Perestrojka e l’ecumenismo

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Il processo di unificazione europea, in atto fin dal primo dopoguerra con alterne vicende, ha certamente ricevuto dalla perestrojka una forte spinta in avanti e soprattutto in ampiezza. Sono infatti entrati in crisi i vecchi schieramenti e la stessa contrapposizione geopolitica, in Europa, fra Est e Ovest. Nella sua “pars construens” questa inattesa svolta storica lascia già intravedere, per tutti i popoli del continente, la possibilità di una “casa comune”, a determinate condizioni e garanzie.
Nel quadro di questa grandiosa e lungimirante ipotesi politica, l’Europa cristiana celebra in questi giorni, unitamente ai credenti di tutto il mondo, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio). Il tema concordato per questo nuovo colloquio interconfessionale è questo: “Uniti nella preghiera di Cristo: che tutti siano uno affinché il mondo creda”.
E’ inevitabile che essi, i cristiani, si interroghino dunque sulle loro responsabilità in questo particolare momento storico e che si chiedano a quali condizioni possano farvi fronte in modo efficace. I richiami autorevoli a questo proposito non sono certo mancati…
Chi scrive qui vorrebbe appena sottolineare quanto di positivo ha già realizzato il movimento ecumenico nel suo intento di riunificare i fratelli dispersi fra di loro.
Qualche cenno storico potrà servire a mettere in luce i traguardi raggiunti e le prospettive ancora aperte di questo movimento forse ancora troppo poco conosciuto e sul quale rimane ancora qualche diffidenza.
In campo protestante, le sue origini si fanno risalire alla Conferenza missionaria di Edimburgo (1910), nella quale si levò alta, a denunciare il male delle divisioni, la voce di un delegato di una giovane chiesa indiana. (Voce che in Italia trovò un’eco insolita da parte di mons. G. Bonomelli, vescovo bresciano di Cremona). Con la partecipazione convinta degli ortodossi, da Edimburgo si approdò (1948) ad Amsterdam, dove, con il decisivo apporto teologico di K. Barth, si fondò il Consiglio ecumenico delle Chiese, che in seguito tenne altre cinque assemblee generali e che terrà la prossima a Seul nel corrente anno sul tema: “Giustizia, pace e salvaguardia del creato”.
In campo cattolico è nota la forte spinta ecumenica del Concilio Vaticano II (1962-65) che si avvalse anche del contributo di “osservatori” protestanti e ortodossi. Il Concilio, riconoscendo il pensiero di precursori come Mercier, Congar, Couturier ecc. inaugurò un modo abbastanza nuovo di rapportarsi coi non cattolici: il confronto, il dialogo, la ricerca fatta insieme, la convergenza comune verso il Cristo. Tutto ciò costituiva già un superamento delle divisioni e delle contrapposizioni polemiche.
Dopo il Concilio, i contatti fra le varie confessioni cristiane si sono moltiplicati a vari livelli, con l’incoraggiamento e la guida dei Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. Nel maggio scorso si è tenuta a Basilea un’importante assemblea interconfessionale paritetica, sul tema: “Pace nella giustizia”. A Seul i cattolici saranno presenti come osservatori, certamente non passivi. Il movimento ecumenico, in conclusione, ha contribuito moltissimo a cambiare il clima e lo stile dei rapporti dei cristiani fra di loro, come pure col mondo circostante.
Anche se non poche e non futili diversità continuano a porre dei problemi e dei nodi da sciogliere, prevale tuttavia la sincera volontà di riconoscere come dono di Dio quanto si continua a credere insieme e quanto insieme si può cercare e testimoniare della verità rivelata.
L’Europa nascente non trova dunque sulla sua strada l’inciampo di cristiani in ritardo, fuori causa, intenti a contraddirsi a vicenda. Con un senso quasi di scampato pericolo ci chiediamo che cosa avrebbero rappresentato questi cristiani per un continente che cerca delle ragioni per unirsi e per ridarsi un’anima. Sembra quindi del tutto lecito, a questo punto, riconoscere i meriti storici del movimento ecumenico, per usare un termine di fede cristiana, la sua “provvidenzialità”. Nel suo discorso di Strasburgo. Gorbaciov, per motivare il diritto del suo popolo a far parte dell’Europa, ebbe a dire che anche le differenze- culturali, sociali, eccetera – se vissute con volontà di concordia non sono più sorgente di divisioni e possono diventare invece arricchimento reciproco. Lo statista russo non sapeva certo che in quel momento egli stava ripetendo un principio ritenuto ormai assiomatico dal movimento ecumenico. Nella loro “diversità riconciliata” i cristiani possono a buon diritto ritenersi un segno, per il mondo, della sua possibilità di unificarsi.
E’ chiaro che questo principio non significa indifferenza verso la verità raggiunta o raggiungibile e non esonera nessuno da una ricerca onesta e seria della stessa.
 

Giornale di Brescia, 18.1.1990.