Quale Dio è credibile?

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Quale Dio è credibile? Risponde Paolo: “Il Dio al quale appartengo e che servo” (At 27, 23). Non: il Dio che mi appartiene e che mi serve. È credibile il Dio diverso da me, altro da me, che mi chiama a sé, che conosco soltanto come inconoscibile, che proclama la sua trascendenza e la sua piena libertà, anche quella di farsi “colui che serve”.
Il Dio delle religioni. Non c’è, di fatto, che un solo Dio. A questo unico Dio si appellano tutte le religioni che si appellano a Dio. Ma c’è anche la nostra conoscenza di quest’unico Dio. Chi è, qual è il suo mistero, che cosa fa, come possiamo avvicinarlo, come possiamo conoscere la sua volontà per compierla?
Per noi cristiani, la risposta a questi interrogativi viene unicamente da Gesù Cristo. “Chi vede me vede il Padre” (Gv 14, 9).
Il vero Dio è Padre, più ancora che creatore.. egli ci crea dal nulla, ma è anche Padre che ci libera dal peccato mediante il suo Figlio Gesù. Che condivide, in Gesù, le croci dei suoi figli. Questo Dio è “Amore” (1 Gv 4, 8.16).
Come potremmo, nel dialogo interreligioso, mettere da parte ciò che dell’unico Dio ci ha rivelato Gesù Cristo, questa punta altissima, estrema della nostra conoscenza di lui?
È credibile il Dio “più grande”. Più grande di noi, dei nostri pensieri, delle nostre immagini, delle nostre previsioni e attese, delle nostre logiche e misure. È credibile il Dio indefinibile, inimmaginabile, inspiegabile, imprevedibile, indeducibile. “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11, 33). Quando i predicatori di Dio pretendono di “spiegarlo chiaramente al popolo” non fanno che rimpicciolirlo, così da renderlo inaccettabile, incredibile e talvolta addirittura risibile.
Non è tuttavia il “totalmente altro” di certa teologia. Se fosse tale non potremmo, di lui, dire assolutamente niente; la stessa teologia apofatica (del silenzio) risulterebbe totalmente vuota. Tommaso d’Aquino indicava in Dio il simpliciter diversum.
Diverso da noi, altrimenti non potrebbe dar ragione del nostro esistere, non spiegherebbe niente del mistero che siamo noi. Ma non totalmente diverso, che sarebbe come tagliare tutti i ponti fra noi e lui.
“Dio non lo ha visto mai nessuno: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1, 18).
Il Dio nell’assoluta trascendenza è il Dio dell’incarnazione, della più impensabile delle immanenze. “Il Figlio che è nel seno del Padre”, nascosto all’interno del suo mistero, ci rivela il Padre, facendosi uomo nel seno di una donna, di una sua creatura.
“Interior intimo meo, superior summo meo” (Agostino): dal massimo d’immanenza al massimo di trascendenza.
Gesù rivela la grandezza del Padre, affermando che il Padre è più grande di lui, più grande di quello che il Figlio possa, di lui, rivelare a noi (Gv 10, 29; 14, 28).
Dio è così grande che i cieli non riescono a contenerlo (cfr. 1 Re 8, 27). Poeticamente (ma la poesia non è forse l’espressione più alta della realtà?) si potrebbe dire che i cieli, non riuscendo a contenere il loro creatore, cercano di fargli spazio espandendosi continuamente. L’universo in espansione va continuamente creando nuovo spazio (uno spazio che prima non c’era?); ma è uno spazio sempre inadeguato a ospitare l’Infinito.
Il Dio dei filosofi. Il Dio che si presenta più vicino alla nostra ragione sembra essere quello della filosofia greca. Motore immobile, atto puro, pensiero del pensiero, autosufficiente e necessariamente esistente, assolutamente “a sé”; un ego infinito, che pensa soltanto a se stesso, che non può amare nessuno a pena di decadere al di sotto di sé…
Il Dio di Gesù è, sì, per alcuni tratti, il Dio dei greci, ma, nello stesso tempo è proprio il contrario di questo Dio. Una comunione di persone distinte, un noi, che da eterno si fa presente nel tempo, che da impassibile si fa compassionevole, che si fa piccolo in Cristo, che ci ama e si fa uomo, con noi e per noi, che da ricco com’è, ricco di essere, si fa bisognoso di avere e quindi povero, che da immortale ed eterno si fa mortale nel suo Figlio e muore addossandosi la nostra morte: non è follia tutto questo? Non è incredibile questo Dio in confronto col Dio onnipotente ed eterno dei grandi e meravigliati filosofi greci? Eppure, questo Dio incredibile è l’unico di cui si possa tener conto, confrontato con tutte le sofferenze e le infamie che contrassegnano l’intero svolgimento della storia umana (Auschwitz!).
È l’unico credibile, l’unico che possa essere assolto in giudizio di fronte al male che c’è nel mondo. Un ateo diceva: “Dio non ha che una scusa, quella di non esistere!”. A quale Dio pensava questo negatore? Al dio dei greci o al Dio crocifisso?
Dio giudice. Dio solo è in grado di giudicarci in modo assolutamente giusto. “Io non giudico neanche me stesso. Il mio giudice è il Signore!” (1 Cor 4, 3). L’uomo infatti non vede che in faccia, secondo le apparenze, “Dio invece intuisce il cuore” (Sam 16, 7). Soltanto nel giudizio di Dio si fondono perfettamente giustizia e amore. La parabola degli operai chiamati all’ultima ora e quella del figlio prodigo sono concordi nell’insegnarci che la vera giustizia si realizza soltanto nell’amore. Le proteste ivi registrate sono contro una bontà ingiusta. Ma il Vangelo risponde: può essere ingiusta la bontà? O non è invece ingiusta la giustizia senza bontà?
Il Dio di Gesù è semplicemente diverso da noi. Con i suoi paradossi e le sue apparenti contraddizioni non fa che mettere in crisi i nostri pensieri e le nostre logiche. Soltanto questo Dio, però, chiamandoci a sé, ci libera da noi stessi, dal male che ci chiude nel nostro piccolo “io”.
Il vero Dio non può essere che diverso, sorprendente e indeducibile. Se non fosse così, ci sarebbe il sospetto di averlo creato noi, con le nostre fabulazioni (L. Feuerbach). Se non fosse diverso, non uscirebbe dai cicli delle nostre ripetizioni logiche, e quindi non risponderebbe a nessuna delle domande che ci assillano. C’è chi si chiede: e Dio chi l’avrebbe creato? Attenzione però: diverso non è sinonimo di contrario.
 

La tenda e i paletti, Morcelliana, Brescia 2000 pp. 25-29.