Intervista al prof. Antonio Zichichi

Antonio Zichichi è forse lo scienziato italiano, insieme a Rubbia, più conosciuto nel mondo. Presidente del comitato Internazionale “Scienza per la pace”, del quale fanno parte trenta premi Nobel, direttore del centro di cultura scientifica “Ettore Majorana”, egli da anni unisce al lavoro di ricerca – 190 contributi, alcuni dei quali “pionieristici” perché hanno aperto nuove vie nei settori delle particelle elementari, delle forze fondamentali della natura e della fisica subnucleare – il più appassionato impegno per salvare le speranze di pace dell’umanità. I convegni di Erice costituiscono ormai da cinque anni l’appuntamento internazionale più atteso tra gli scienziati sempre più convinti del nuovo ruolo che essi possono giocare di fronte al potere politico perché non si scateni l’apocalisse nucleare.

 Al prof. Zichichi abbiamo rivolto alcune domande sulle prospettive emerse dall’ultimo convegno di Erice.

Professore, perché il Convegno di Erice ha suscitato in tutto il mondo un interesse così appassionato?
“Il merito incontestabile dei seminari di Erice è l’aver portato alla luce del sole dati, problemi e realtà che prima erano privilegio esclusivo di una ristretta cerchia di specialisti: pur essendo quei dati, quei problemi e quelle realtà di interesse per ciascuno dei quattro miliardi e mezzo di abitanti della Terra. Le simulazioni di uno scontro nucleare USA-URSS parlano di:
– sole che diventa pallido come la luna;
– albe e tramonti che verrebbero cancellati per settimane, mesi, forse anni;
– estate nucleare; inverno nucleare, e oggi (1985) di quale cibo nutrirsi il “giorno dopo”.
E si dimentica che il sole, le albe e i tramonti, le stagioni appartengono a tutti gli abitanti del pianeta, non soltanto a quei pochi che hanno accesso alla stanza dei bottoni. Stanza, che nessuno più sa dove sia, visto che si studiano metodi di decisione totalmente computerizzati: il che vuol dire che gli stessi leader delle superpotenze saprebbero di una global confrontation – è così che si chiama in gergo specialistico la guerra nucleare USA-URSS – dopo e non prima di un sempre possibile errore suscettibile di scatenare l’apocalisse nucleare”.

Lo scorso anno nel ciclo di conferenza autunnali a Brescia su “ Pace e sviluppo dei popoli” Helder Camara denunciò un dato incredibile: l’umanità oggi non sa procurare in un anno i 300 chili di viveri pro-capite per gli abitanti della terra, ma in cambio dispone pro-capite di un potenziale distruttivo pari a 4.000 chili di tritolo. Ma come evitare che il disarmo si trasformi in resa incondizionata all’aggressore?
“Sì, il dato è rigorosamente esatto e ha trovato una precisa conferma nell’ultimo dibattito di Erice. È una pura follia, a cui non ci si deve rassegnare. Per uscire da questa folle realtà sono state finora tentate le seguenti strade: disarmo e congelamento. Il disarmo si divide tra coloro che lo vorrebbero unilaterale (improponibile) e altri che lo vorrebbero invece, e giustamente, reciproco e controllato. Il congelamento riguarda sia le armi di difesa che i sistemi di offesa. Va detto che anche la difesa si distingue in passiva (rifugi antinucleari) e attiva (Sdi-scudo stellare). A queste proposte non è mai mancata la partecipazione, molto numerosa, del mondo scientifico, che si è impegnato nelle marce per la pace, innumerevoli dibattiti, conferenze e tavole rotonde. Tutto ciò ha prodotto risultati esattamente nulli. In questi 40 anni siamo infatti passati, appunto, da un chilo di tritolo pro-capite a ben 4.000 chilogrammi.”

Quale, a suo avviso, la principale causa della corsa agli armamenti? Come uscire da una situazione di stallo?
“Gli scienziati hanno il dovere, non solo di denunciare tutte queste cose, ma anche – e soprattutto – di spiegare qual è il vero motore della corsa agli armamenti. Questo motore è il nemico n. 1 dell’umanità. Ed è il segreto scientifico-tecnico-militare. Non basta però la denuncia e l’identificazione del motore primo, che porta alla inarrestabile corsa agli armamenti. È necessario affrontare in termini concreti un progetto che sia in grado di bloccare questa corsa, che ha le caratteristiche di una pazzia collettiva a livello planetario. È da tutto ciò che è nato il Progetto del World lab: un laboratorio mondiale aperto agli scienziati di tutti i paesi, che si impegnino però a lavorare senza segreti. Inutile dire che abbiamo previsto le enormi difficoltà alle quali andremo incontro nella costruzione di questo grande Progetto”.

Quali son oggi i temi di rilievo planetario su cui si impone una ricerca senza segreti?
“Un Laboratorio mondiale non avrebbe senso se non esistessero temi di grande rilievo su scala planetaria. Temi la cui soluzione dev’essere affrontata alla luce del sole: senza segreti. Vediamolo con qualche esempio. Il tanto pubblicizzato “Scudo stellare” (Sdi), se fatto in collaborazione tra tutti i paesi del mondo, darebbe, all’umanità tutta un’assicurazione contro l’errore e la pazzia. Inutile dire che sarebbe molto meglio distruggere i missili portatori di stragi. Ma è da 40 anni che si parla – come dicevamo prima – di disarmo e finora non una sola bomba è stata smontata. Si deve però convenire che lo stesso tema diventa destabilizzante, se studiato in segreto. Far cadere le barriere è la prima cosa da fare per costruire la pace. Ci sono altri temi che rappresentano invece una nuova speranza per l’umanità tutta. Esempio: la ricerca di nuove sorgenti di cibo. Attualmente soltanto il 12% di proteine vengono dagli oceani. L’uomo però si comporta con la pesca come i nostri antenati facevano prima della scoperta dell’agricoltura. Passare all’”agricoltura” degli oceani è, non solo possibile, ma di vitale interesse per le sorti dell’umanità”.

Una così nobile, coraggiosa proposta non rischia di rimanere il sogno di una minoranza di scienziati particolarmente sensibili alle istanze etiche?
“Il fatto nuovo, di straordinario rilievo, è che la voce della coscienza oggi diventa impegno comune, pubblico, solenne per molti ricercatori. Il manifesto di Erice è stato sottoscritto ormai da ben diecimila scienziati. Il Progetto di World Lab presentato a Erice riscuote già vasti consensi nella comunità scientifica internazionale. Ed è a nome di tutti coloro che con me hanno collaborato a realizzare questa proposta concreta di “Scienza senza frontiere”, che io desidero rinnovare la gratitudine profonda a Giovanni Paolo II e al segretario generale dell’Onu Javier Perez de Cuellar, che per primi hanno voluto incoraggiarci nel proposito di raccogliere gli scienziati di tutto il mondo intorno a questa grande speranza di pace”.

Giornale di Brescia 4.10.1985. Articolo scritto in occasione dell’incontro promosso dalla Ccdc con Antonino Zichichi su “La scienza per una cultura della pace”.