“Laborem exercens”, nuovo umanesimo del lavoro

La nuova enciclica sociale Laborem exercens colpisce subito il lettore in primo luogo per il linguaggio. È un linguaggio schietto, oggettivo, congruente con le cose. È anche per tale suo parlare coraggioso e insieme appassionato che l’enciclica costituisce un punto di riferimento e d’incontro per tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’uomo e si interrogano sui problemi nuovi e sulle nuove speranze, sui timori e le minacce connesse a una dimensione dell’umano così fondamentale come il lavoro.

Analisi
Non spetta certo alla Chiesa pensare la questione sociale in termini di analisi economiche e scientifiche o di prospettive politiche e di ordinamenti giuridici. Ma alla Chiesa l’umanità chiede, oggi non meno di novant’anni fa, di fare la sua parte, di mettersi al servizio dell’uomo, di proporci – in rapporto al nostro tempo – “il vangelo del lavoro”, smascherando le ingiustizie che, sotto nuove forme, penetrano profondamente la vita sociale, ridando slancio a coloro che hanno fame e sete di giustizia, orientando il cambiamento in modo che sia reale la promozione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.
“La Chiesa crede nell’uomo” – scrive nobilmente Giovanni Paolo II – e fa del servizio all’uomo “la sua prima e fondamentale via”, la sua ragion d’essere. Annunciando Cristo, che per noi e per la nostra salvezza si fece uomo, la Chiesa pone di continuo al centro dell’universo proprio l’uomo, vertice della creazione e scopo precipuo dell’opera redentrice. Gesù ha messo in luce il pregio di ogni singola persona e tutti siamo divenuti gli uni agli altri più preziosi e la stessa comunione a cui siamo chiamati non si realizza se non nella magnifica diversità dei singoli, nel riconoscimento di un dono e di un impegno che arricchisce e non cancella i tratti della personalità di ognuno. Nella prospettiva del Vangelo non c’è posto né per il superomismo né per l’individualismo; ogni uomo ha invece un valore inestimabile e si deve volere che neppure uno vada perduto. L’uomo ha dignità di fine e, pertanto, non deve essere strumentalizzato, ridotto a cosa, a merce, a forza-lavoro anonima, a mero strumento di produzione. È questa la premessa, il nocciolo permanente della visione cristiana della vita, l’idea chiave su cui costruire il presente e prefigurare il futuro, il criterio per giudicare ideologie e sistemi sociali, dissipando finalmente la cortina fumogena delle chiacchiere che arrivano a gabellare, ad esempio, per superamento del capitalismo il capitalismo di stato (e di uno stato totalitario). Il Cristianesimo ha dato al mondo un nuovo senso dell’uomo e, per sua natura, mira a rendere sempre più fattivo il riconoscimento della dignità della persona. Siamo, qui, dinanzi a ”una di quelle verità che decidono dell’uomo sin dall’inizio e che, al tempo stesso, tracciano le grandi linee della sua esistenza sulla terra”.
L’Enciclica celebra, con il commosso accento di chi ha provato in prima persona, le ricchezze umane e al tempo stesso tutta la fatica del lavoro, dal quale la vita dell’uomo attinge ogni giorno per tanta parte il proprio valore. Mettere in primo piano – e con estrema decisione – il significato di promozione o di alienazione che il lavoro assume realmente per colui che lo compie, significa andare al cuore del problema e“lanciare una sfida continua” a tutte le istituzioni, e alla Chiesa stessa, perché rendano incessantemente efficace, in ogni situazione, la meravigliosa logica del Vangelo: “il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.

Valori
“Il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto. L’uomo è destinato e chiamato al lavoro; però prima di tutto il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro”. E ancora: lo scopo del lavoro che l’uomo compie non possiede un significato definitivo per se stesso. “Infatti, in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo, rimane sempre l’uomo stesso”. La soluzione della questione sociale “deve essere cercata nella direzione di rendere la vita umana più umana”. È un compito sempre nuovo, da realizzare in ogni tempo e dappertutto. “Bisogna permettere all’uomo di diventare più uomo nel lavoro e non già di degradarsi a causa del lavoro, logorando non solo le forze fisiche, ma soprattutto intaccando la dignità, la soggettività che gli sono proprie”. L’appello di Giovanni Paolo II è pressante: se siamo uomini, se siamo cristiani dobbiamo far sì che “questo frammento dell’universo, abitato dall’uomo”, diventi “una piccola parte di quella nuova terra dove abita la giustizia”. Ci sono problemi tremendi per ampiezza e complessità: ma quanto più sono difficili e ardue le questioni da risolvere, tanto più la chiarezza morale delle scelte da operare è urgente e necessaria. Se non ci nascondiamo le strutture ingiuste, e ne cerchiamo effettivamente la trasformazione, ci accorgiamo che molte sono le cose che si possono e si debbono cambiare. Alle sofferenze naturali legate alla fatica, che in varia misura si accompagna al lavoro, si aggiungono le sofferenze superflue. E queste sono quelle che più feriscono e indignano, perché inutili, evitabili ed inflitte dalla mano di altri uomini. La dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà sono alla base del nuovo umanesimo del lavoro che la Chiesa propone alle soglie del duemila. Quell’umanesimo è non solo doveroso, ma possibile. Abbiamo bisogno di ritrovare i grandi valori che rendono umana e bella l’avventura del lavoro e la stessa lotta per la giustizia sociale, perché finalmente libera dalla triplice menzogna dello sfruttamento, della demagogia, del parassitismo antisociale. Soltanto un nuovo ethos potrà restituire agli uomini del lavoro la piena, sincera solidarietà di tutti e far si che la solidarietà dei lavoratori tra loro riassuma il carattere della verità cercata senza mitologie, della sincerità con se stessi, della passione per il bene comune.

Giornale di Brescia, 16.10.1981. Articolo scritto in occasione dell’incontro sul tema: “Rendere più umana la vita umana: l’ultima enciclica sociale”.