Erasmo, le ragioni della difesa della libertà umana

Nell’estate del 1523 il mondo luterano – dopo il fallimento dei tentativi di annessione, prima, e di utilizzazione strumentale – rompeva apertamente con Erasmo. L’attacco al maestro dell’umanesimo cristiano fu sferrato con inaudita violenza da Ulrich von Hutten, già suo protetto e ora arrabbiato ultras del luteranesimo estremo.
Nella sua Expostulatio (“Spiegazione”) Hutten definisce Erasmo uomo di grande intelletto, ma privo di carattere; il quale sa che la verità del Vangelo è stata riportata in onore da Lutero, ma la tace o le si oppone per vigliaccheria e interesse.
A settembre arrivò come un fulmine la risposta di Erasmo, la Spongia,ossia “La spugna” per pulire gli schizzi di fango di Hutten.
Un passo, tra i molti che meriterebbero di essere citati, è particolarmente felice nel farci capire la linea di condotta di Erasmo: “Credo di dover ascoltare entrambe le parti con occhio aperto. Amo la libertà. Ho affermato che non si può sopprimere tutto l’insegnamento di Lutero senza sopprimere il Vangelo; ma perché ho appoggiato Lutero all’inizio non vedo perché si debba pretendere che io approvi tutto ciò che ha detto in seguito”.
Né meno significativa è la conclusione: occorre che luterani e cattolici imparino a convivere nonostante tutto, perché discordie e ingiurie, bolle e roghi non portano con sé nulla di buono.
Ancora l’anno seguente, nel marzo 1524, Erasmo torna a parlare di Lutero con piena, e persino delicata comprensione del suo compito.
L’occasione fu l’ennesima edizione dei Colloqui, con l’aggiunta del dialogo “Esame della fede”, che si svolge tra un cattolico e un luterano.
Lo scopo è di dimostrare che l’uno e l’altro accettano integralmente il Credo apostolico; ma se questo accordo esiste, opinioni diverse su altre questioni non sono necessariamente eresie.
Il dialogo esprime alla perfezione la forma mentis di Erasmo; sennonché erano proprio la sua mentalità e il suo modo di sentire che ripugnavano sempre più a Lutero, per il quale l’allergia dell’umanista cristiano allo spirito di asseveranza, il suo senso critico e la sua moderazione erano altrettante prove di scarso fervore e di scetticismo teologico (moderata sceptica Theologia). Dopo Hutten, il cui attacco aveva fatto da detonatore, è Lutero in persona che nella primavera del 1524 invia una sorta di diffida ad Erasmo.
Lutero esordisce affermando che evidentemente è superiore alle forze dell’olandese mettersi con decisione al suo fianco, essendo debole di carattere e di limitate risorse.
All’insulto, però, segue una supplica racchiusa in una frase di struggente sincerità: “Ti domando, se non puoi far altro, che tu sia soltanto spettatore della nostra tragedia” (A te peto ut, si aliud praestare non potes, spectator sis tantum tragediae nostrae, Ep. 1443).
Il commento più penetrante a questo passo della lettera di Lutero l’ha espresso Lucien Febvre, scrivendo: “Fra tutti gli omaggi che ha ricevuto in vita il grande umanista, io non ne conosco uno più bello. Gli è reso da un avversario, forte del suo trionfo, e non di meno tradisce qualcosa di più di un involontario rispetto”.
Erasmo, vincendo la sua intima esitazione, decise allora di portare a termine e pubblicare Il libero arbritrio, che uscì contemporaneamente a Basilea e ad Anversa nel settembre 1524.
Vi aveva posto mano perché pressato da molti amici, ma l’argomento scelto andava veramente al nocciolo della questione, come riconobbero subito Melantone e lo stesso Lutero. Quel tema, però, era anche decisivo per ogni umanista cristiano.
Dice molto bene Renaudet: “Erasmo, umanista cristiano, difende contro Lutero la base stessa dell’umanesimo cristiano”.
Il saggio offriva soprattutto una raccolta di citazioni sul libero arbitrio tratte dalla Bibbia. La più dura di tutte le affermazioni di Lutero (durissima omnium sententia) è per Erasmo quella che considera la libertà di scelta un nome vano per l’uomo e una pretesa blasfema, essendo essa una prerogativa esclusiva di Dio, che opera in noi il bene e il male.
La critica di Erasmo è stringente e chiara, benché rispettosa. Lutero nel dicembre del 1525 replicò a muso duro con Il servo arbitrio, rovesciando sul principe degli umanisti – una volta chiamato “venerato maestro” – insinuazioni e invettive di ogni genere e condensando la sua fosca visione teologica in una formula ancora più esasperata: “La volontà umana è posta nel mezzo come un giumento. Se lo cavalcherà Dio, vuole e va dove Dio vuole… Se lo cavalcherà Satana, vuole e va dove vuole Satana” (Humana voluntas in medio posita est ceu iumentum. Si insederit Deus, vult et vadit quo Deus vult… Si insederit Satana, vult et vadit quo vult Satana).

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Erasmo ebbe tra le mani Il servo arbitrio nel febbraio del 1526 e in dodici giorni scrisse e pubblicò, requisendo i sei laboratori di Froben, una prima replica; la seconda –insistentemente sollecitata anche da More- apparve in settembre. L’opera si intitola Hyperaspistes (“Scudo di difesa contro il servo arbitrio di Lutero”).
Le posizioni estreme sul problema del libero arbitrio sono quelle di Pelagio, contro cui a lungo combatté Agostino, e Lutero. L’uno e l’altro hanno una concezione antagonista del rapporto tra l’uomo e Dio e fanno sparire uno dei due termini: Pelagio relega Dio al ruolo superfluo di notaio che registra, a cose fatte, ciò che senza il suo aiuto l’uomo ha raggiunto con le sue sole forze; Lutero fa di Dio la causa unica, totale, esclusiva non solo del bene, ma anche del male che egli opera in noi.
L’ottimismo antropocentrico del primo e il pessimismo disumano del secondo appaiono ad Erasmo come i due poli dell’errore e della sofistica in campo teologico.
Pelagio dice: “Dio mi ha fatto uomo, io mi faccio giusto”; Lutero gli contrappone: “Ogni azione dell’uomo è peccato”.
Né l’uno né l’altro sono in grado di associare creazione e redenzione, natura e grazia, volere umano e volontà divina.
La salvezza è sempre grazia, ma l’uomo non può salvarsi contro la sua volontà e Dio, bontà infinita, non lascia perdere nessuno che non voglia egli stesso perdersi.
Erasmo, coscienza critica della Chiesa cattolica, rimase sempre in essa, ma ebbe discepoli e amici sinceri nei due schieramenti e il termine “erasmiano” stette a significare uno spirito che cerca e costruisce la pace, rifiuta il fanatismo e non rinuncia alla grande speranza dell’unità religiosa.
Erasmiano fu detto chi lavorava alla reciproca convivenza delle confessioni cristiane all’interno di uno stesso Stato (Ep.2366). La Confessio augustana del 1530 –quando Erasmo e More erano ancora in piena attività- e la Dieta di Ratisbona dieci anni dopo, nel 1540, quando i due amici erano entrambi morti, resero visibile all’Europa e alle due Chiese la larghezza di vedute e il coraggio degli erasmiani.
L’erasmismo ha costituito comunque, nell’ampio arco di quasi mezzo millennio, un punto di riferimento alto per la coscienza cristiana, una fonte di ispirazione per l’ecumenismo, una vera e propria “magistratura spirituale” come ha scritto felicemente Roland Bainton.
L’irrefrenabile avversione che Lutero nutrì fino alla sua morte nei confronti del grande olandese non può farci dimenticare che Erasmo aveva visto giusto nel cogliere le esigenze profonde da cui era nata la protesta e l’anima di verità che si celava nelle stesse “iperboli teologiche” del riformatore di Wittenberg.
Agli occhi di Erasmo Lutero, malgrado il suo linguaggio aggressivo ed estremo, ha avuto più di un merito: ha voluto porre la Scrittura nelle mani del popolo cristiano e ha proclamato la gratuità della salvezza, facendo riscoprire a tutti i cristiani che la grazia di Dio, lungi dall’essere meritata, è essa stessa la sola sorgente possibile di un merito che non sia illusorio. Dopo il Concilio Vaticano II questi giudizi sono oggi largamente condivisi nella Chiesa cattolica e nelle Chiese luterane. Ben pochi, però, sanno ancora oggi che il primo a formularli alcuni secoli prima fu Erasmo, fortemente in anticipo sui posteri oltre che sui contemporanei. Basti pensare che il 31 ottobre 1999 ad Augusta sarà firmata per le rispettive Chiese una Dichiarazione congiunta sulla giustificazione, in cui si afferma che “le due confessioni cristiane sono ormai in grado di avere una concezione comune e precisano che le questioni ancora da chiarire non motivano più alcuna condanna dottrinale”.

Giornale di Brescia, 17.8.1999.