A vent’anni dalla Primavera di Praga

Autori: Grusa Jiri

In un suo lavoro del 1920 uno scrittore ceco scrive: “All’angolo della piazza del teatro di Mosca si svolge un mercato improvvisato. C’è, ad esempio, una donna con in mano cinque zolle di zucchero. Vi interessano i prezzi? Ogni zolla di zucchero costa 30 rubli. Qui si chiama piccola speculazione. Trafficoni, si direbbe da noi. Un anno fa nessuno di questi trafficoni avrebbe osato farsi vedere per strada. La Ceka sparava brutalmente sugli speculatori e anche oggi qualche volta interviene a chiudere tutto il mercato. Il giorno, dopo, però, i trafficoni sono di nuovo sul posto, e i cetrioli costano di nuovo qualche rublo in più. Intanto esistono in Russia generi alimentari in gran quantità e in Siberia marciscono mucchi di grano; ma non ci sono treni per portar qui la roba. Quando tornerà regolare il traffico ferroviario, a nessuno verrà più in mente di comprare qualcosa fuori dal mercato ufficiale sovietico”.
Lo scrittore è Ivan Olbracht e il libro citato è Quadri della Russia. Olbracht sa scrivere, e molto bene, e tuttavia nel passo ora riportato sorprende il fatto che non gli venga neppure in mente, neppure per un istante, che si possa, e anzi si debba, perlomeno dubitare del diritto della Ceka di sparare sui cosiddetti speculatori.
Come si può veramente credere ai mucchi di grano che marciscono in Siberia? Come ben sappiamo, per ragioni misteriose le locomotive non sono ancora state riparate e, per quanto riguarda gli acquisti al mercato ufficiale sovietico, è meglio sorvolare. So che obietterete che non sono giusto con l’autore, che ho il vantaggio della distanza di più di mezzo secolo, che dovrei obiettivamente considerare lo sforzo di quest’uomo per giungere a un giudizio equilibrato su un processo storico di difficile comprensione e così via. Scommetto che la metà di voi – intellettuali occidentali – è pronta a ragionare in questo modo, e nessuno di voi sarebbe disponibile a confrontare stilisticamente articoli provenienti oggi, diciamo dal Sudamerica, con questo vecchio scritto di Olbracht.
Ivan Olbracht, egli stesso figlio di un altro scritto, cecoslovacco, Antal Stasck che, in un ambiente tipicamente boemo di piccole città e paesi, a voi noto attraverso la descrizione fattane da Kafka, si fece strada sino a diventare un avvocato di successo e letterato. Olbracht appartiene a quella nutrita schiera di intellettuali di provenienza medio-alta, che ha una sua solidità e che considera il progresso del gruppo sociale di appartenenza come una realtà attuata, che pertanto può essere definito come fatto storico e legale. Gli Olbracht diventano dunque “creativi”, poiché là, dove non esistono modelli validi da ereditare, matura la convinzione che le “proprie idee”, e naturalmente la propria illimitata originalità, costituiscano la base di tutto. Gli Olbracht sono insomma destinati ad essere creativi e originali.
Come tutti i figli viziati, essi impongono ogni loro idea e pretendono che ogni loro azione sia di per sé creativa. La propria autorealizzazione viene allora presentata in toni enfatici e ogni loro passo avanti è lì a contraddire la vecchia idea della sostanziale immutabilità della natura umana. Gli Olbracht perseguono l’idea di una creatura umana che deve continuamente migliorarsi e lo può, ma solo in virtù della inesauribile energia creativa che ad essa infondono gli Olbracht. L’uomo nuovo si distingue dal vecchio per una nuova caratteristica: la sua “perfettibilità”, ma questa presuppone uno stato attuale di imperfezione. Così l’uomo d’oggi viene, silenziosamente, trasformato in oggetto di esperimento.
La società, la cultura e la letteratura ceche si sono per lo più orientate in questa direzione. Hanno aumentato il numero dei loro figli viziati e hanno sempre celebrato la possibilità di far avanzare il progresso, ponendosi come traguardo supremo la ridistribuzione dei vantaggi che gli sono connessi; ma per tutti l’ideale di una buona distribuzione dei beni era assai più importante del problema della loro produzione. E sebbene tale ridistribuzione non fosse intesa in senso distruttivo – è evidente il carattere riformatore del socialismo cecoslovacco – il traguardo a cui pure si mirava poggiava sul nulla. Per questo il potere ha sempre dovuto rinviare la verifica della prassi, questa Cibele marxista che sola impone la regolare suddivisione dei beni. E proprio qui è da ricercarsi il motivo per cui l’opinione pubblica ceca non una volta dopo la seconda guerra mondiale è stata in grado di obiettare alcunché contro lo stalinismo. E come mai, pur essendo essa in una situazione geopoliticamente migliore dei paesi vicini, non è stata capace di sfruttare le sue possibilità “austriache”, “jugoslave” o “finniche”? L’intellettuale cecoslovacco ha invece visto proprio negli eccessi distruttivi della struttura sovietica le vere “forze propulsive della storia”, i “gradini necessari della trasformazione della società”; e questo finché non vennero annientati con qualche pretesto tutti coloro che venivano indicati ingiustamente come “benestanti”, storicamente sopravvissuti o semplicemente come irrecuperabili. Dopo il 1968 è venuto anche il suo turno, il turno dell’intellettuale organico. Finalmente disilluso, egli resta di sasso e dice di voler ascoltare la dura lezione dei fatti: di nuovo comincia a fare, ma che cosa? Ad essere dissidente?
Non sono un sociologo e non posso dire quanto sia rimasto nei paesi del socialismo reale di quella che un tempo era l’intellettualità avanzata, una volta che, dischiuso il guscio, la farfalla della nomenclatura è volata nel cielo stellato del potere politico. E’ forse rimasto il bozzolo? Una cosa è certa, ciò che viene chiamata qui l’intellettualità dell’Est europeo, non è più costituita dai figli viziati del progresso. La propria immagine, l’orgoglio, la fiducia in sé e la fiducia nella propria missione hanno subito nel ’68 un grave colpo. Essa guarda ormai all’intellettualità del mondo occidentale, di cui si considera una particolare appendice, con occhi diversi. Vorrei dire che considera l’intellettualità occidentale ed essa stessa come una semenza di denti di drago della civiltà europea.
Sì, siamo stati noi, i figli viziati d’Europa, a torcere il collo all’Europa. Non i proletari di tutto il mondo, ma noi – intellettuali – ci siamo uniti e siamo andati come fantasmi in giro per l’Europa, fino a spaventarla. Dai nostri padri, che disprezzavamo e ai quali abbiamo scritto “Lettere al padre” di ogni tipo, abbiamo preso tutta la loro tenacia. Non credeteci quando ci raffiguriamo come pallide figure che disprezzano la vita o quando raccontiamo la nostra favola del figlio sensibile di buona famiglia che, alla soglia della maturità, improvvisamente viene colto da compassione per i più deboli e consacra l’intera sua vita alla loro liberazione. Non credeteci. Come professionisti della parola, siamo padroni di ogni storia su qualsiasi tema, e in particolare sul tema che ha per oggetto noi stessi. Se disprezziamo i nostri padri, non lo facciamo perché essi ci hanno dato quello che ci hanno dato, ma perché essi sono andati avanti solo fin dove sono arrivati. Essi semplicemente non capiscono che la sfera della parola, in cui noi la facciamo da padroni, non è puro capriccio, né dolce far niente, ma la sfera del lavoro per eccellenza. Inoltre, questi uomini affaticati che ci hanno messo al mondo non capiscono come questa sfera della parola diventi già sfera del potere, del nuovo potere, del nostro potere. Basta guardare come commentiamo in ogni particolare le azioni degli altri. In particolare le azioni di quelli che sono ancora al potere, anche se noi sappiamo già come far meglio. Il tono, lo stile con cui scriviamo i nostri commenti, fu già usato dal nostro primo grande rappresentante, Niccolò Machiavelli. Egli, infatti, aveva capito che, quando un giorno il bene dello Stato o della Patria sarà superiore al bene delle anime, l’intellettuale consigliere del partito, del nuovo principe, non sarà semplicemente un famulus politico e un chiosatore, ma davvero il primo gestore di quell’organo e il principale responsabile del bene comune.
Sempre, ad ogni generazione e in ogni luogo di questo campo di battaglia che è l’Europa, a seconda di quanto grande fosse il nostro numero, sempre noi intellettuali ci siamo posti lo stesso compito: capire come funziona il potere e sottrarlo alle mani dei pasticcioni. Certo, è stata lunga la nostra lotta, e abbiamo compiuto azioni eroiche. Abbiamo fondato la teoria della pietà verso i miseri e gli offesi, abbiamo detto e anche pensato davvero che ci interessano i poveri; ma la nostra attenzione era ancora più ampia, era verso tutti gli insoddisfatti. L’indicatio sociale era la forma di mobilitazione più efficace. Improvvisamente ci siamo detti stanchi delle pure teorie sul mondo, dei libri coperti di polvere, dell’homme des lettres di vecchia scuola e abbiamo capito che la prova della validità di questo o quel pensiero sta nella sua oggettiva applicazione. E questo è stato un bene. Perché tutto quello che dà buoni risultati può diventare criterio di verità E tutto quello che funziona trova la sua più alta giustificazione. Abbiamo disvelato le leggi della storia che, anche se assolute, per fortuna hanno bisogno di noi, suoi strumenti umani. Siamo così diventati portatori della scienza della storia e della nostra scienza. Come portatori della vera scienza siamo stati in grado di scoprire tutte le “soluzioni finali” di questo secolo. E siamo stati capaci, per realizzarle, non solo di concepire, ma anche di edificare uno Stato che trovi la sua più alta giustificazione nel mantenimento di se stesso. Uno Stato che di volta in volta idolatra ora la classe, ora la nazione, ora la razza. E alla fine siamo riusciti a spingere le nazioni di questo vecchio continente a quella guerra che, iniziata nel 1939, dura ancor oggi e nelle cui pause portiamo via sempre più bocconi dal dolce-Europa, affinché i più capaci e i più ispirati di noi diventino nomenklatura di un nuovo potere, potere, se volete, degli specialisti del potere. Noi tramontiamo mentre sorgiamo e così facciamo naufragare definitivamente tutti i figli viziati del progresso nell’ambito della nostra sfera di potere. Distruggiamo il loro ambito sociale e ben ci riconosciamo nella loro mentalità. Altrove, fuori dal nostro mondo, queste persone non ci disturbano: sappiamo che i migliori di loro finiscono per percorrere il nostro stesso cammino.
Quanto ambivalente appare il ruolo degli intellettuali occidentali visti da Praga o da Varsavia! Ed è un’ambivalenza sostanziale, che credo faremo bene a conoscere meglio, soprattutto nei suoi aspetti negativi. La benevolenza del mondo occidentale verso i dissidenti che operano al suo interno, fuori dal blocco del socialismo reale, e viceversa, la sottovalutazione della dittatura del partito là, nei Paesi del socialismo, non stupisce più nessuno. Conosciamo i nostri polli. Sappiamo che sono inclini a esibirsi sulle scene in cui ancora possa realizzarsi la loro vocazione originaria. Nel loro mondo astratto i filosofi di Platone possono alla fine diventare re. E in questo mondo non è importante quel che avviene, ma come avviene. La giustificazione della dittatura del partito nel mondo orientale appare, in sostanza, una certa forma di incoraggiamento verso quelli che pensano di superare questa fase. Lo sguardo sempre pieno di riserbo dell’uomo occidentale che accompagna il dissidente che proviene dall’Est significa: sostanzialmente è un fallito e un incapace. Il dissidente è interessante solo se fa propria la premessa che il socialismo reale è la prassi incompleta di una idea in sé perfetta, ricordando che le difficoltà sono sorte per aver tentato di realizzare compiutamente tale idea. Alcuni di noi, che sono d’accordo con questa interpretazione corrente del socialismo reale, mi ricordano quei comici che promettono di far ruotare dei piatti su un bastone e che fanno sempre cadere per terra i piatti. Anche se sanno che il gioco non consiste nel far ballare i piatti, ma nel farli andare in pezzi, ingannano gli ignari e sembrano aspettarsi che questa volta i piatti ruotino sul bastone. E il pubblico qui è generoso per chi lo conferma nei suoi pregiudizi.
Naturalmente ancora appaiono dei “reportages” sullo stile di Olbracht, senza che mai essi siano venuti in contatto con il mondo dell’esperienza. Nell’opera che ho citato all’inizio, è contenuta una scena nella quale l’autore si ricorda della sua prima visita in una Russia ancora sotto lo zar. Rammenta un fatto che molto probabilmente gli ha aperto gli occhi: “Dal portone della chiesa si allungavano due file di mendicanti in ginocchio e in mezzo a loro passava un bambino di forse sei anni, un figlio di nobili. Accanto a lui un lacché con un cestino, dietro di lui la mamma con un vestito di seta e un ombrellino da sole. Il lacché portava nel cestino del pane. Il bambino lo prese, lo spezzò e lo diede a sinistra e a destra ai mendicanti, Come a dei cani. E essi lo presero e lo misero subito in bocca. Il lacché aveva un viso serio, la mamma sorrideva appena. E io volevo sparare”. Sappiamo già perché. Perché i bambini davvero bravi, che dividono tutto secondo giustizia, siamo noi, i figli di buona famiglia vero futuro in un mondo in cui non ci saranno più mendicanti e non ci saranno più parassiti, un mondo in cui si continuerà a sparare, ma solo dietro nostro ordine.

Nota:

JIRÌ GRUŠA: poeta, narratore, traduttore di gran finezza, Jirì Gruša (1936) è stato sicuramente nella Cecoslovacchia socialista un alto punto di riferimento per chi cercava una via d’uscita dalla morta gora del conformismo. Fu tra i fondatori delle riviste Tvàr e Sesity, le più importanti della giovane generazione letteraria degli anni Sessanta. Dopo la parentesi della “Primavera di Praga”, le minacce, le perquisizioni, gli interrogatori da parte dei servizi di sicurezza divennero ossessivi. Ciononostante, Gruša fu uno dei primi firmatari di Charta 77. Autore di vari romanzi usciti in samizdat e all’estero (il suo libro Il questionario venne tradotto in tedesco, francese, inglese e svedese), Gruša fu arrestato per attività sovversiva. La solidarietà con Gruša nel mondo occidentale fu vasta e tempestiva, sì che il regime comunista dovette liberarlo. Costretto ad emigrare e privato della cittadinanza cecoslovacca, Gruša giunse a Bonn, in Germania, il 22 dicembre 1980. Grazie alla cosiddetta “Rivoluzione di velluto” Gruša è potuto ritornare a Praga, dove nel dicembre ’90 è stato nominato nuovo ambasciatore della Repubblica Cecoslovacca presso la Repubblica Federale Tedesca.

Testo, non rivisto dal’Autore, della conferenza tenuta a Brescia il 6.5.1988 su invito della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura.