L’unica risposta all’ingiustizia è l’amore

Autori: Abbè Pierre

Vediamo tutti che attualmente, tutto cambia nella vita in pochi anni, invece che in lunghi eriodi della storia, ma forse non abbiamo capito la causa di queste trasformazioni. La causa principale sono stati i mezzi di comunicazione: oggi, se si è un po’ attenti, nessun evento può accadere al mondo, un evento un po’ importante, senza che immediatamente noi lo sappiamo: dalla radio, dalla televisione, dai satelliti, noi sappiamo immediatamente tutto. E ciò che cosa lascia di positivo in noi? Da una parte siamo meravigliati di vedere le bellezze del mondo, meglio di come le abbiamo mai conosciute, dalle bellezze meravigliose del cosmo, alle bellezze meravigliose del microcosmo. Ma mentre scopriamo che tutto è più bello perché adesso sappiamo tutto, scopriamo anche che gli orrori del mondo sono molto più terribili di quanto supponessimo. Gli uomini hanno sempre saputo che vi è il dolore nella vita. Ma quando si conosceva soltanto il proprio piccolo paese, il proprio vicino, anche se capitava una terribile catastrofe, si poteva pensare che fosse un incidente in un’armonia che si supponeva universale. Ma oggi che sappiamo tutto, sappiamo anche che questa armonia universale non esiste. Quando noi, i vecchi di oggi, eravamo giovani, quando ci parlavano di paesi tropicali, equatoriali, ci facevano credere che fossero dei paradisi terrestri. Oggi sappiamo che ciò non è vero. Oggi conosciamo l’innumerevole moltitudine di innocenti, dovunque, che sono oppressi; la quantità di bambini che non nascono che per soffrire, soffrire e morire. Morire assurdamente: perché muoiono senza aver compiuto un minimo atto personale, che sia un tentativo di dare un valore al loro attimo di vita, per trasformare questa sofferenza. Ma perché tanta sofferenza?

Dio è ancora credibile?

Così, perché oggi si sa tutto, ci sono due conseguenze che cambiano profondamente il pensiero degli uomini e che li lasciano come sperduti. Ci sono due processi che scattano nel cuore di tutti gli uomini onesti. C’è un processo di Dio, di Dio come noi eravamo abituati a pensarlo. Ci sono sempre stati degli orgogliosi che hanno rifiutato Dio: non potevano sopportare di sapersi creature di un Creatore, come un figlio che non sopportasse di essere “dietro” a suo padre. Ma oggi sappiamo bene che è un’altra cosa: quando quelli che sono credenti, dicono “Gloria a Dio”, vedono intorno a sé tanti loro fratelli e sorelle, – non degli orgogliosi, ma dei buoni, affamati di giustizia-, che quando sentono il credente dire “Gloria a Dio”, dicono con sincerità: “Taci”. Dicono: “Adesso che sappiamo tutto, che vediamo l’orrore delle miserie del mondo, come vuoi che possiamo dire: PADRE NOSTRO?”. Dicono, nella loro sete di giustizia: “Qual è il padre, che vedendo tanto soffrire i suoi figli, ed essendo onnipotente resterebbe almeno apparentemente così indifferente?”. Dicono: “Adesso che tu sai tutto, se continui a dire ‘Gloria a Dio’ è perché non hai il coraggio di guardare la realtà. Forse sei un privilegiato: non è difficile dire ‘Gloria a Dio’ quando si ha ben mangiato, quando si è sicuri di avere un lavoro, quando si ha più del necessario. Ma…e gli altri?”. Dicono: “Dire ‘Gloria a Dio’ per la bellezza delle stelle. Ma che me ne importa? Le stelle non piangono. Ci sono tante lacrime di bambini, di vecchi, di innocenti…Tutte queste lacrime spengono lo splendore delle stelle, insultano la gloria di Dio”.

E allora, oggi, colui che crede “nonostante tutto”, il solo credente rispettabile non il credente “tanto per esserlo”, non quello con gli occhi chiusi – ma quello che crede “ugualmente”, cioè ribelle, scandalizzato, come il suo fratello, davanti allo scandalo del mondo, ma che sente lo stesso che l’Eterno è Amore, quello, oggi, si trova come un bambino che vede suo padre accusato, come un bambino che vede i suoi fratelli molto buoni, scandalizzati da un padre incomprensibile. Ed ecco che allora, molti uomini si ritrovano soli: pare loro che Dio non sia più credibile. E l’uomo che si ritrova da solo, molto presto è costretto, nella sua sincerità, dopo aver fatto il processo a Dio, a fare il processo agli uomini. L’uomo, oggi, ha motivo di essere meravigliato di quello che è: è capace di strapparsi dalla terra, di andare sulla luna ed anche più lontano; con la disintegrazione atomica, egli ha nelle sue mani un’energia quasi illimitata; con il progresso della biologia, debella tante malattie, fa sì che quasi tutti possano godere di una vita più lunga. Ed ecco che quest’uomo, che ha tanto potere, è costretto, se è onesto, a riconoscere che è stupido.

I capi di Stato, la folla dei popoli, sono capaci di accettare sacrifici incalcolabili di denaro, di mobilizzazione di scienziati, di genii, per realizzare il traguardo di andare nello spazio; e sono incapaci di accettare (e i capi di Stato di osare chiedere), dei sacrifici dieci, cento volte minori, che permetterebbero semplicemente di far produrre alla terra, alle acque del mare, tutto ciò che questa terra e questo mare sono capaci di produrre, e che sia tutto onestamente distribuito. L’uomo è incapace di far sì che il bimbo che sta per nascere non manchi del necessario, perché possa diventare tutto quello che è capace di essere.

L’uomo è ancor meno credibile

L’uomo, con tutti i progressi che è capace di realizzare, non è riuscito finora che a creare l’equilibrio del terrore. Ognuno ha paura dell’altro, così che l’altro deve fare ancora più paura, nella speranza che ciò gli sia di protezione; e questa corsa alla paura, è come illimitata, divora, in quantità sempre più grande, i mezzi dei popoli. Si sviluppa l’istruzione nel mondo: questo va bene. Ma qual è il risultato?

Il risultato è che coloro che hanno sempre sofferto molto, senza potersi però comparare agli altri, oggi, poiché sanno di più, poiché vedono come vivono quelli che sono più privilegiati di loro nel mondo, essi hanno cominciato a soffrire di “soffrire”. Non è la stessa cosa; è come l’acqua che diventa vapore: è la stessa materia, ma non la si può più avvicinare allo stesso modo. Allora, dappertutto, attraverso il mondo, la collera, la disperazione davanti a tutto ciò, sono diventate come una dottrina che si è sparsa in tutto il mondo e che ha detto agli uomini. “Guarda! La vita è un’evoluzione perpetua. Allora, accetta i sacrifici per accelerare la prossima tappa di questa evoluzione”. Finché i popoli sono molto miserabili, pensano: “Sì, è vero. Uniamoci e potremo schiacciare la nostra miseria”. E, a prezzo di terribili sacrifici, spesso con la rivolta, arrivano a strapparsi dalla miseria. Ma allora appare una nuova realtà: la gioventù dichiara, a quelli che avevano tentato di dare un’altra spiegazione della vita: “Ci prendete in giro. Come! Volete farci credere che tutta la realtà del mondo è soltanto un’evoluzione perpetua: ma l’evoluzione precedente non è già infinita nel passato? Cioè, tutti i possibili sono già stati realizzati nell’infinito del passato? E vorreste farci credere che l’evoluzione futura, anche se infinita, sarà capace di darci un mondo migliore di questo mondo stupido, che l’infinito dell’evoluzione passata ci dà? Ciò non ci inganna più. Non possiamo più credervi. Tutto è assurdo”. E questa è la disperazione più grande, la disperazione che deriva dalla conoscenza della situazione, peggiore della disperazione dalla miseria, peggio che aver fame. E sarà come un suicidio o un’altra fame di distruzione: la fuga verso la droga. Sì, l’uomo di oggi si trova davanti a questa doppia realtà, e non sa più a quale delle due credere. Penso che questa tragedia possa essere un immenso privilegio, perché siamo costretti a guardare la realtà fino in fondo. Sapete che nella mia vita, già molto lunga, ho vissuto con i più infelici, e ho diviso responsabilità grandissime in tanti paesi del mondo. Ho vissuto non soltanto le crisi di disperazione di quelli che hanno fame, ma anche le parole disperate di quelli che non sanno per cosa vivere.

Dio è “prigioniero dell’amore”

Io ricorderò sempre le parole degli studenti della Svezia, molto intelligenti e generosi, che un giorno mi hanno detto: “Padre, adesso che hai tanto studiato, che conosci tanto il mondo, per te Dio è incapace e l’uomo è insignificante, non ha più nessun senso”.

Per molto tempo ho portato dentro di me, come una ferita, queste parole blasfeme ma sincere e frutto della disperazione. Finalmente un giorno ho capito una cosa: che per me e per tutti gli uomini, ne sono sicuro, vi è una risposta a questo doppio interrogativo, nel processo dell’eterno, nel processo dell’uomo. Ho capito subito che la verità, non consiste nell’incapacità e nella mancanza di tempo dell’Eterno, ma la verità è che l’Eterno perché è amore, è prigioniero, perché amore.

Che cosa vuol dire amare? Significa avere un solo scopo: voler sentire l’amore, vuol dire poter affermare “Anch’io ti amo”. Ma quando uno ama, sa subito che non può fare nulla per forzare l’amore dell’altro, egli sa che se vuole costringerlo, perde quello che spera. Se il fidanzato che aspetta impaziente la risposta della fidanzata, si sente dire “no” e il ragazzo insiste e la costringe, allora tutto quello che sperava è annullato.

Sì, l’amore ci rende prigionieri, e siccome l’Eterno è amore, è nostro prigioniero. L’amore può solo sedurre, ma mai costringere. Sedurre vuol dir dividere, ed è quello che ha fatto l’Eterno, in questa immensità di sofferenze, cosparse in tutto il mondo. L’uomo non ha capito che era libero non di amare o di non amare, ma era libero per essere capace di amare. E ora l’uomo dice, come Satana, “la mia libertà e basta!”, oppure “voglio essere libero di non amare”. Allora quest’uomo ha perso la libertà, perché ha costruito quello che provocherà la paura attorno a sé. Come sarebbe possibile non aver paura della libertà dell’altro che non ama, e come possibile che egli non abbia paura della mia libertà se questa non mi fa volontariamente prigioniero dell’amore? Allora si scatena in tutto il mondo la paura per tutti, la perdita della libertà, lo spreco, la rovina di tutte le ricchezze di questo mondo.

La morte del “piccolo buon Dio”

L’Eterno è venuto a dividere tutta questa sofferenza, per far capire all’uomo che la sua grandezza è di essere capace di farsi Lui stesso prigioniero volontario, come tutte le persone che, amando, si fanno prigioniere dell’amore. Soltanto allora è salva la libertà di tutti. Oggi, sentiamo dei filosofi ed anche dei teologi, che dicono: “Viviamo il tempo della morte di Dio”. Hanno ragione. E’ l’epoca della morte del “piccolo dio”, distributore di caramelle o di vendette: la caricatura di Dio, che avevamo fatto a nostra immagine; questa immagine di Dio, non è più sopportabile per l’uomo, perché ora che conosce tutta la realtà del mondo, questa immagine caricaturale di Dio non ci dà alcuna spiegazione. E, contemporaneamente alla morte del “piccolo buon dio”, è la morte del piccolo uomo, dell’uomo ridicolo, che proclamava fino a poco tempo fa: “La scienza è sufficiente, la scienza troverà tutte le soluzioni. Più si apriranno scuole, più si chiuderanno prigioni”. Non vi sono mai state, nella storia del mondo, tante scuole come oggi e non vi sono mai state, nella storia del mondo, tante prigioni, tanti campi di concentramento, tanto terrore.

Il piccolo buon uomo, con le sue pretese, è ridicolizzato. Non vede più la strada. Ha sete di sentirsi responsabile. Ed ecco che scopre che Dio solo lo rispetta completamente: Dio rischia la sua gloria per rispettare quest’uomo, di cui aspetta l’amore. Ecco che appare la verità e la grandezza di Dio: l’onnipotente prigioniero dell’amore. Ed ecco che appare la vera grandezza dell’uomo, quest’uomo che è libero per farsi anche lui, volontariamente, senza costrizione, in questa grandezza, prigioniero dell’amore. L’uomo nuovo, l’uomo globale, totale – che sa che ormai potrebbe distruggere la terra, distruggere la vita, che vede che la vita non ha più senso, con le piccole dottrine – l’uomo di oggi ha davanti a sé questo messaggio, questa luce di noi, piccoli uomini, miserabili come gli altri, che tradiscono come gli altri la nostra vocazione all’amore, la nostra vocazione alla libertà, la libertà che egli ama. Ma noi, che abbiamo avuto il privilegio della Fede, cioè di avere la conoscenza di Dio come si è rivelato, “Amore”, noi abbiamo la responsabilità di dare al mondo intero la risposta che attende: questa luce che, sola, può rispondere al suo grande interrogativo “Perché vivere?” Per imparare ad amare.

Invito ai giovani

Tutta la gioventù di oggi si trova in conflitto con noi vecchi. Ma noi siamo molto ingiusti gli uni verso gli altri: i vecchi non comprendono la gioventù, la criticano, la condannano dicendo che è insopportabile, che contesta tutto. Ma questa non è la realtà: non siete voi, giovani, ad essere contestatori, non siete voi che avete scelto di venire alla vita in questo momento. Non siete voi i contestatori: è l’epoca. Non siete stati voi ad inventare la contestazione, non avete bisogno di vantarvene: voi siete semplicemente chiamati a vivere in questo momento nel mondo, dove tutto è rimesso in questione. Perché tutte le risposte alle domande essenziali, bruscamente sono diventate troppo piccole, perché, per la prima volta da che l’uomo esiste, la realtà del mondo intero è la responsabilità di ognuno: nelle sue iniziative private, nei suoi sforzi di cultura, nella preparazione alle sue responsabilità di cittadino nella propria patria e nelle relazioni internazionali.

E voi giovani, siete ingiusti verso di noi. Ma la vostra ingiustizia è comprensibile. Vedendo l’accumularsi dei nuovi problemi davanti ai quali voi vi trovate, è comprensibile che voi ci diciate: “Ma voi, vecchi, che cosa avete fatto durante la vostra vita, per lasciarci un mondo con un tale cumulo di problemi?”.

Avete vent’anni e vi sembrano già tanti. Certo è normale che non vediate in che modo in così pochi anni, i problemi sono cambiati rapidamente e diventati fantastici. In tutti i settori della vita, tutte le domande sono state poste in modo nuovo, in meno di mezzo secolo. Quante migliaia di anni ci sono voluti perché l’umanità trovasse un nuovo modo di spostarsi, oltre il cavallo? Il vapore, l’elettricità, la benzina, in quanto tempo sono venuti? Da poche decine di anni. Quando ero bambino, era prodigioso sentire che qualcosa era riuscito a volare per qualche chilometro. E adesso si va più velocemente dall’altra parte del mondo che per spostarsi da Brescia a Roma. Allora, voi giovani, cercate di capire: bisognava che fossimo stati dei prodigi per trovare delle nuove risposte a questi problemi, le cui dimensioni sono così nuove. In realtà, siamo imbarcati tutti insieme nella stessa meravigliosa avventura. Ma questo esige molto. Questo suppone che abbiamo tempo di riflettere e, nella misura della nostra fede, tempo di adorare, come un fiore che si volge verso il sole per trasformarsi; tempo per contemplare l'”onnipotente” prigioniero dell’amore, per ricevere la sua forza e perché tutta la nostra vita possa trovare la sua speranza, la certezza che siamo capaci di amare, che siamo amati. Il piccolo tempo della nostra vita, è come una scuola, per imparare, se vogliamo, ad amare; per potere, quando usciremo dall’ombra in fondo alla nostra strada, quando ci vedremo in piena luce, essere per sempre nell’amore, e non tagliati fuori, separati, condannati da noi stessi a trovarci soli nella maledizione di essere di troppo, perché abbiamo rifiutato di essere per tutti, con tutti, servendo per primo il più piccolo.

NOTA: testo, non rivisto dal’Autore, della conferenza tenuta a Brescia il 7.10.1977 su invito della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura.