Paul Celan tra nichilismo e invocazione

Giornale di Brescia, 4 maggio 2004

Articolo scritto in occasione dell’incontro con prof. Mario Pezzella, docente di estetica alla Scuola Normale di Pisa, che ha tenuto una lezione su «Il varco è qui?» – La ricerca dell’Assoluto nella poesia di Paul Celan.

Far ascoltare le voci poetiche più alte a noi ancora vicine nel tempo è sempre doveroso; sarà poi, eventualmente, compito di altri assegnare ad alcune di esse, o non assegnare, quel grado di esemplarità che contraddistingue, appunto, i classici. Negli ultimi due-tre decenni si è andata imponendo all’attenzione di molti l’opera in lingua tedesca di Paul Celan e in Italia il numero dei suoi lettori e studiosi si è rapidamente accresciuto grazie anche alla pubblicazione nei Meridiani-Mondadori delle sue “Poesie” (1998, pp. 1478 – Saggio introduttivo, traduzione e commento di Giu-seppe Bevilacqua).
Il suo cognome non era Celan, ma Antschel; l’anno di nascita il 1920. I suoi genitori proveni-vano da famiglie ebree ortodosse originarie della Galizia chassidica. Paul era nato a Cernovitz, ca-poluogo della Bucovina. Nella Koinè linguistica della Bucovina – rumeno, ucraino, tedesco, svevo e yiddish – la comunità ebraica conserva la lingua tedesca come lingua madre, anche in senso metafo-rico. Non è facile rappresentarsi mentalmente dove sia la Bucovina: essa è, comunque, la regione dell’Europa Orientale, tra i Carpazi e il Dnjester, a lungo dominata dai turchi, poi entrata a far parte dell’impero asburgico. All’indomani della prima guerra mondiale, nel 1920, lo stesso anno in cui viene al mondo Celan, la Bucovina passa dall’Austria alla Romania, per poi essere divisa, nel 1947, tra Romania e Unione Sovietica. Quando nel 1941 le truppe naziste occuparono Cernovitz, fu solo grazie a una fuga avventurosa che Paul non finì nello stesso lager dei suoi genitori. L’ala della morte lo aveva solo sfiorato, ma la sua anima era stata ferita per sempre dallo spettacolo, assurdo e incre-dibile nello stesso tempo, di una razza, la sua, interamente sterminata in Europa con raffinata barba-rie.

Nel 1947 Celan passò definitivamente in Occidente. Per un paio d’anni visse a Vienna, dove conobbe e amò la poetessa ebrea Ingeborg Bachmann, e poi, dal 1947 al 1970, l’anno della sua mor-te, a Parigi. La sua prima raccolta di poesie, in lingua tedesca, “Papaveri e memoria”, Celan la pub-blicò nel 1952. Molte altre ne verranno a conferma e sviluppo perfettivo di un tipo di scrittura come dolce lenimento all’insopportabile pressione di tanti ricordi: una scrittura in cui l’eros è ben presente, ma l’istinto di morte, thanatos, è l’oscuro cavaliere che sempre l’accompagna perché inseparabile dalla coscienza della “impossibilità di vivere nel mondo come esso è”. La stilizzazione poetica di un dolore indicibile produce anch’essa catarsi, innegabilmente, e l’arte è nello stesso tempo il mezzo di gran lunga più efficace per conferire perennità alla memoria dei fatti più terribili. Della poesia, dun-que, per un verso o per l’altro, non possiamo fare a meno, e tuttavia essa non basta a salvarci.

A Parigi e in Europa Celan ha molti estimatori e cari amici; è apprezzato collaboratore di riviste culturali, conferenziere ironico e affascinante. Poeta in proprio, egli è molto noto anche per aver fatto conoscere al mondo germanico, con le sue traduzioni, poeti francesi (come Rimbaud, Valéry e l’amico René Cher), russi (Blok, Esenin, Mandel’stam), inglesi (Shakespeare, Emily Dichinson) e il nostro Ungaretti.
Ha sposato un’artista raffinata e sensibile, la disegnatrice grafica Gisèle de Lestrange, a cui dedica il primo libro costituito da liriche interamente “parigine”. Dal 1959 è lettore di Lingua e let-teratura tedesca alla École Normale Superiore di Parigi, incarico che conserverà fino alla morte. Ma proprio negli ultimi dieci anni della vita, Celan è sempre più oppresso dal peso di Auschwitz e del dopo Auschwitz: egli percepisce come insuperabile la barriera della solitudine che perseguita i so-pravvissuti allo sterminio e assiste con terrore al ridestarsi dell’antisemitismo. La limpida amicizia e l’affetto della poetessa ebrea tedesca Nelly Sachs per Paul e per la sua famiglia lo confortano e lo sorreggono. Tuttavia, a partire dall’inizio del 1967, le sue condizioni di salute si aggravano. Tra il 5 e il 10 giugno 1967 si combatté la Guerra dei Sei giorni e Celan, pur esprimendo solidarietà al suo popolo, non nascose in quell’occasione la sua profonda preoccupazione per i rischi mortali che si annidano – per Israele e per la pace nel mondo – in una politica di forza a oltranza.
Nel 1969 compie l’atteso viaggio a Gerusalemme e i luoghi sacri alla pietà cristiana non gli sono meno cari del Cimitero ebraico e del Muro del pianto. Nel 1970 i giorni di lavoro e di relativa calma diventano ormai l’eccezione. Un giorno a Parigi, non lo si trova più: intorno al 20 aprile si era gettato nella Senna. Sul suo tavolo da lavoro, dopo la sua morte, si trovò un libro su Hölderlin nel quale Celan aveva sottolineato una frase di Brentano: “Talvolta questo genio si abbuia e sprofonda nell’amaro pozzo del suo cuore”.
Col passare degli anni, travolto come tanti altri dall’orrore di Auschwitz, che aveva cancellato dalla sua mente la fede in Dio, Celan attraversa il deserto del nichilismo; ma lo fa a modo suo, cu-stodendo gelosamente nel cuore la nostalgia e il bisogno di Dio. Ciò accresce il valore religioso della sua poesia ed anche il nostro sentimento di umana pietà per il destino personale del poeta.