Forgeranno le loro spade per farne aratri

 «Fra tutti i libri, la Bibbia è il più pericoloso, quello che è dotato del potere di uccidere».[2]

L’affermazione sembra paradossale, se confrontata con una diffusa presentazione del messaggio cristiano che pone una chiara enfasi sull’amore: com’è possibile, infatti, coniugare una sottolineatura così forte nella presentazione cristiana e parecchie pagine della Bibbia (non solo dell’Antico Testamento, ma anche del Nuovo Testamento) sono intrise in grado impressionante di violenza?

In realtà la testimonianza che la Bibbia offre su Dio e sulle relazioni intra-umane non è uniforme né univoca perché, pur insistendo sulla bontà della creazione divina (un universo ordinato), si riconosce che in molti casi i processi dell’universo non si dimostrano coerenti e positivi, anzi fanno affiorare il dubbio sulla bontà del principio che ne sta a fondamento (cf. i dialoghi nel libro di Giobbe). Al centro della rivelazione al Sinai sta, inoltre, la solenne affermazione di Es 34,6-7:

«Il Signore passò davanti a lui proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e benevolo, lento all’ira, leale e fedele; si mantiene leale per mille (generazioni) e perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione; castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».

Tale affermazione non è, infatti, scevra di ambiguità: la punizione/castigo, che nella Bibbia si manifesta spesso con cataclismi (il diluvio), con guerre e deportazioni, con carestie o pestilenze, pur ribadendo un tema caro a una parte della letteratura biblica (quello della retribuzione, che addebita alla creatura umana la responsabilità per l’esito nefasto delle sue azioni), non sempre è percepita come proporzionata (si veda il dialogo tra YHWH e Abramo in Gen 18,16-33). La concezione del male o disordine come punizione non si rivela infine una risposta adeguata al male del mondo, poiché quando è il giusto a sperimentare la sciagura non si vede più il nesso tra agire e conseguenze (così Giobbe e Qohelet). Non mancano infine dubbi circa i mezzi utilizzati da Dio per punire (cf. le riserve di Abacuc di fronte alla scelta divina di servirsi dei Caldei per punire il suo popolo).

Un dilemma ulteriore sorge dalla lettura del testo biblico. YHWH è in esso rappresentato non raramente come un Dio di parte, che elegge qualcuno a scapito di altri come nel caso di Caino e Abele (Gen 4), di Israele rispetto ai Cananei (Giosuè), degli esiliati contro quelli rimasti nel paese (Esdra e Neemia). Emerge qui un’immagine di Dio che sembra, per molti aspetti, funzionale alle pretese e alle rivendicazioni di qualcuno nei confronti di altri, giustificando in alcuni casi anche comportamenti umani violenti (come mostrano passi quali Es 32; Nm 25; Dt 7,1-6; 20).

Non sono mancate fin da epoca antica riserve nei confronti di simili affermazioni del testo biblico, in particolare di quei passi che attribuiscono alla divinità tratti che taluno ha caratterizzato come demoniaci; emblematica fu la crisi del II secolo d.C. provocata dalle tesi di Marcione, che consentì però alla Chiesa di definire la propria relazione con l’Antico Testamento.[3] Le riserve sono, però, state controbilanciate in diverse epoche storiche da applicazioni quasi letterali degli scenari biblici intrisi di violenza.[4]

Un campo d’indagine assai controverso si è rivelato in epoca recente il tema della guerra, dato che sempre più in ambito cristiano, a seguito delle vicende belliche del XX secolo, ci si è interrogati sul rapporto con una tradizione che in tante occasioni ha portato ad approvare alcune prassi belliche, sulla base della nozione di guerra giusta, ma non solo. Non è qui il luogo per intervenire in un dibattito che da diversi anni accende gli animi di chi propugna un pacifismo senza sfumature e di chi invece pensa che si diano casi in cui la guerra possa essere ancora strumento di giustizia. Indipendentemente da come ci si schieri entro tale dibattito, esso chiarisce bene, mi sembra, quale orizzonte ermeneutico richieda la lettura delle fonti bibliche: proprio come nell’attuale contesto ecclesiale non si dà un punto di vista univoco su situazioni specifiche – pur in presenza in ambito cattolico di un’autorità ben definita – così è necessario tener conto che la tradizione biblica non presenta un unico punto di vista su questo tema, riflesso in ciò delle diverse situazioni che gli autori dei testi biblici dovettero affrontare.[5]

Alcuni anni fa Giuseppe Ruggeri rilevava come il tema della pace in teologia sia stato per molti secoli poco affrontato, lasciando spazio invece a quello della guerra giusta. Questa lettura mi pare corretta se ci si confronta con la teologia post-costantiniana. Non lo è invece, se risaliamo ai primi secoli cristiani. Nel primo secolo i cristiani non presero parte, ad esempio, alla rivolta contro Roma (66-70 d.C.) – come attesta il racconto della fuga a Pella della comunità gerosolimitana; e Rm 13 (con l’opera lucana) mostra un rapporto con l’impero assai disteso; sappiamo anche che i cristiani per diversi secoli hanno obiettato al servizio militare, per non compromettersi con l’idolatria, ma anche per dare seguito al precetto di Cristo: amare il nemico.

Non è poi secondario ricordare che tra le opere del cristianesimo primitivo non c’è un testo paragonabile al Rotolo della Guerra rinvenuto nelle grotte del deserto di Giuda. Per i cristiani vale il combattimento spirituale di cui parla Paolo, anche perché – se leggiamo l’Apocalisse – la lotta si svolge in cielo e il discepolo di Cristo è il martys sull’esempio del proto-martys il testimone fedele, l’Agnello immolato.

Dopo Costantino, però, il dibattito s’impone e qui entra il tema della guerra giusta… che fino alla Pacem in terris resta al centro. Tra l’altro non si dimentichi che la guerra è stata talora santificata, come mostrano le crociate; valga per tutti, quanto scrisse san Bernardo nell’Elogio della nuova milizia:

I Cavalieri di Cristo combattono sicuri la guerra del loro Signore, non temendo in alcun modo né peccato per l’uccisione dei nemici né pericolo, se cadono in combattimento. La morte per Cristo, infatti, sia venga subita sia venga data, non ha nulla di peccaminoso ed è degna di altissima gloria. Infatti, nel primo caso si guadagna [vittoria] per Cristo, nel secondo si guadagna il Cristo stesso. Egli accetta certamente di buon grado la morte del nemico come castigo, ma ancor più volentieri offre se stesso al combattente come conforto. Affermo dunque che il Cavaliere di Cristo con sicurezza dà la morte, ma con sicurezza ancora maggiore cade. Morendo vince per se stesso, dando la morte vince per Cristo. Non è infatti senza ragione che porta la spada: è ministro di Dio per la punizione dei malvagi e la lode dei giusti. (Rm, 13,4; I Pt, 2, 14).[6]

Chi come me è cresciuto leggendo don Milani prima dei trattati di morale, si trova molto a disagio con affermazioni di questo tipo, che poi spiegano perché ci sia ancora una chiesa che manda i suoi ministri ad accompagnare le spedizioni militari – spero non più a benedire strumenti di morte.

La retorica che accompagna la guerra è, tuttavia, talvolta subdola; basti ricordare come Giovanni Paolo II il 12 gennaio 1991 si rivolse al corpo diplomatico accreditato: «Le esigenze di umanità ci chiedono di andare risolutamente verso l’assoluta proscrizione alla guerra e di coltivare la pace come bene supremo». Karol Wojtyla cercava di scongiurare l’intervento, appoggiando ogni tentativo di mediazione, denunciava i guasti della guerra: una cinquantina gli interventi, intensificati a partire dal Natale 1990: «Si persuadano i responsabili che la guerra è un’avventura senza ritorno»; e per contrasto, le parole del card. Ruini alla messa per i morti di Nassirya «che hanno accettato di rischiare la vita per servire la nostra nazione e per portare nel mondo la pace», così affermava, e diverse vie li ricordano ora come martiri; ringraziamo il cielo, però: il papa attuale è andato a incontrare quella popolazione che ha visto innumerevoli martiri a causa delle menzogne che giustificarono un intervento bellico!

Chi vi parla si dedica allo studio della Bibbia e dovrebbe parlarvi della pace.

Parlare di pace in un mondo di conflitti… in questi giorni l’attenzione si è concentra sulla crisi tra Ucraina e Russia, ma non possiamo ignorare ciò che avviene in Etiopia – Tigrai, Mali, Libia, Siria, Yemen – Arabia Saudita.

Papa Francesco parla di terza guerra mondiale a pezzi.

Quali percorsi per la pace?

Esiste una parola-messaggio che porta alla pace?

Premetto due principi per una corretta interpretazione del testo biblico:

  • la Bibbia non è una riserva di verità o di norme, ma parola pronunciata nella storia (e da questa determinata)
  • nella Bibbia non parlano tanto i dominatori – anche quando ci raccontano le loro imprese, come nel caso di Davide – ma gli oppressi; ad esempio: la critica storica evidenzia che i testi biblici sulla conquista non sono documenti storici – quindi resoconti di eventi del passato – bensì testi composti come reazione all’imperialismo assiro a partire dal VII secolo a.C. e che si propongono come contro-propaganda, servendosi dello stesso linguaggio e delle stesse basi ideologiche.

Isaia dà il titolo al mio intervento e da questo parto per un breve percorso.

Is 2,1-5

Parola che Isaia, figlio di Amos, vide riguardo a Giuda e Gerusalemme.

Nei giorni che verranno il monte della casa del Signore sarà saldo sulla cima dei monti

e si ergerà tra i colli

A lui affluiranno tutte le nazioni, si muoveranno molti popoli, dicendo:

«Venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe,

egli ci insegnerà le sue vie e noi cammineremo sui suoi sentieri».

Sì, da Sion uscirà l’insegnamento, la parola del Signore da Gerusalemme.

Ristabilirà la giustizia fra le nazioni e sarà arbitro tra molti popoli.

Forgeranno le loro spade per farne aratri e le loro lance per farne falci;

nessun popolo brandirà più la spada contro un altro popolo,

non impareranno più a farsi guerra.

Casa di Giacobbe, venite, camminiamo alla luce del Signore.

           Nella prima parte del libro che porta il suo nome, Isaia denuncia una situazione di crisi nei rapporti tra Dio e il suo popolo, crisi che si manifesta in due ambiti ben definiti: l’ingiustizia sociale dilagante e la sconsiderata condotta politica dei sovrani dei regni d’Israele e di Giuda. E noi come stiamo oggi nel mondo? A inasprire le tensioni sociali contribuirono inoltre le vicende politiche del periodo, poiché, dopo un’epoca di coesistenza tranquilla tra i regni della Siria-Palestina, cica dal 740 a.C. l’impero assiro cominciò a far sentire la sua pressione sull’occidente che culminò nell’annessione del regno del Nord (Israele) e nella riduzione del regno di Giuda a stato vassallo.

A fronte di tutto questo, fin dalle prime pagine del libro, accanto a oracoli di denuncia, occorrono, quasi come una parentesi di sosta per il lettore continuamente in tensione, oracoli che aprono alla speranza. In 2,1-5 è esposto dapprima un movimento ascendente: il monte elevato del tempio cui accorrono le nazioni (v. 2). Lo scopo del movimento è ricevere un’istruzione in vista di un cammino nuovo da intraprendere (v. 3a). Il secondo movimento è un’uscita: da Sion uscirà la Torah / la parola di YHWH (vv. 3b-4) che è presentata come parola di giudizio in vista di un nuovo ordine mondiale. Da questo insegnamento scaturirà, infatti, un nuovo tipo di attività: gli umani non fabbricheranno più strumenti di guerra, ma strumenti di pace (e parlare a Brescia di armi non è una reminiscenza del passato!). Teniamo presente che Isaia è stato spettatore di diverse guerre! La conclusione di questo oracolo è contrassegnata dal tema ‘istruzione’ (non impareranno più a farsi guerra) e dall’esortazione finale (v. 5: venite, camminiamo nella luce di YHWH) che riprende il paragone diffuso nell’AT tra torah e luce.

Con ampiezza ancora maggiore si offre al lettore la stupenda pagina di 11,1-9, un passo che, nel contesto attuale, segue immediatamente il c. 10 senza alcuno stacco, proseguendo l’immagine vegetale di 10,33-34.

1 Allora un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,

un virgulto germoglierà dalle sue radici.

2 Lo spirito del Signore si poserà su di lui:

uno spirito di sapienza e di intelligenza,

uno spirito di consiglio e di fortezza,

uno spirito di conoscenza e di timore del Signore.

3Si compiacerà del timore del Signore.

Non giudicherà secondo quello che vede

né prenderà decisioni per sentito dire;

4ma giudicherà con giustizia i miseri

e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.

Colpirà il paese con il bastone della sua bocca;

con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio.

5Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia,

cintura dei suoi fianchi la fedeltà.

6Il lupo dimorerà insieme con l’agnello,

il leopardo si sdraierà accanto al capretto;

il vitello e il leoncello pascoleranno insieme

e un fanciullo li guiderà.

7La vacca e l’orsa pascoleranno,

si sdraieranno insieme i loro piccoli.

Il leone si ciberà di paglia, come il bue.

8Il lattante si trastullerà sulla buca del cobra;

il bambino metterà la mano nella tana della vipera.

9Non faranno del male né distruggeranno

su tutto il mio santo monte,

perché la terra sarà piena della conoscenza del Signore

come le acque ricoprono il mare.

L’accento cade sulla vita nuova che germoglia dalla casa mutilata di David (un germoglio spunterà dal tronco di Iesse), mostrando così che Isaia non sembra assolutamente interessato a una successione dinastica in senso stretto: la sua attenzione è volta piuttosto a un re ideale, sul modello di David.

In contrasto con la condotta ingiusta d’Israele che ha oppresso i poveri (cf. Is 1,17.23; 2,9-15; 5,1-24), il «germoglio» presterà particolare attenzione ai miseri e agli oppressi (vv. 3b-4a), imitando la condotta di Dio, che è imparziale nel giudizio e sollecito a soccorrere i bisognosi; con tale modo di agire egli purificherà il paese da tutto ciò che lo allontana da Dio: non si tratta di un intervento violento nei confronti di invasori stranieri o di oppressori interni, ma dell’effettivo esercizio della giustizia da parte del «germoglio», basato sulla parola, la quale sarà appunto l’arma con cui ogni prevaricazione sarà debellata; la parola del «germoglio» assume di conseguenza la stessa efficacia di quella di YHWH.

In questo oracolo segnalo in particolare la condizione nuova in cui verserà il paese (o il mondo intero), conseguenza del governo di questo germoglio (vv. 6-8).

Il collegamento tra un inizio radicalmente nuovo e il dono dello spirito è attestato anche in altri passi profetici, ma in quei casi il riferimento è al rinnovamento interiore del popolo; nel nostro invece è in gioco l’ordinamento della società in cui deve risaltare una realtà riconciliata, dove chi è al vertice e chi è all’ultimo posto della gerarchia sociale vedono riconosciuti i propri diritti; dove anche la relazione con l’ambiente naturale diventa manifestazione della pace ristabilita. Questo aspetto trova singolare espressione nei vv. 6-9 nei quali si prospetta un mondo pacificato, con un’efficace strutturazione: coppie di animali (lupo e agnello, leopardo e capretto, vitello e leoncello), di cui uno domestico e uno selvatico, disposte in due terne, entrambe concluse da un riferimento all’essere umano, rappresentato come bambino (vv. 6-8); infine la cessazione di ogni oppressione nel paese (v. 9: Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte), a indicare che la situazione negativa denunciata dal profeta è ora superata. Si prospetta una situazione in cui ogni conflitto è superato non tramite l’eliminazione dei violenti (le fiere), bensì ponendo l’accento sulla riconciliazione. Nel regno inaugurato dall’intervento dello spirito divino, il debole e l’innocente conviveranno con il crudele e il violento, cioè le paure associate all’insicurezza, al pericolo e alla malvagità saranno rimosse, non solo per le persone, ma anche per il cosmo.

Non mancano chiare risonanze dei racconti delle origini: Gen 1-11. In Gen 1,29-30 l’umanità e gli animali sono vegetariani, escludendo in tal modo il dinamismo della violenza, insito in un’alimentazione centrata sulla carne; allo stesso modo, in Is 11,7 «il leone si ciba di paglia come il bue», mostrando che la nuova condizione presenta tratti simili a quella di Genesi. In Gen 1,26.28 all’umanità è assegnato il compito di guidare/dominare il regno animale: anche qui la guida degli animali è assegnata all’essere umano, ma nella condizione di bambino (v. 6d), rilevando quindi che tale dominio non ha tratti violenti o oppressivi.

Se fanciullo e serpente convivono in tale nuova situazione – mostrando il superamento di quella inimicizia perenne annunciata in Gen 3,15 – il messaggio è la fine della violenza e dell’oppressione, non tramite l’annientamento dei malvagi e dei violenti, bensì nella loro trasformazione in compagni di gioco: ciò che va superato ed eliminato non è dunque il nemico, bensì l’inimicizia. Cf. Fratelli Tutti di Papa Francesco.  Invertendo le norme abituali, qui non è il forte a proteggere il debole, a offrirgli un rifugio poiché in 11,6a è il forte (il lupo) che «soggiorna» (gwr) con il debole (l’agnello); ora il forte e il violento si associano al debole, soggiornano presso di lui.

Non c’è, però, solo Isaia… Isaia parla del futuro, del compito; ma la fede d’Israele guarda anche al passato per trovare stimoli a creare le condizioni per la pace: e il passato d’Israele parla di liberazione. Da che parte sta Dio? Egitto o Israele? l’oppressore o l’oppresso?

Gesù predica: Beati gli operatori di pace (Mt 5,9).

Chi sa creare armonia e non divisione nel mondo è davvero in comunione con Dio, ed è singolare che Gesù non parli semplicemente di una condizione in relazione alla pace, ma di un effettivo promuovere la stessa («operatori di pace»): non basta dunque un rassegnato lasciar correre, ma occorre un attivo operare affinché nel mondo prevalgano sempre più relazioni interumane positive. Questa beatitudine, insieme alla successiva rimanda all’imperativo dell’amore per il nemico di Mt 5,44-48, dove pure è promessa la figliolanza divina.

In Mt 5,10-11 (Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia) si fa chiaro che operare per la pace è anche riconoscere di doversi opporre a un mondo che pone come fondamenti al vivere sociale principi in contrasto con la volontà salvifica di Dio; anche il discepolo di Gesù, come i profeti del tempo antico, deve fronteggiare le resistenze di un ambiente che non accetta di buon grado la proposta di Dio, anzi che in molti casi la combatte decisamente. Matteo, che volge lo sguardo indietro a persecuzioni già avvenute, intende l’essere perseguitato come, per così dire, segno distintivo dell’essere cristiano. Alla giustizia appartengono la prassi cristiana e la professione di fede in Gesù, cosicché la persecuzione per causa della giustizia (v. 10) e quella «per causa mia» (v. 11) si interpretano vicendevolmente. La vittoria del credente non è il successo tributatogli in questa vita e la felicità legata al cammino proposto da Gesù non è il conseguimento di una posizione onorifica nel mondo.

Al passato guardano anche i cristiani, a quel Gesù che non risponde al male con il male e che invita a cambiare il cuore; che parla di giustizia (Mt 5), ma che fa gesti di misericordia. Quando si fa davvero giustizia? Cf. la scena finale di Is 11: quando si punisce, oppure quando un essere umano recupera la sua humanitas?

Due esempi:

Recentemente è morto il vescovo anglicano Desmond-Tutu che ha operato a lungo per superare la situazione conflittuale del suo paese, il Sudafrica: l’apartheid sconfitto ma nessuna vendetta; cammini di riconciliazione, non oblio, perché il perdono esige verità. Così il pubblicano si presenta a Dio come peccatore, il figlio prodigo non rivendica nulla. Verità e riconciliazione, dunque; quanti conflitti sono esito di menzogne! pensiamo all’invasione dell’Iraq, ma non solo: da sempre chi vuole fare la guerra deve demonizzare il nemico; e quante fake news contrassegnano le nostre giornate e sollevano la nostra indignazione (o rabbia, rancori, risentimenti). Verità come espressione della volontà di incontrare l’altro, anche se ha sbagliato, perché anche il malvagio è un essere umano e, come dice Talmud, «chi uccide un solo essere umano è come se avesse distrutto l’universo intero».

Altro esempio sono i monaci di Thibirine: in Algeria come testimoni di una ricerca di fraternità; meditazione e silenzio, premessa dell’incontro con l’altro.

Un testo: Gdt 9,7 si appella a Dio e dice: «tu sei il Signore che frantumi le guerre». Il Dio a cui Giuditta si rivolge è colui che «frantuma le guerre» (v. 7), un titolo presente nella versione greca di Es 15,3, entro il cantico che celebra appunto la disfatta del faraone e del suo esercito; la resa greca e l’equivalente ebraico mettono in risalto la capacità divina di sconfiggere i nemici del suo popolo in modi sorprendenti e inattesi.

Due immagini: le fibbie dei soldati tedeschi e la menorah della Knesset a Gerusalemme.

Il vangelo di Matteo termina con «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», un impegno che è insito già nel nome dato al bambino che nasce da una donna che ha rischiato il ripudio. Quel Dio con noi lungo i secoli ha rappresentato il simbolo e lo stimolo di numerose imprese belliche, culminando nel motto inciso sulla fibbia dei soldati tedeschi. La Bibbia cristiana termina però con un dialogo: vieni, dice la sposa… Sì, vengo presto!. Al centro sta la fede nel risorto, una caparra piena di speranza. Apre il futuro e rende la storia un ambito in cui l’inaspettato può essere atteso, trasformando la disperazione in speranza e la rassegnazione remissiva in attesa. Soprattutto ci dice che alla fine Dio non permetterà che il compito intrapreso da Gesù, quello di dire la verità senza violenza al potere ingiusto, finisca in fallimento. «In ultima analisi l’escatologia cristiana non è altro che la fiducia nel fatto che l’Unico che creò il mondo, liberò i figli d’Israele dalla schiavitù d’Egitto e a Pasqua iniziò il definitivo riscatto di tutte le vittime dello sfruttamento di tutti i tempi, sia tuttora presente in mezzo a noi» (H. Cox). Questo ci ricorda che il modo in cui questo Dio porterà a compimento lo shalom definitivo, si manifesta, come dice il profeta con la frase riportata sulla menorah della Knesset:

לֹ֤א בְחַ֙יִל֙ וְלֹ֣א בְכֹ֔חַ כִּ֣י אִם־בְּרוּחִ֔י אָמַ֖ר יְהוָ֥ה צְבָאֽוֹת׃ «non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito, dice YHWH delle schiere» (Zc 4,6), spirito di amore e di nonviolenza, presente nella sua pienezza in Gesù.

E per rimanere fedeli a quel Gesù, ancor più intensamente in questi giorni siamo invitati a ribadire con forza e convinzione il programma che fin dall’inizio del suo pontificato il papa Paolo VI aveva assegnato alla sua chiesa, quello di essere promotrice di dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, ponendo a fondamento di questo dialogo il valore che, nella tradizione ebraico-cristiana va sempre presidiato: il Tu umano. Qualsiasi rappresentazione di Dio è sempre imperfetta e giustamente nelle varie epoche le diverse immagini di Dio sono smascherate: Gesù stesso ebbe a combattere contro immagini distorte di Dio. Mai però ci è consentito di toccare o violare quell’immagine alla quale Dio ha consegnato la sua espressività nel mondo (cf. Gen 1,26-28). Questo significa che non c’è mai una ragione valida per abbandonare l’altro, anche quando si macchia di gravi colpe. Il suo essere immagine di Dio interpella la nostra responsabilità di far risaltare nel mondo tale immagine. Dio ha pronunciato un sì irrevocabile nei confronti degli esseri umani e tale sì resta un imperativo e un compito per la nostra esistenza. I modi e le scelte concrete per attuare tale compito sono certamente lasciati alla nostra libertà: ma solo se essa è guidata da questo orizzonte produce futuro per il mondo e sarà capace, come il Padre di Gesù Cristo, di andare incontro con gesti d’amore anche ai cuori di pietra. E anche se di fronte a chi provoca dolore innocente la nostra coscienza si ribella, facciamo nostre le parole che Mario Luzi pone sulla bocca del Cristo morente: «Padre, il Figlio dell’uomo sente venirgli meno l’amore per gli uomini. Sarebbe la sconfitta più penosa, fa’ che questo non accada»[7].

 

[1] Trascrizione, rivista dall’Autore, della conversazione tenuta a Brescia il 19.2.2022 su invito di Ufficio Per L’impegno Sociale Della Diocesi Di Brescia, Aci, Acli, Agesci, Ccdc, Movimento Dei Focolari, Missione Oggi, Opal, Missionari Comboniani, Missionari Saveriani, Pax Christi.

[2] «The Bible, of all books, is the most dangerous one, the one that has been endowed with the power to kill» (Mieke Bal); citato da J.J. Collins, «The Zeal of Pinchas: The Bible and the Legitimation of Violence», in Journal of Biblical Literature 122(2003), 3.

[3] Cf. E. Peretto, «Violenza e linguaggio biblico», in Parola Spirito e Vita 37 (1998), 25-52 (25-28).

[4] Cf. R.H. Bainton, Il cristiano, la guerra, la pace, Gribaudi, Torino 1963 (orig. inglese 1960); la sezione «I padri e la Storia della Chiesa» in Parola Spirito e Vita 37 (1998), 213-307

[5] Sui diversi punti di vista biblici riguardo al nostro tema insiste soprattutto S. Niditch, War in the Hebrew Bible. A Study in the Ethics of Violence, Oxford University Press, Oxford 1993.

[6] Bernard de Clairvaux, Éloge de la nouvelle chevalerie, Vie de saint Malachie, Épitaphe, Hymne, Lettres, Introductions, traductions et index par P.-Y. Emery, (SC 367), Cerf, Paris 1990, p. 58.

[7] Mario Luzi, La Passione, 1999.