Se cessiamo di essere una nazione

Nel momento presente, dal punto di vista politico e culturale, un problema si impone alla riflessione degli italiani e non a caso esso è al centro di dibattiti, incontri di studio, libri e saggi: se l’Italia cessa di essere una nazione, dove andremo a finire? Domanda che ha un suo immediato risvolto: che cosa fare, in che direzione muoversi perché l’attuale crisi dello Stato italiano non porti ad un diffuso rigetto dei vincoli di appartenenza a una stessa nazione? E non è questa l’ora per decidersi a superare storici steccati, vecchie ubbie anti-unitarie lavorando a ricostruire la nostra unità nazionale? Proprio perché l’Italia ha toccato il fondo con le degenerazioni della partitocrazia, di cui Tangentopoli è solo l’aspetto più vistoso, non c’è più tempo da perdere e si deve andare oltre l’allarme e il lamento. E ancora: in Italia può esistere un radicato patriottismo nazionale, come negli Stati Uniti e nella stessa Svizzera, con un’articolazione federalista dello Stato, o, persistendo la debolezza dell’esecutivo tipica del nostro sistema politico, l’accrescimento ulteriore di poteri decisionali alle Regioni, diventerà la via maestra per “sicilianizzare” il Paese, cioè moltiplicare sprechi, parassitismi, soggezione ai poteri criminali che si ripartiscono il controllo del denaro pubblico e del territorio?

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“Una nazione può cessare di esserlo. La nazione, infatti, non è una struttura statuale fissa e indistruttibile. Non è neppure un dato etnico disancorato dalle sue forme politiche storiche. La nazione democratica, in particolare, è una costruzione sociale delicata e complicata, fatta di culture e storie condivise, di consenso manifesto e corrisposto, basato sulla reciprocità tra i cittadini. E’ un vincolo di cittadinanza, motivato da lealtà e da memorie comuni. Soltanto attraverso questo intreccio di motivi e di legami si instaurano rapporti politici che possono dirsi democratici. Soltanto così si crea l’intelaiatura istituzionale di una nazione di cittadini”. Con queste riflessioni si apre una delle opere di cui il nostro Paese ha urgente bisogno per progettare il suo nuovo risorgimento con la consapevolezza e il coraggio necessari alla gravità dell’ora. Quel libro l’ha scritto Gian Enrico Rusconi e s’intitola Se cessiamo di essere una nazione. Lo ha pubblicato Il Mulino di Bologna.
A causa di una cattiva politica possono essere condotti a morte non solo i partiti, ma anche gli Stati e le nazioni. Quando, infatti, la politica produce inefficienze e corruzione, intacca i vincoli stessi che tengono insieme una nazione al di là della sua struttura statuale, il senso di appartenenza storica non è più sentito come un valore e l’identità nazionale. Allora una nazione cessa di essere tale. E può farlo in molti modi, non necessariamente nel più clamoroso della disgregazione del suo apparato politico-amministrativo con la secessione di alcune regioni, com’è nel programma leghista. Una nazione democratica è fatta ad un tempo di radici etnico-culturali e di buone ragioni politiche di convivenza. Ma le radici si possono seccare o strappare e le ragioni si possono smarrire. Tanto più in un Paese come il nostro, in cui la democrazia è maturata faticosamente dopo aver tentato, altrettanto faticosamente, di diventare una nazione.

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Il comunismo ha screditato il socialismo, il nazionalfascismo ha screditato la nazione; ma il socialismo democratico è cosa diversa e opposta rispetto al totalitarismo leninista e, allo stesso modo, il concetto di nazione non ha nulla a che fare con quella sua odiosa contraffazione che va sotto il nome di nazionalismo, cioè di un’ideologia esclusivistica, negatrice dei diritti delle altre realtà nazionali, volta a celebrare la volontà di potenza di un popolo o della razza che in esso più direttamente si esprime. Non bisogna, quindi, vietare a noi stessi e agli altri di usare correttamente il termine “nazione” per timore di essere scambiati per nazionalisti, a causa del pregiudizio per cui quella di nazione sarebbe “un’idea di destra”. In realtà noi italiani recuperammo un più alto senso della nostra appartenenza a una stessa nazione proprio nella lotta resistenziale (si rileggano le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana) e negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. E quel patriottismo, non chiuso in sé, ma aperto all’Europa e agli ideali della democrazia, divenne una forza, un punto di confluenza, un valore etico-politico posto a fondamento della Costituzione della Repubblica.
Domina, infatti, ovunque in quegli anni, anche nello scontro più acceso tra le forze in campo e fra i loro diversi progetti di società, l’esigenza del ripristino della dignità nazionale e il bisogno di auto-legittimazione delle due maggiori forze emergenti, i cattolici e i comunisti, gli uni e gli altri estranei alla vicenda risorgimentale. La Resistenza e la ricostruzione democratica vollero essere e presentarsi come la riaffermazione di un’identità nazionale smarrita. Malgrado tutto, le “appartenenze separate”, a cui spingeva il conflitto ideologico, d’altronde inevitabile, non escludevano il “sentimento di una cittadinanza comune”. La più importante delle virtù civiche resistenziali è stata, perciò, la capacità di apprendere e praticare di fatto la democrazia senza aggettivi da parte di uomini e partiti che avevano concezioni diverse e antagonistiche di democrazia (democrazia con tanti aggettivi contrapposti: formale, sostanziale, liberale, borghese, sociale, progressiva, socialista, proletaria e persino fascista). Se la democrazia italiana, malgrado i suoi difetti, ha retto nei suoi primi anni, evitando una virtuale guerra civile, ponendo le basi per il suo successivo sviluppo, lo si deve alla lealtà politica di uomini che si riconoscevano in una comunanza di storia e destino, capace di contenere le loro tensioni di parte attraverso regole democratiche liberamente tracciate nella Costituzione. La formula “Costituzione nata dalla Resistenza” va, dunque, sottratta alla ritualità e riconosciuta come espressione concreta di un reale patriottismo, di un reale inveramento della coscienza nazionale nella democrazia.

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Quello che in Italia è successo dopo, negli ultimi tre lustri tra il 1978 e il 1992, è la dolorosa storia di una democrazia che, malgrado i grandi meriti dell’età degasperiana, è diventata una democrazia bloccata, senza ricambio e senza alternanza, e dunque un sistema politico inesorabilmente condannato a trasformarsi in regime, in una “repubblica dei partiti”, secondo l’efficace formula di Pietro Scoppola, con tutti gli inconvenienti che ne sono derivati. Sicché si deve oggi invocare una nuova resistenza, cioè un impegno vigoroso per ripristinare ovunque lo Stato di diritto, per rifondare la democrazia nei suoi istituti e nelle sue regole, per restituire finalmente l’Italia agli italiani. La mobilitazione contro il degrado sociale e civile dell’Italia esige una mobilitazione che nasca da quella forza alta e maestosa che si chiama la coscienza civile, la dignità nazionale, il senso dei valori supremi, quella virtù insomma che, sotterranea e invisibile per lungo volgere di anni, erompe nei momenti decisivi.
Gli indicatori di una nazione sono parecchi, ma una nazione è essenzialmente un principio spirituale, una memoria collettiva di cadute e di riscatti, di sentimenti generosi e di valori autentici. Come scriveva Renan nel testo della conferenza Che cos’è una nazione? (trad. it. Donzelli, 1993), tenuta alla Sorbona nel 1882: “La nazione presuppone un passato; essa tuttavia si ricapitola nel presente per un fatto tangibile: l’assenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare la vita comune. L’esistenza di una nazione è, mi si perdoni la metafora, un plebiscito di tutti i giorni, un’affermazione perpetua di vita”. C’è, dunque, un fondamento di volontà e di libera scelta nella decisione di appartenere a una storia comune e a un destino comune che noi chiamiamo “nazione”. L’Italia deve diventare una democrazia solida ed efficiente senza cessare di essere una nazione, riedificando la nazione alla luce di una cittadinanza matura.

Giornale di Brescia, 1.10.1993. Articolo scritto in occasione dell’incontro promosso dalla Ccdc con Gian Enrico Rusconi