Giacinto Tredici e il modernismo

Bonatelli, Varisco e Giacinto Tredici: dei tre pensatori che per nascita o per l’ufficio ricoperto sono legati a Brescia, il più vicino a noi nel tempo è il mite vescovo-filosofo. Di problemi filosofici Tredici si era occupato sin da giovane con assiduità, sempre attento a marcare la distinzione e il tipo di rapporto tra scienza, filosofia, fede.
Aperto all’influsso della scuola di Lovanio, egli auspicava che a Milano si compisse nei confronti dell’idealismo un’opera analoga a quella svolta dall’università belga per il positivismo: la critica dell’idealismo non doveva cioè misconoscere le grandi verità prigioniere di quel sistema, ma liberarle perché più efficacemente circolassero tra gli uomini. Attento e sereno è il suo giudizio anche sulle più discusse questioni: il valore e il limite del principio di nazionalità contro il misconoscimento socialista e contro l’assolutizzazione idolatrica del nazionalismo, e questo nell’infuocato 1915; l’adesione aperta alla posizione sturziana del 1919 sulla necessità di unire ispirazione cristiana e schietta laicità nell’impegno politico e, nel 1946, su quanto sia duro e precario per il Partito comunista italiano modificare sul serio, e non solo a livello propagandistico, la propria ideologia, poiché le idee basilari, se accettate e fatte accogliere come matrici dell’azione stessa, «si prendono sempre la rivincita».

La chiave interpretativa giusta per capire il pensiero e l’azione, lo stile di Giacinto Tredici ce l’ha offerta Enzo Giammancheri nella sua relazione su «Mons. Giacinto Tredici e la crisi modernista».
Lo scritto più ampio e sistematico di Giacinto Tredici sul modernismo risale al 1913, cinque anni dopo l’enciclica Pascendi. Il giudizio del giovane professore alla Facoltà teologica di Milano è molto netto: l’enciclica voleva chiarire in modo sistematico uno stato d’animo e un groviglio di vere e proprie eresie, essendo la posta in gioco una reinterpretazione del Cristianesimo tale da comprometterne la trascendenza. Altrettanto chiaro fu però il suo giudizio nel distinguere tra modernismo e modernisti, essendo molti quelli mossi da «un desiderio sinceramente, anche se imprudentemente apologetico», il desiderio appunto di mostrare l’idoneità del cattolicesimo ad accogliere, a cavallo tra due secoli, metodi e tesi della cultura del tempo.
Tredici apparentemente denunciò «le intemperanze e malaccortezze di alcuni critici», il cui atteggiamento drastico e intollerante gli appariva indegno ed estraneo ad ogni disamina rigorosa e anche controproducente circa i risultati che si volevano ottenere. Nella crisi modernista, accanto ad errori pericolosi e accertati, balzarono in primo piano esigenze reali di approfondimento e di rinnovamento ed in ciò consiste la positività, la carica innovativa del dibattito che in quegli anni si andò svolgendo.
Tuttavia il nucleo centrale di quel complesso fenomeno rimane teologico ed è proprio questo il peggio del modernismo. È qui che si annida la cultura modernista della resa alla malcelata metafisica di correnti di pensiero immanentistiche o agnostiche. «Scopo – scriveva Tredici nel 1914 – fu la conciliazione del Cristianesimo con quelle che erano presentate come le esigenze dello spirito moderno: risultato fu di sostituire al dogma, verità rivelata che non può mutare, l’interpretazione dell’esperienza religiosa secondo le mutevoli esigenze intellettuali del tempo».
E Tredici giustamente cita l’articolo di Eduard Le Roy: “Qu’est-ce qu’un dogme?”, dell’aprile 1905, che tanto nefasta influenza avrà sugli sviluppi teorici del modernismo. In esso, infatti, il teorico del convenzionalismo assoluto di tutto il sapere scientifico interpretava anche il dogma esclusivamente come regola di condotta, che può avere un valore teorico, ma solo negativo, in quanto esclude ciò che contraria la… regola di condotta assunta come la convenzione più efficace. Se Poincaré confutò le posizioni di Le Roy sul valore della scienza, la stessa cosa fece la chiesa cattolica sul piano della teologia.
Nei quattordici anni in cui Mons. Tredici insegnò alla facoltà Teologica di Milano (1910 – 1924) sperimentò in prima persona che cosa significasse essere al centro delle opposte tendenze della polemica modernista. Egli avvertiva che la tentazione modernista è anche alimentata dall’arretratezza culturale di quanti non ripensano la loro fede e la loro missione, rinunciando alla ricerca e all’approfondimento, dimentichi del grande monito di Agostino, secondo cui «la fede, se non viene pensata, è nulla».
Di più: i modernisti non avevano torto nel denunciare il misconoscimento, nei programmi e nella prassi delle scuole di teologia, della dimensione storica a vantaggio di un arido schematismo scolastico, che nell’atto di innalzare Tommaso a punto di arrivo del sapere teologico (mentre egli è solo un faro) ne falsava profondamente la dottrina.
Nei suoi Diari inediti Tredici ricorda i suoi «sdegni contro la sciagurata campagna antimodernista di un tempo, contro il conservatorismo della Civiltà Cattolica» (20 novembre 1923). L’ésprit de finesse che caratterizza la figura di Mons. Tredici lo induceva a non aver simpatia alcuna per i censori e per gl’interventi restrittivi dell’autorità.
Quando avvertì che i tempi erano maturi, preferì lasciare la cattedra e la direzione di prestigiose riviste e si fece parroco. Nel 1930 il cardinale Schuster lo volle suo vicario generale e tre anni dopo lo ebbe come collega nell’episcopato in quanto vescovo di Brescia. Pio XI lo aveva infatti scelto a succedere a mons. Giacinto Gaggia.
Tredici ritorna spesso nei colloqui e negli scritti sul tema che aveva caratterizzato la sua formazione culturale e religiosa, la crisi modernista e la lotta antimodernista. Il giudizio della vecchiaia non è diverso da quello espresso nella pensosa giovinezza. Il 29 maggio 1954 Tredici assistette alla cerimonia di canonizzazione di Pio X, il papa della sua giovinezza e il papa dell’enciclica “Pascendi” condanna del modernismo. Quali e quanti ricordi si saranno affollati alla sua mente in quella circostanza? Giammancheri con una citazione dai Diari ci mette in grado di conoscere l’ultimo bilancio che Tredici fece di una vicenda da lui vissuta con intima partecipazione.
«Al tempo della lotta contro il modernismo – scrive Mons. Tredici in uno dei suoi "propositi" – purtroppo alcuni della difesa della fede cattolica esagerarono per ignoranza o per intemperanza; e questi sembrarono compromettere la buona causa e il papa stesso sotto il cui vessillo essi dicevano di combattere. Ma se la loro opera fu esiziale, il papa non ne era compromesso e la sua opera fu provvidenziale. Per questo io, che allora soffrii per quelle intemperanze, ho deciso di presenziare alla beatificazione del papa».
Passo questo ora riportato di esemplare perspicacia, a riprova che per il cristiano la verità non è pienamente tale se è scissa dal rispetto del segreto delle coscienze; ma anche a conferma che una coscienza limpida come quella di Mons. Tredici aveva più senso storico di quel che molti di noi pensassero.

Ateneo di Brescia, 1982.