo me, dal punto di vista della spiritualità; perché la vita spirituale non è un’altra vita, la vita spirituale è parte della nostra vita, della lettura complessiva che facciamo della nostra storia, del nostro presente; perché è il nostro corpo e la nostra anima, quello che siamo, quello che viviamo nello spazio e nel tempo che fa interconnessione col mistero di Dio. Allora, senz’altro, quello che ci sta accadendo in una forma molto concreta è materia per un ragionamento sulla vita spirituale, sulla spiritualità in questi tempi. Tempi che ci riflettono in un modo forse più esatto rispetto a quel tempo anteriore dove noi vivevamo dentro pensieri di onnipotenza, di infallibilità, che non reggono più davanti a questa realtà.

Ma noi siamo soltanto dentro un dinamismo purificatorio? Quello che sta accadendo è solo la decostruzione delle immagini, o delle false immagini, che noi avevamo promosso di noi stessi e della società del nostro tempo, o stiamo costruendo in un modo, forse più silenzioso, un’esperienza positiva in tempi di pandemia? C’è una piccola storia che ho sentito in una famiglia di amici: come tutte le famiglie, essi erano isolati, non potevano uscire di casa, la famiglia si è ritrovata tutta insieme come mai era successo; e il figlio di cinque anni, interrompendo il silenzio durante un pranzo ha detto: “So per che cosa stiamo qui”. Lui ha detto questo dall’alto dei suoi cinque anni di età: “Noi siamo qui a costruire memorie”. A volte i piccoli sono capaci di tradurre quelle cose che gli adulti dentro i loro ragionamenti, le loro ricerche non riescono a dire in forma così chiara, così concreta. “Noi siamo qui a costruire memorie”. Questo ci lega a quello che dice papa Francesco tante volte: “L’importante è aprire processi: costruire memorie e aprire processi”. Non è semplicemente occupare lo spazio, dire: “Questo è mio” o “Questo è così”. No, aprire un processo, aprire un cammino non è soltanto una realtà negativa, per opposizione, contrapposizione; anzi, è una realtà positiva, perché avanza con una risposta nuova.

Che processi noi stiamo aprendo? Prima di tutto, stiamo costruendo processi di coscienza su noi stessi. E questo ha un valore incalcolabile, ci serve, abbiamo bisogno di questi processi di coscienza. Di nuovo, ricordo quello che papa Francesco ci ha detto in quel venerdì, quando da solo lui ha sostenuto la preghiera del mondo in quella celebrazione nella piazza di San Pietro. Papa Francesco diceva: “Non è il virus, non è la pandemia che ci ha fatto ammalare. No! La pandemia ci fa vedere, riconoscere che noi eravamo già malati e non lo sapevamo”. Questo è il primo processo di coscienza. C’è una malattia in noi, una patologia che come società noi portiamo, della quale non ci accorgiamo. La pandemia è un’opportunità per capire non soltanto questo virus (Covid-19), ma tutti gli altri virus che stanno dentro di noi da parecchio tempo, che sono malattie invisibili, ma che condizionano eccome il nostro modo di vivere. C’è una riflessione profonda su noi stessi. Non soltanto su questa pandemia, ma sulle malattie del nostro modo di vivere, su ciò che è male, su ciò che non è vita, su ciò che è la cultura della morte che il nostro tempo ha interiorizzato come sete di successo, di progresso a tutti i costi, di affermazione, di potere. Dobbiamo riflettere, costruire processi di coscienza in questo dominio. Questa è la prima cosa.

La seconda è che, senz’altro, questa esperienza che stiamo vivendo ci fa avere un’immagine di Dio e ci fa costruire processi di conoscenza di Dio, una conoscenza di Dio che noi facciamo in situazioni storiche di questo tipo. Mi ricordo di un discorso di alcuni autori della mistica ebraica, che parlano dello Tzimtzum, ovvero l’idea che Dio è onnipresente e che, per poter creare la terra e l’uomo, ha fatto un passo indietro in se stesso, nel senso che ha lasciato uno spazio vuoto per poter creare un’alterità. È come se Dio andasse indietro. Questo discorso dello Tzimtzum è stato ripreso nel Novecento nel momento di ricostruzione spirituale dell’Europa, durante e dopo la seconda guerra mondiale, come una chiave per capire che cosa stava succedendo. Autori come Simone Weil o Hans Jonas hanno recuperato questa categoria dello Tzimtzum. Il Dio che emerge è un Dio più povero, più fragile, più vulnerabile. Simone Weil diceva: “Dio con l’uomo vale meno che Dio da solo, ma Dio ha voluto questo, Dio ha voluto il rischio di avere l’altro, il rischio della creazione, il rischio della nostra libertà”. E questo ci insegna qualcosa su Dio. Hans Jonas, quando ci domandava: “Come possiamo affrontare la questione di Dio dopo l’orrore di Auschwitz?”, parlava di un Dio più debole, ma di un Dio anche più vicino, più prossimo, di un Dio che sta accanto alla vittima, di un Dio che non è il Dio del potere, ma il Dio dell’amore, della compassione. I tempi di crisi – come questo che noi viviamo – sono tempi molto importanti dal punto di vista teologico: sono tempi per affrontare la questione della conoscenza di Dio. Non possiamo sostenere che Dio non abbia niente a che vedere con questo, che sia soltanto un affaire degli uomini. È vero che è stato provocato dagli uomini e da come noi pensiamo il progresso, il guadagno, il lucro, ma allo stesso tempo, questa esperienza – che alla fine è un’esperienza di fragilità, di riduzione nostra – ci fa luce sul mistero di Dio. Noi stessi facciamo il nostro tzimtzum, noi stessi facciamo un passo indietro, ma capiamo qualcosa sul mistero di Dio. Penso a quel venerdì in piazza San Pietro, quando pioveva sul Crocifisso e sulla Madonna, quando il Santo Padre ci benediva con il Santissimo Sacramento, lì c’era una depurazione del religioso, una riduzione della macchina celebrativa, che ci fa pensare proprio a un Dio che ci salva abbracciando la nostra fragilità e che non teme la nostra fragilità. Dio non scappa davanti ai momenti di fragilità storica; anzi, Dio sta accanto alla vittima, accanto al povero, accanto a chi soffre. Questo è un momento molto importante per riflettere sulle rappresentazioni di Dio.

Un terzo e ultimo elemento: in questi tempi noi costruiamo memorie che attivano la risposta creativa che possiamo dare. Il tempo della pandemia, o un tempo di crisi esigente come quella che viviamo, non è un tempo in cui essere bloccati, un tempo di smarrimento soltanto, in cui non sappiamo cosa fare. No, noi sappiamo cosa fare, noi sappiamo ciò che è importante: creare, in questo momento. E proprio nel campo aperto, nel mondo che ci si apre davanti agli occhi in una forma, in una morfologia che ancora non avevamo visto e non pensavamo essere possibile, proprio in questo mondo noi dobbiamo creare. Non è un tempo per venire meno. È un tempo per essere un di più, per fare, per pensare, per creare, per immaginare la realtà. Mi ricordo molto quello che una delle grandi voci mistiche del Novecento, Etty Hillesum, diceva nel suo diario. Come sappiamo, ha vissuto gli ultimi anni della sua vita nel campo di concentramento di Westerbork, che era un campo intermedio prima di arrivare ad Auschwitz, dove lei è morta. A Westerbork ha scritto il suo meraviglioso diario, nel quale dice: “Questo tempo che ci ruba l’anima, questo tempo buio come mai, questo tempo dove tutto cade, questo è il tempo per guardare i gigli del campo”. Penso che sia per noi una sfida enorme tale sua intuizione mistica. Questo è il tempo per guardare i gigli del campo. E’ il tempo per costruire cose nuove. Quando il profeta Geremia era in prigione e non c’era futuro, Dio l’ha mandato ad acquistare un campo nuovo. Geremia, pregando Dio, diceva: “Signore, che cosa strana! Gerusalemme è assediata, io sono in prigione e Tu mi mandi ad acquistare un campo nuovo?”. È questo il messaggio: acquistiamo un campo nuovo. Guardando la storia del Novecento, vediamo che le grandi crisi, che le grandi guerre sono state tempi di grande affermazione spirituale, intellettuale, artistica, perché nel mezzo della detresse, dell’abbandono alcune donne e alcuni uomini hanno trovato la forza spirituale per reinventare la realtà. Penso allo scrittore Rosenzweig che, nella prima linea della prima guerra mondiale, ha scritto uno dei testi più importanti della contemporaneità: “La stella della redenzione”. Penso al compositore Messiaen che, proprio nel campo di concentramento, ha scritto una delle opere musicali della contemporaneità: “Il quartetto per la fine dei tempi”. Penso a Pablo Picasso che, nell’impatto della guerra civile spagnola, ha dipinto una delle icone del nostro tempo che è la “Guernica”. Penso a Etty Hillesum e a tante altre voci. Penso, per esempio, a come è stata ‘partorita’ una delle parabole più lette e più amate di questi tempi: “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Saint- Exupéry era ricoverato in ospedale a New York e non sapeva nulla sul suo futuro. Un amico, in quella situazione di totale smarrimento, gli offrì del materiale di pittura per aiutarlo a riempire quelle lunghissime giornate in ospedale. Così, lui ha cominciato a scrivere, immaginare, comporre una delle più belle storie che tutti noi abbiamo letto.

Tante volte si sente dire: “Di quanto tempo avremmo bisogno per ritornare al punto che abbiamo lasciato, in cui eravamo prima della pandemia?”. Si sentono discorsi totalmente contraddittori: si parla di due, tre, quattro anni… Ma bisogna essere chiari: noi non torneremo al punto in cui eravamo prima della pandemia. Il futuro è arrivato; ed è arrivato in un modo diverso da come ce lo aspettavamo, ma il futuro è così. Il futuro non arriva perché noi lo avevamo descritto in una certa maniera. Il futuro arriva. Arriva trovandoci impreparati. Il discorso di tornare indietro al punto in cui eravamo è un discorso inutile. Dobbiamo capire ciò che papa Francesco ci dice tante volte: “Noi non viviamo soltanto un’epoca di cambiamenti, ma viviamo un cambiamento di epoca”. Tale accelerazione portata dalla pandemia fa di queste parole di Francesco una verità che tutti noi tocchiamo, capiamo: siamo in una nuova epoca della storia. Questo, senz’altro, costituisce per noi una sfida enorme, anche dal punto di vista spirituale.

Ed è importante, soprattutto per introdurre una riflessione che nei gruppi, nelle piccole comunità, a livello individuale ognuno di noi è chiamato a fare: questo è il tempo per guardare i gigli del campo.

Conclusioni prof. Paola Paganuzzi

Considerate lilia agri, “Osservate i gigli del campo” è anche il motto che il Cardinale Mendonҁa ha scelto per la sua ordinazione episcopale. Lo ringrazio di cuore a nome di tutti per il dono che ci ha fatto con questa riflessione che ci conforta e che ci aiuta ad alzare lo sguardo “al d là di noi” . Come i suoi libri. Un bagaglio prezioso per quei tre cammini che ci ha additato ora.  Vorremmo tanto leggere le sue poesie: in Italia nel 2006 era uscito il volume dal titolo molto bello “La notte apre i miei occhi”; purtroppo ora è fuori catalogo (speriamo che si possa presto riaverle a disposizione). Anche gli altri libri hanno titoli suggestivi. Ne ricordiamo alcuni: “Padre nostro che sei in terra”: è un percorso che parla all’umanità di tutti al di là di ogni credenza o appartenenza confessionale, perché tutti abbiamo bisogno, per vivere, di interiorizzare un padre, tutti siamo figli, incontriamo la realtà del male, abbiamo bisogno di pane e di perdono (su questo tema ci sono pagine particolarmente illuminanti nell’ultima parte del libro): è un itinerario di umanizzazione sulle tracce di Gesù nel quale sperimentiamo che diventiamo cristiani diventando umani: molto bello!

Da segnalare, tra le opere tradotte in italiano, è poi a mio avviso “Gesù. La sorpresa di un ritratto”. La dedica di questo libro è “A tutti coloro che, un giorno, hanno pianto o piangeranno ai piedi di Gesù”. L’autore riprende in una forma più essenziale la sua tesi di dottorato in Teologia biblica, per la quale aveva dedicato anni di lavoro (ma non solo: anche – dice – di emozione, di immaginazione, di affetto e di fede”) a un unico episodio del Vangelo, quello, nel cap. 7 di Luca, della peccatrice che vuole raggiungere, toccare Gesù, e per fare questo entra nella casa a lei ostile di un fariseo dove Lui è a tavola. “Il sodalizio con questo testo – scrive l’autore – ha cambiato completamente il mio sguardo su Gesù e, insieme, ha cambiato anche la mia vita. Ho cominciato a dare valore a quel bisogno di consolazione che tutti gli umani portano dentro di sé”. Una peccatrice, inginocchiata ai piedi di Gesù, ci fa capire chi è Lui, ce lo fa incontrare, ci apre gli occhi fino allo stupore e allo sconcerto sulla sua figura. Ma questa rivelazione, per le particolari caratteristiche del racconto, avviene progressivamente, quindi non con risposte preconcette, con affermazioni dogmatiche ma attraverso le domande che il testo ci pone e che noi ci facciamo.

L’attitudine alla domanda (una volta adulti – scrive il Cardinale .- diventiamo spesso purtroppo “ripetitori di risposte prefabbricate” e “viviamo come se ciò che vediamo fosse tutto quello che c’è da vedere”) è un invito che egli ci rivolge spesso nei suoi testi come pratica certamente non facile, anche dolorosa ma fondamentale per avvicinarsi “all’apertura di senso”. Alcuni suoi testi vi sono esplicitamente dedicati: “Il piccolo libro delle grandi domande”, per esempio. Abbracciamo qualche volta la solitudine, – ci suggerisce – guardiamola coraggiosamente negli occhi come un dono: perché è lì che riusciamo ad ospitare quelle domande che in un altro testo egli designa come “Chiamate in attesa”, a lasciarle agire dentro di noi: domande che aprono un varco per mettere in contatto l’istante di adesso con ciò che è da sempre, quello che vediamo con ciò che non siamo in grado di vedere. In qualche momento della nostra vita queste domande esigeranno certamente da noi una risposta.

La vita poi a volte trasforma anche le risposte in domande! Le risposte – scrive – sono certamente utili, necessarie per vivere, ma le domande hanno un grande valore, ci fanno percepire la nostra sete… Dare spazio alla propria sete… fino a leggerla come una beatitudine: è il tema di un altro libro, “Elogio della sete”, sono gli Esercizi spirituali che nel 2018 l’allora presbitero Mendonҁa ha predicato a Papa Francesco e alla Curia Romana. “Anche nella fragilità – scrive -, in quello che ci ferisce, in quello che sappiamo e che non sappiamo, siamo chiamati a lasciare che la vita scorra, che la vita entri, che la vita ci parli”. Ma dobbiamo imparare ad ascoltarla, a vederla a sentirla…Nel libro “La mistica dell’istante” (il titolo incuriosisce…) il cardinale-poeta ci conduce “a essere davvero presenti” nella nostra esistenza, a riconoscere in essa “il riverbero dei “passi di Dio”: e questo lungo un percorso di mistica (mistica nel significato di esercizio interiore, cammino verso Dio) che coinvolge concretamente nell’esperienza di fede i nostri cinque sensi: luoghi teologici, li definisce, territorio privilegiato del manifestarsi di Dio e della nostra relazione con Lui. Tutti i sensi, anche quelli che affiniamo di meno: vedere, ascoltare, ma anche toccare, assaporare…: Accende lumen sensibus (“Illumina i sensi), secondo un’antica invocazione liturgica. Lontano perciò da orientamenti spiritualistici (che non sono biblici!), la mistica come esperienza integrale della vita, fatta di incontri, sapori, profumi…: epifanie della grazia, piccole certo ma capaci di tradurre intensamente la vita. Esserci nel qui e nell’ora che stiamo vivendo, con la nostra umanità tutta intera: anima, corpo, sensazioni, relazioni… Etty Hillesum, che il Cardinale cita spesso, ha saputo prestare questa attenzione alla vita, questa sensibilità, questo stupore nelle ore più buie del secolo scorso.

Infine, “Il potere della speranza. Mani che sostengono l’anima del mondo”. Un altro bel titolo, che unisce due suggestioni: un pensiero di Pascal e una scultura di Rodin: le nostre mani che si levano in alto, in desiderio e sete di Dio, come una cattedrale. E’un piccolo, pregevole ebook scaricabile gratuitamente, un dono fatto a tutti perché si possano trovare parole e gesti in questo doloroso tempo dell’epidemia. Leggo a pag. 11: “Senza toccarci possiamo reimparare il valore del saluto, lo stimolo di un complimento, l’incredibile forza che riceviamo da un sorriso o da uno sguardo. Senza che le nostre braccia si stendano verso gli altri, possiamo abbracciarli affettuosamente, come già facevamo o in modo ancora più intenso, comunicando, con questi abbracci reinventati, l’incoraggiamento, l’ospitalità, la certezza che nessuno sarà lasciato solo”. Abbiamo ricevuto questo abbraccio da Lei, Eminenza. Lo ricambiano con gratitudine e speranza.