In quella stagione breve e ardente (1961-1965)

Per almeno tre decenni Bruno Boni fu il principale protagonista della politica bresciana, ma non a caso. In lui la passione politica si univa, infatti, a un’intelligenza vivace, al buon senso e a una schietta umanità. Non erano doti di poco conto.
Egli divenne quello che volle essere perché seppe coniugare la fedeltà alla propria parte e l’attenzione costante alle idee alle aspettative degli altri, dialogando lealmente con tutti, amici e avversari. A mio avviso, il credito che si guadagnò aveva la sua prima ragion d’essere nel fatto che – cosa assai rara per chi si dia alla carriera politica – egli era interiormente distaccato dal denaro e ciò faceva di lui un uomo libero. Boni non solo non poteva essere comprato, ma non provava alcuna sudditanza psicologica nei confronti di coloro che, usi ad auto-candidarsi a tutto e a succedere a se stessi ovunque ci fosse un potere reale da esercitare, non accettavano l’ascesa di un homo novus, che era estraneo alla loro cerchia e alieno dal chiedere investiture di sorta. Quel mondo – che, si badi, aveva pure un suo ethos di tutto rispetto, malgrado la mentalità paternalistica e spesso conservatrice – era intimamente ostile alla leadership di Boni e cercò legittimamente di ostacolarla dentro e fuori il partito della Democrazia Cristiana. Dal canto suo, a quel tipo di opposizione tenace, ma che solo raramente usciva allo scoperto, Boni non rispose con atteggiamenti sprezzanti e tanto meno con parole e gesti di sfida. Egli sapeva fin troppo bene, da politico di razza qual era, che reggere una qualsiasi società significa tenere insieme le forze diverse che lo compongono e che è con fili multicolori che si forma l’unico tessuto della vita comune. Platone nel Politico aveva osservato che è compito di un sicuro intuito politico conciliare tendenze e temperamenti contrastanti; e questa osservazione, di per sé vera, lo è ancora di più in democrazia.
Boni, inoltre, disponeva di un’arma decisiva – era oratore appassionato e persuasivo – e sapeva valersene nei comizi così come nelle innumerevoli assemblee in cui si articola, e assai spesso si estenua, una società democratica. Egli, però, non si serviva di queste sue capacità per illudere e ingannare, come fanno i politicanti e i sofisti, ma per dare forza a ciò che, oltrepassando interessi particolaristici, tendeva a porsi come conveniente e opportuno non solo, ma anche come possibile e moralmente necessario. Così, nell’atto di elevare gli uditori alla percezione dell’uno o dell’altro aspetto del bene comune, Boni riusciva a strappare il loro applauso. Che poi in alcune circostanze, si lasciasse indurre in tentazione dalla sua facondia, è innegabile, ma mi pare anche comprensibile in un personaggio la cui vita si identificava quasi con il ruolo pubblico assunto per vocazione e per mestiere. Bisogna rendersi conto che, lo volesse consapevolmente o meno, Boni doveva costruire il proprio mito per accreditare la sua immagine e la sua funzione; ma, tutto sommato, quel mito fu fecondo perché costituì un elemento di continuità democratica e un punto di riferimento comune per la nostra città, e i modi in cui "il governatore" lo alimentò erano bonari e fin troppo scoperti (un certo modo di vestire; un libro permanentemente sotto il braccio quando girava sotto i portici; l’esibire competenze e cultura nei campi più disparati, sfornando brillanti prolusioni a qualsiasi convegno, quali che fossero gli argomenti all’ordine del giorno, ecc. ecc.).
Quando conobbi Boni? Io era venuto a Brescia nell’aprile del 1948 e, pur dando il primo posto all’insegnamento e allo studio, seguivo con grande interesse il dibattito politico. Boni, però, lo incontrai solo sul finire degli anni Cinquanta o all’inizio del 1960, non prima. L’occasione fu un convegno di studio, presso la "Casa di Betania" a Sale Marasino, in cui era previsto un mio intervento. Ed ecco che avendo io criticato a fondo alcune interpretazioni correnti del marxismo, Boni mi interruppe nel bel mezzo con una di quelle sue domande ultimative, a cui amava far ricorso: «Ma lei è in grado prima di tutto di definire che cos’è il marxismo?». Io gli replicai pacatamente, ma a muso duro: «Le questioni serie non possono essere liquidate in modo estemporaneo, con battute ad effetto. Accolgo perciò le sue parole come invito a dare a Lei e agli amici una risposta scritta al problema da Lei posto. E lo farò entro brevissimo tempo sul settimanale del partito». Non so come Boni abbia giudicato la cosa; sta di fatto che in seguito tra noi si è discusso di epistemologia e di politica, ma non di filosofia stricto sensu e tanto meno di storia della filosofia.
Ben presto, però, ci trovammo insieme, fianco a fianco, nella dura battaglia per la "svolta" di centro-sinistra e fu proprio allora che la posizione di Boni si fece molto difficile. Con il primo governo di "centro-sinistra non organico", cioè con i socialisti che lo votavano pur senza farne parte, costituitosi nel febbraio 1962 e presieduto da Fanfani, la DC bresciana perdette di colpo ogni sostegno finanziario e la tensione fra le due anime della DC assunse toni drammatici: da un lato, c’era l’anima democratico-popolare; dall’altro, quella che dava voce al tradizionale moderatismo cattolico, secondo cui una formula di governo benemerita ma esaurita, come il centrismo (formula per la quale ormai non c’erano più i numeri in Parlamento), era innalzata a categoria assoluta, a conditio sine qua non della presenza dei cattolici in politica. All’opzione fra una linea politica e l’altra si mescolava un altro problema: Boni era segretario politico provinciale della DC e sindaco della città, ma per una norma approvata dalla Direzione nazionale del partito, non poteva più cumulare nelle sue mani l’una e l’altra carica. In tal modo i critici di destra di Boni si trovavano all’improvviso tra le mani l’occasione per chiudere quella che chiamavano l’"era Boni". Ma lo stesso obiettivo era perseguito dalla sinistra, che invece era decisa fautrice del centro-sinistra; e la sinistra, se non aveva i voti sufficienti a succedere a Boni nella leadership politica, disponeva di parecchi giovani preparati e intelligenti che avevano il diritto a contare di più. Un gruppo di amici – che facevano capo a Fabiano De Zan, ad Annibale Fada e a me – dava, però, della situazione un giudizio più sfumato. Secondo noi sarebbe stato un errore, ed un errore grave, estromettere dalla vita del partito Boni, cioè l’unico leader popolare che la DC avesse a Brescia, nel momento in cui infuriava lo scontro politico pro e contro la svolta politica. Occorreva senza indugio dare adempimento alla giusta richiesta della Direzione nazionale, separando la segreteria politica dalla carica di sindaco, ma nello stesso tempo rendere vano ogni disegno di rivalsa e di umiliazione nei confronti di Boni.
In questo quadro e in questa prospettiva maturò la mia candidatura a «reggente» della segreteria politica provinciale, in sostituzione di Boni e con l’incarico di preparare il XIII Congresso della DC bresciana. Accettai l’incarico, che mi fu conferito dal Comitato provinciale, senza mercanteggiamenti e con un triplice obiettivo. Il primo era di assicurare i contestatori del nuovo corso che avrei rispettato e fatto seriamente rispettare le regole del gioco, anche a livello organizzativo e di controllo sul tesseramento. Il secondo era di sanare precedenti incomprensioni e contrasti tra i sostenitori della linea di centro-sinistra, in modo da formare una maggioranza orientata in quel senso. Era evidente che i dissidenti più combattivi del nuovo corso sarebbero entrati a far parte della lista di maggioranza, per non essere estromessi da posizioni di comando e di controllo, secondo il celebre enunciato del Gattopardo, il romanzo in quegli anni letto più avidamente; ma questo era un motivo di più per render forte l’intesa con la sinistra. Prezioso era, inoltre, a tutti gli effetti l’appoggio leale di Salvi e dei seguaci di Moro, che allora facevano parte della corrente dorotea. Ma il terzo obiettivo era evidentemente risolvere il «problema Boni». Fu allora inventata – e forse fummo i primi, o tra i primi, a escogitarla in Italia – la nomina di "presidente del Comitato provinciale del partito", che fu conferita a Boni, mentre io assunsi pro tempore la carica di segretario provinciale reggente. Così come mi ero impegnato a fare, il Congresso provinciale del partito fu tenuto entro l’anno. Infatti, a fine novembre di quello stesso 1963, nel ventesimo anniversario dell’inizio della lotta di liberazione, si riunì il Congresso e i quattrocento delegati approvarono a larghissima maggioranza la linea prescelta. Boni ed io mietemmo una straordinaria messe di voti.
Rileggendo sul Cittadino del 1° dicembre 1963, dopo trentacinque anni, il testo integrale della mia relazione al Congresso, confesso di riconoscermi ancora oggi in quell’analisi storica e in quel progetto perché le speranze di quella stagione breve e ardente erano nobili ed alte. Turati e Sturzo tornavano ad essere affiancati come i veri padri ispiratori del nuovo corso e le due più grandi tradizioni popolari finalmente s’incontravano. Come poi, nel corso di tre lustri, dopo le grandi realizzazioni del centro-sinistra, quell’alleanza si logorò, anche a causa dell’esplosione del terrorismo, è storia di narrarsi altrove, non qui. Il peggio, però, sarebbe venuto dopo l’assassinio di Moro, quando cominciò quel disgraziato quindicennio che va dal 1978 al 1993, che un volume designa con un titolo terribilmente preciso ed emblematico: L’Italia degli anni di fango.

Ma torniamo alla nostra microstoria bresciana. Mi è stato chiesto più volte, da molte parti, spesso con toni di aspro rimprovero, perché mai un paio di anni dopo l’investitura plebiscitaria del Congresso provinciale decisi di ritirarmi dalla politica attiva. Come ebbi a dire più volte a Fabiano De Zan, a padre Giulio Cittadino e a Mino Martinazzoli – e anche in un’intervista su Vita bresciana – Madre del gennaio 1983 – la ragione del mio ritiro fu una sola, ma ai miei occhi decisiva. La Direzione nazionale del partito, se non erro su proposta della corrente "La Base", decise l’abolizione del panachage, cioè del sistema elettorale secondo il quale ogni delegato poteva dare i voti di preferenza di cui disponeva a candidati inclusi in liste diverse. Quel sistema permetteva, almeno entro certi limiti, un graduale ricambio della classe dirigente. Con quel sistema io, uno sconosciuto fino alla vigilia, avevo potuto ottenere all’assise congressuale un consenso che conferiva autorità morale alla mia segreteria. Ebbene il panachage fu sostituito con una norma secondo la quale c’era solo il voto di lista e all’interno della lista era addirittura vietato dare voti di preferenza: in una parola, risultavano eletti i candidati nell’ordine di successione in cui li aveva messi in lista il capo corrente. Lessi e rilessi il testo della nuova norma, una delle più antidemocratiche e vergognose che io conosca, e vidi subito gli esiti disastrosi a cui avrebbe portato: il potere dei capi corrente diveniva assoluto e in tal modo diventava un obbligo il più servile conformismo, introducendo un rapporto di vassallaggio feudale all’interno del partito della libertà. La spartizione brutale del partito in zone di caccia esclusive, in cui si poteva avere o non avere accesso solo per volontà del capo corrente, avrebbe moltiplicato fino all’inverosimile i guasti, in verità già grandi, del regime partitocratico. La classe dirigente bloccava così ogni possibilità di ricambio allo scopo di perpetuare se stessa e i propri manutengoli. Io amavo far politica, ma non a qualsiasi prezzo, e ora il prezzo che mi veniva richiesto la mia coscienza si rifiutava di pagarlo. La decisione fu sofferta e presa da solo. L’unica persona che ne fu informata fu mia moglie. Pensai: appena qualche meschino burattinaio metterà in piedi qualche manovra nei miei confronti, invece di ridermela, coglierò il pretesto per uscir di scena. Mi addolorava, però, e moltissimo, la netta sensazione che era impossibile spiegare la cosa perfino a coloro che mi stimavano e mi volevano bene perché anch’essi, in quel momento, erano per quel sistema elettorale correntocratico. Mi avrebbero obiettato: perché fuggire, quando le porte della carriera ti sono spalancate? Ma per me si trattava di una questione di dignità, e dunque il "no" pronunciato nel mio intimo doveva essere e fu irrevocabile.
Erano, dunque, fantasticherie del tutto infondate quelle per cui – come si disse – me ne andavo perché insofferente dell’invadenza e del presunto "protettorato" di Boni. Nulla di tutto ciò. I miei rapporti con Boni, nel periodo intercorso tra la mia nomina a "reggente" e le mie dimissioni da segretario provinciale, furono invece sempre improntati a cordialità e a reciproco rispetto. Boni fu nei miei confronti di una signorilità e di una discrezione di cui serbo ancora un grato ricordo. Non vi fu mai una telefonata di Boni, o una sua lettera, per suggerirmi una qualche decisone, o un messaggio fattomi pervenire per interposta persona. E la stessa cosa va detta per De Zan e Fada. Certamente io studiavo con scrupolo i problemi prima di discuterne nella Giunta esecutiva, in cui volli fosse presente la minoranza centrista, o nel Comitato provinciale; ma le soluzioni emergevano sempre e solo da un confronto aperto e pubblico, senza conciliaboli segreti e cosiddette "cene di lavoro".
L’ultima volta che vidi Boni fu nel maggio del 1997, alla Pace, perché era a lui che toccava di diritto concludere l’incontro organizzato nel centenario della morte di un altro grande bresciano, Padre Ottorino Marcolini, l’infaticabile costruttore di case per la povera gente. Boni gradì molto l’invito e parlò col cuore in mano, mescolando ironia e commozione. Come solo lui sapeva fare.
 

Ateneo di Brescia, 1998.