Europa tra memoria e speranza

Quanti anni sono passati tra l’autunno del fatidico 1989 e il 1993? Appena quattro anni, eppure da allora tutto è profondamente cambiato in Europa. Interi popoli hanno preso la parola, hanno manifestato risorse inesauribili di dignità, di coraggio e di libertà di fronte a un partito-verità, a un partito-Stato che da decenni ogni cosa regolava e dominava, soffocando tutte le libertà fondamentali che danno un senso alla vita umana. L’Europa oggi vive la difficile transizione che per molti popoli dell’ex Unione Sovietica è addirittura crudele, dalle rovine del comunismo a nuovi assetti economici e politici, i cui esiti non sono affatto scontati.
Quale sarà il futuro del nostro continente? La domanda va posta in rapporto ad ambiti e ad assetti diversi, da esplorare con sagacia e lungimiranza, perché la risposta sia la più adeguata alla realtà storica, per un verso, e agli imperativi della coscienza, per un altro. Un tentativo in questa direzione, o se si vuole una “introduzione al tema” originale e stimolante è offerta ai lettori italiani dal libro Europa tra memoria e speranza. L’opera, curata con rigore e finemente introdotta da due valenti studiose, Vesna Cunja e Gabriella Mancini, raccoglie i contributi di alcuni tra i più eminenti spiriti europei, che la Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura ha invitato a Brescia, in collaborazione con il Comune, per gli incontri su “Pace, diritti dell’uomo, sviluppo dei popoli”. Da questo libro, infatti, ci vengono incontro voci nobilissime come quella del filosofo Paul Ricoeur (Il nuovo ethos per l’Europa), dello storico tedesco Ernst Nolte (La guerra civile europea 1917-1945), dello scrittore ceco Jirì Grusa (Il filisteismo dei progressisti in Europa), del teologo ortodosso Olvier Clément (L’Europa e l’ecumenismo della Chiesa indivisa) e del teologo evangelico Jurgen Moltmann (La cristianità e la nuova Europa), dello slavista italiano Vittorio Strada (La Russia e l’Europa). Giuliano Sansonetti, infine, nel suo limpido studio Per un’etica della responsabilità si fa portavoce di quel pensatore ebraico europeo che risponde al nome di Hans Jonas. Né sono meno interessanti gli interventi del giornalista ceco Karel Hvizdala (L’ethos di Vaclav Havel) e di Rosino Gibellini (Jurgen Moltmann: l’Europa della solidarietà ecumenica). Nella complessa, ricca articolazione del volume la Cunja e la Mancini hanno felicemente voluto inserire due documenti eccezionali con cui dovranno pure incontrarsi i giovani di oggi chiamati a costruire l’Europa come patria più grande e “casa comune”. Sono qui riportati, infatti, e nella loro integralità, il testo di “Charta ‘77” e il bellissimo discorso di ringraziamento (La Parola, le parole, il potere) che l’allora perseguitato Vaclav Havel inviò all’associazione dei librai tedeschi, che nel 1989 gli aveva conferito il “premio della pace”. Qui posso solo ricostruire, anche se in breve, la vicenda di “Charta ‘77”.
Ricordo quando, agli inizi del 1977, pochi mesi dopo la costituzione della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura, ci giunse dal Centro Studi Europa Orientale (Cseo) di Bologna il testo di “Charta ‘77”. L’emozione fu grande. La riproducemmo a migliaia di copie e iniziammo subito una campagna per l’invio di lettere a Gustav Husak, il presidente della restaurazione dittatoriale con l’aiuto dei carri armati sovietici. “Charta ‘77” fu pubblicata il 1° gennaio del 1977, nove anni dopo la “primavera” tradita del ’68, e recava la firma di 241 cittadini cecoslovacchi pronti a sfidare il potere pur di difendere i più elementari diritti umani quotidianamente violati dall’apparato statale. Primo dei firmatari era il drammaturgo, a cui il regime comunista non aveva permesso di studiare, Vaclav Havel, e l’anziano maestro di filosofia e vita Jan Patocka. Havel cominciò allora a entrare e a uscire dalle galere comuniste, fino al dicembre ’89, quando fu eletto presidente della Repubblica da parte di un’assemblea comunista, che si arrendeva al volere popolare, non disponendo più della copertura militare sovietica. Jan Patocka morì immediatamente dopo il brutale interrogatorio della polizia a cui fu sottoposto in carcere.
I mostri che hanno prodotto nel nostro secolo crimini e infelicità di massa, le tragiche illusioni di un “ordine nuovo”, che doveva nascere dalla cancellazione della liberal-democrazia e del cristianesimo, sono ben presenti soprattutto negli studi di Ernst Nolte e di Vittorio Strada: il primo, incentrato sul rapporto fra Stalin e Hitler, tra il Gulag dell’oppressione comunista e il Lager nazionalsocialista; il secondo sul tema della Russia e del suo ruolo, sia nel passato, sia nel futuro dell’Europa. Sono pagine che rompono schemi storiografici troppo inficiati di ideologia, troppo comodi per la sub-cultura partitica, ma non più difendibili. Che cosa ha aggiunto il totalitarismo dal XX secolo a quanto si poteva sapere su ciò che di spaventoso e di terribile gli uomini sono capaci di fare contro altri uomini? Ha aggiunto, appunto, la dismisura nell’organizzare la barbarie. Ed è questa immane possibilità di male, collegata all’uso delle tecnologie moderne e a quelle forme di “epidemie psichiche” che sono gli apparati propagandistici, che ci obbliga a far memoria degli orrori che hanno disonorato la nostra civiltà. Saremo, però, noi europei capaci di futuro, e di futuro all’altezza delle attese più consapevoli e degne, o ci smarriremo, spinti dalla corsa al superfluo, dietro i fuochi fatui di una visione edonistica e relativistica della vita? I pericoli di un processo di degenerazione antropologica, connessi ad un’organizzazione consumistica della società e ad una politica sempre più estranea alle finalità etico-giuridiche che le sono proprie, sono gravi. Di qui l’obbligo di una risposta decisa e appassionata alle sfide negative del nostro tempo. Una strategia ed una forte giustificazione di questa autentica battaglia per la civiltà il lettore la troverà nelle pagine che questo volume dedica all’illustrazione del pensiero di Hans Jonas, l’autore de Il principio di responsabilità.
Un volume così ricco di riflessioni e di prospettive non poteva non porsi anche l’altra grande domanda: qual è il futuro del cristianesimo, cioè della fede cristiana in Europa? Dell’argomento si occupano in maniera diretta Clément, ortodosso, Moltmann, evangelico, Gibellini, cattolico. Le conclusioni a cui pervengono i tre autorevoli interlocutori, pur nella diversità del tono e della sensibilità di ognuno, mi sembrano convergenti. C’è innanzitutto un lavoro di sgombro da compiere: per sanare le ferite che ci vengono dal passato occorre superare fini in fondo esasperazioni polemiche e falsi storici che ancora oggi inquinano i libri, l’insegnamento e la predicazione. In secondo luogo le tre Chiese cristiane devono “riappropriarsi delle radici ebraiche della fede” perché gli ebrei sono oggettivamente i nostri “fratelli maggiori nella fede e ogni cristiano è “spiritualmente semita”. Ciò accrescerà l’autocomprensione delle singole Chiese ed estrometterà finalmente da esse quella vergogna intollerabile che è l’antisemitismo in campo cristiano. Per ricostruire in Europa un’unità propriamente religiosa sulla base del comune fondamento della fede, occorre però nutrire in noi una visione più larga e profonda dell’ecumenismo. Ognuna delle tre confessioni cristiane deve aprirsi ai tesori di spiritualità e di santità delle altre due. Occorre che “lo scambio dei doni” diventi un sentire sincero e una pratica, un modo per conoscersi e amarsi reciprocamente. Insomma, “l’Europa o sarà ecumenica o non sarà cristiana”. Concetto questo che le due curatrici del volume hanno felicemente espresso con un’immagine forte che rinvia all’icona della Trinità del grande pittore russo Rublev. “L’Europa cristiana sarà uni-trinataria”, vivrà cioè la sua unica fede valorizzando la triplice dimensione della sua esperienza storica. La vera dialettica sul piano religioso non si riconosce nel ritmo hegeliano tesi-antitesi-sintesi, ma vive in quanto si fa continuo “scambio di doni” e “reciproca integrazione”. Questa a noi sembra la via dell’ecumene religiosa per la nuova Europa.
 

Articolo pubblicato nel numero di giugno 1993 da Studium in occasione della pubblicazione del libro realizzato dalla Ccdc "Europa tra memoria e speranza".