L’americano Eliot, il poeta più europeo del Novecento

Thomas Stearns Eliot nasce il 26 settembre 1888 a S, Louis, nel Missouri negli Stati Uniti. Un secolo fa, quindi. Muore a Londra il 14 gennaio 1965 e in aprile un’urna con le sue ceneri è collocata nella St. Michael Church di East Coker, il villaggio dal quale nel 1669 il suo antenato Andrew Eliot era partito per il New England. Avviato a una splendida carriera accademica alla Harvard University, il giovane studioso americano, venuto in Europa con una borsa di studio, ascolterà le conferenze di Bergson al College de France, proseguirà le sue ricerche a Oxford e finirà col risiedere a Londra. Sarà lui l’americano Eliot, il più europeo e il più classico dei poeti del Novecento. Chiudendo il ciclo aperto dal suo remoto antenato di East Coker, egli è tornato alle sorgenti e agli archetipi fondamentali della cultura occidentale. La scelta avvenne senza clamorosi ripudi, ma fu pagata cara sul piano delle opportunità della carriera accademica (non ci fu più una carriera accademica per Eliot!), e delle condizioni di sopravvivenza, oltre che sul piano dei difficili rapporti con la famiglia di origine. Ezra Pound considerava “un delitto contro la letteratura le otto ore di vitalità che Eliot sprecava alla Banca dei Lloyds”, lavoro a cui il poeta era costretto avendogli il padre negato ogni aiuto finanziario. Né poteva contare Eliot su di un minimo di serenità fuori dal lavoro per l’instabilità nervosa e le precarie condizioni di salute della prima moglie, manifestatesi sin dall’inizio del matrimonio (“È terribile essere soli con un’altra persona” dice un verso de “La terra desolata”). Il varo della rivista The Criterion – che durò dal 1922 al 1939 e divenne punto d’incontro della più qualificata cultura europea – e il rapporto che subito si stabilì tra il poeta e la casa editrice Faber permisero a Eliot nel 1925 di lasciare finalmente la Lloyds Bank. Intanto col primo numero di The Criterion veniva pubblicato il primo grande capolavoro di Eliot “La terra desolata” che è, insieme alla parodia de “Gli uomini vuoti”, il più tragico simbolo e grido non di una generazione perduta o del dopoguerra, ma dell’alternativa di perdizione o di salvezza di fronte a cui sono poste tutte le generazioni. C’è, infatti, molta differenza fra il rendersi conto che la tragedia è nel cuore della vita ed un’auto-commiserazione da adolescenti per la propria generazione come particolarmente sfortunata. L’amicizia, a partire dal 1923 con William Force Stead, l’ex diplomatico che aveva preso gli ordini sacri, e lo studio delle opere di Maritain – che in quegli anni pubblicava “Thèonas, l’Antimoderno”, “Riflessioni sull’intelligenza e la sua vita propria” – preparano uno sbocco alla meditazione filosofica e religiosa di Eliot. Il quale il 29 giugno 1927 si converte alla Chiesa d’Inghilterra, la High Church, anglo- cattolica. In “Mercoledì delle ceneri”, negli “Ariel Poems”, nei Cori da “La Rocca”, in “Assassinio nella cattedrale” – rappresentata la prima volta il 15 giugno 1935 con immediato successo – lo sviluppo cristiano del pensiero e dell’ispirazione artistica di Eliot viene sempre più precisandosi. A mio avviso toccherà il vertice nei “Quattro quartetti” composti tra il 1936 e il 1942, e nell’ultimo dei suoi testi teatrali, “Lo statista a riposo”, che è del 1959.

Perché Eliot è un grande poeta? Me lo sono chiesto più volte, anche nel tentativo di sottrarmi al suo fascino. Ai miei occhi grandeggiò prima l’europeo, l’autore de “L’idea di una società cristiana”, le conferenze tenute nel marzo del 1939 a Cambridge, tradotte nel 1948 in italiano nelle Edizioni Comunità, e il critico impareggiabile dei meravigliosi saggi “Sulla poesia e sui poeti” pubblicati da Bompiani nel 1960 e da Garzanti nel 1975. Poi il costante richiamo de “L’assassinio nella cattedrale” mi indusse a cercare, con l’aiuto di una poetessa e studiosa come Margherita Guidacci – l’autrice di “Studi su Eliot” (IPL, Milano), a cui si deve anche la più bella traduzione dei “Quartetti” – i tratti essenziali del suo mondo poetico.
Eliot è un classico perché ha quello che egli stesso definisce “il primo requisito della vita spirituale” e, dunque, anche dell’arte autentica: la sensibilità al bene e al male, e non già al male di superficie, ciò che è semplicemente bad, scontentezza e insoddisfazione, ma al male metafisico, l’Evil. Egli ha rappresentato l’inferno degli “uomini vuoti” – dove – sommandosi, si moltiplicano futilità, non-senso e inaridimento – e lo ha fatto in maniera sublime, solo perché dentro il deserto, la disperazione, il rifiuto ha intravisto il giardino, la speranza, l’invocazione. L’aspirazione radicale di Eliot è enunciata nell’ultima parte del terzo dei “Quartetti”, I Dry Salvages: “percepire / l’intersezione dell’eterno / nel tempo”(…to apprehend / The point of intersection of the timeless / With time…). Eliot si sforzò di giungere al di là dalla poesia, come Beethoven nelle sue composizioni volle andare di là dalla musica. Una poesia di così alto livello nasce dalla ricerca e dalla contemplazione di Qualcuno che è al di la della poesia, sebbene attraverso la poesia possa essere comunicato. Di qui il carattere del cristianesimo di Eliot, frutto di lotta morale e spirituale, di una sofferenza considerata come disciplina. La sua fede capisce il dubbio, avendolo spinto fino all’estremo dentro di sé, ma non si estenua in esso. Il suo è un cristianesimo senza evasioni sentimentali e compromessi pseudo-culturali, una contemplazione amante che non pensa al frutto dell’azione e tuttavia fruttifica nella vita degli altri, qualcosa che “con la spinta di quest’Amore e la voce di questo Appello/ non cesseremo mai di esplorare” (parte finale dell’ultimo dei “Quattro quartetti”).

Delle “lezioni” che ci vengono da Eliot due sono divenute per molti di noi parte integrante del modo di sentire l’Europa: l’energica rivendicazione dell’unità della cultura europea e del primato assoluto della poesia di Dante su ogni altra. All’indomani del conflitto, Eliot tiene tre conversazioni radiofoniche rivolte alla Germania, sottolineando la comune eredità culturale del nostro continente: le fondamenta germaniche della lingua inglese e delle etnie del Nord-Europa, la letteratura greca e romana, la Bibbia. Il testo di quelle conferenze su “L’unità culturale europea” si può leggere in “Opere” di T.S. Eliot dei Classici Bompiani (I ed.1986). “L’unità della cultura – osserva Eliot – esige che vi sia una varietà di vincoli. Nessuna università ad esempio, dovrebbe essere un’istituzione meramente nazionale, anche se ciascuna di esse è sostenuta dalla nazione. Le università d’Europa dovrebbero avere ideali comuni ed obblighi reciprochi. Dovrebbero essere indipendenti dai governi dei paesi nei quali sono situate”. Eliot conclude l’ultima conversazione con un appello agli uomini di lettere dell’Europa: “Noi abbiamo una particolare responsabilità… Possiamo avere idee politiche diverse, ma quel che importa è che noi riconosciamo le nostre relazioni e la mutua dipendenza. Se siamo gli uni privi degli altri, diventiamo incapaci di produrre quelle opere eccellenti che contraddistinguono una civiltà superiore. Noi possiamo comunque salvare qualcosa di quei beni di cui siamo amministratori comuni: l’eredità della Grecia, di Roma e di Israele, l’eredità degli ultimi duemila anni di storia”. Noi italiani dovremmo essere particolarmente grati a Eliot per averci fatto scoprire Dante. “La poesia di Dante rappresenta l’unica scuola universale di stile poetico valida per qualsiasi lingua… Il metodo allegorico di Dante semplifica lo stile, rendendo le immagini chiare e precise… La Divina Commedia è una gamma completa di altezze e di bassi delle emozioni umane. Il Purgatorio e il Paradiso si devono leggere come estensioni delle possibilità umane, di norma assai limitate” (“Dante” II). Si può dire che la crescita della poesia di Eliot è stata anche la crescita di Dante in Eliot.

Giornale di Brescia 4.3.1988. Articolo scritto in occasione dell’incontro con Margherita Guidacci su Eliot.