Varlam Salamov, scritture e lacrime per la memoria della Kolima

Giornale di Brescia, 17 ottobre 2014

“Il lager è una scuola di vita negativa, in tutto e per tutto, sotto ogni punto di vista… In esso ci sono molte cose che un uomo non dovrebbe sapere né vedere mai,  e se le ha viste, sarebbe meglio per lui morire… Le barriere morali sono state messe da parte, relegate chissà dove. Si scopre che si può agire in modo vile e ciononostante continuare a vivere. Si può mentire – e vivere. Si può promettere e non mantenere la promessa – e ciononostante continuare a vivere. Si può mendicare e vivere! Implorare la carità – e vivere! Si scopre che un uomo può commettere un’infamia senza per questo morire” (La croce rossa). L’autore di queste parole è Varlam Šalamov, il grande scrittore russo autore de I racconti della Kolyma, che ha conosciuto tutte le forme che la violenza dello Stato può esercitare sull’uomo: l’arbitrio amministrativo quando nel 1923 e nel 1928 gli viene impedito di accedere all’Università di Mosca in quanto figlio di un prete, il primo arresto e la reclusione in un lager degli Urali settentrionali (1929-1931), la detenzione dal 1937 al 1951 nei gulag della Kolyma, il ritorno nel 1953 al “continente” con la proibizione di vivere nelle grandi città, la rigidissima censura a cui sarà sottoposto fino alla morte che lo colse nel 1982 in un ospedale psichiatrico.

Šalamov ha trascorso la giovinezza e la maturità nel turbine del terrore staliniano, e per ben 14 anni è sopravvissuto alla Kolyma, un “inferno in terra” difficile da raffigurarsi, “poiché tutto quello che è accaduto in quei luoghi è troppo inusuale, troppo inverosimile, e il povero cervello umano non arriva a immaginarsi concretamente la vita laggiù” (Il mullah tataro e la vita all’aria aperta). Una vita disumana ossessionata dalla straziante fame e dal freddo atroce, nella quale Šalamov riesce comunque a mantenere la sua “strada” e ad uscire “vincitore”: “non avrei certo denunciato un altro detenuto, qualunque cosa avesse fatto. Non mi sarei certo messo a correre dietro il posto di caposquadra che ti dà la possibilità di sopravvivere, perché non c’è niente di peggio che imporre la propria volontà a un altro uomo, a un detenuto come te. Non avrei brigato per farmi delle conoscenze utili, non mi sarei messo a ungere” (A razione secca).

Nello splendido racconto Il treno Šalamov descrive da par suo il momento che segnerà la seconda parte della sua esistenza: “Fui spaventato dalla tremenda forza dell’uomo – il desiderio e la capacità di dimenticare. Capii che ero disposto a dimenticare ogni cosa, a cancellare vent’anni della mia vita. E che anni! Nel momento in cui me ne resi conto, vinsi però la battaglia con me stesso. Sapevo che non avrei permesso alla mia memoria di dimenticare tutto quello che avevo visto”.

Il suo è un compito innanzitutto morale. Annota nei Taccuini: “Scrivo affinché qualcuno, leggendo i miei racconti, familiarizzandosi con la mia prosa molto lontano dalla menzogna, possa ricavare per la propria vita lo stimolo anche a fare solo un po’ più di bene. L’uomo deve fare qualcosa”. Proprio per questo Šalamov riteneva indispensabile la corrispondenza tra parola e azione.

Questo esercizio di memoria che sentiva come dovere di verità verso “i milioni di cadaveri della Kolyma” è stato svolto con un rigore straordinario e con grande sacrificio personale. Quando scrivo – dice Šalamov – “non posso fermare le lacrime. Solo dopo, finito il racconto o una sua parte, asciugo le lacrime”.

Vent’anni sono stati dedicati a questa missione, quasi come se Varlam Šalamov dopo la tragica esperienza dei gulag, avesse rinunciato a vivere per scrivere, perché venisse estirpato “il cancro dell’indifferenza con il bisturi dello scrittore-chirurgo”.

 

Filippo Perrini